Si sono dati un numero: trecentomila. Trecentomila persone in piazza a Roma, dentro una mobilitazione globale contro la guerra, collegata idealmente a Londra e New York. Una piazza che si racconta come coscienza critica, come voce della pace, come risposta ad un mondo che considera sempre più violento.
Nemici a testa in giù
Poi però, dentro quella stessa piazza, succede altro. All’Esquilino compaiono le foto a testa in giù della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa. Accanto, una ghigliottina. Non un dettaglio. Non una caricatura. Una scena costruita, esibita, mostrata.
E a quel punto il messaggio cambia. Perché in questo Paese quell’immagine non è neutra. Non è creativa. È memoria. È il richiamo a un momento in cui la politica ha smesso di essere confronto ed è diventata esposizione pubblica del nemico.
Riproporla oggi, in una piazza che pretende di parlare di pace, non è una provocazione. È una contraddizione. Ed è una contraddizione che pesa ancora di più quando arriva una reazione politica immediata, dura, che parla di odio, di linguaggio fuori controllo, di un clima che si sta deteriorando.
Solidarietà, condanne, accuse reciproche. Il copione è noto. Ma il punto non è chi ha ragione tra maggioranza e opposizione. Il punto è perché stiamo tornando lì. Perché una protesta così ampia, così partecipata, così dichiaratamente “contro la guerra”, sente il bisogno di evocare simboli di esecuzione? Perché il dissenso, per essere visibile, deve somigliare sempre di più a una rappresentazione della violenza?
Si svuota la democrazia
Non è radicalità. È impoverimento. È l’incapacità di sostenere un conflitto politico alto senza scivolare nella semplificazione più brutale: il nemico da abbattere, da esporre, da umiliare. E più i numeri crescono, più questo scivolamento diventa pericoloso.
Perché trecentomila persone non sono un margine. Sono un segnale. E se dentro quel segnale passano immagini come queste senza una presa di distanza chiara, allora il problema non è più un episodio.
È un clima. Un clima in cui la linea tra critica e odio si assottiglia, fino quasi a scomparire. E quando quella linea scompare, la storia smette di essere un monito e torna a essere un repertorio.
Un repertorio pericoloso. Perché una democrazia non crolla solo quando qualcuno la attacca. Crolla quando smette di riconoscere il confine tra dissenso e distruzione. Non è così che si difende la democrazia. È così che si comincia a svuotarla.
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