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Battaglia culturale

Quattro errori da evitare se vogliamo rovesciare la narrazione “green”

Troppo spesso anche nel centrodestra si danno per scontati concetti e linguaggio che implicitamente legittimano la tesi del cambiamento climatico di origine antropica

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© piyaset e Tzogia Kappatou tramite Canva.com

Quante volte abbiamo assistito o partecipato a discussioni sui cosiddetti “cambiamenti climatici” e/o sull’asserito “riscaldamento globale” e abbiamo spento la tv o concluso la discussione con le idee più confuse di prima? Questo accade perché l’argomento “clima” è estremamente scottante e intorno ad esso si condensa da quarant’anni un coacervo di spaventosi interessi economici di portata tale da far impallidire persino la rivoluzione industriale.

Infatti, i padroni del discorso – grande finanza internazionale, agenzie Onu, organizzazioni internazionali, ong, mass media e buona parte della comunità scientifica (per i motivi che vedremo più avanti) – costituiscono un mix così potente da orientare le politiche economiche delle nazioni piegandole a proprio uso e consumo verso scelte improntate alla cosiddetta “conservazione del clima”, dalle quali traggono enormi profitti nel senso più lato del termine.

Politiche di conservazione del clima che sarebbero incredibilmente ridicole se non fossero terribilmente drammatiche, e che presuppongono che gli otto miliardi di formichine che si affannano sulla superficie della Terra – ché tale è l’umanità nei confronti del pianeta – possano davvero incidere alcunché sulla variazione degli eventi naturali.

Il metodo scientifico sperimentale

Come vedete, ce n’è di carne a cuocere ma procediamo con ordine e, per non perdere la bussola nell’accesissimo dibattito sull’asserita “crisi climatica” così come su ogni altro dibattito scientifico, partiamo dai fondamentali: il metodo scientifico sperimentale, quello stesso metodo che consentì a Galileo Galilei, da solo contro tutta la classe degli “scienziati” dell’epoca, di dimostrare che è la Terra a girare intorno al Sole e non il Sole intorno alla Terra, e che è alla base di ogni altra scoperta scientifica da allora in poi. Vediamo quindi in cosa consiste la metodologia che fu messa a punto per la prima volta da Galileo in quel di Pisa nel lontano XVII secolo:

  1. Un dato fenomeno viene osservato in natura mediante una serie di rilievi sperimentali volti a quantificarne i termini. Ad esempio, se volessimo spiegare la legge del moto di un corpo lungo un piano inclinato, misureremmo la posizione e la velocità di quel corpo a istanti regolari mentre scivola sul piano inclinato. Si osserva cioè il fenomeno attraverso la quantificazione numerica dei suoi parametri fondamentali. Capite bene quindi quanto l’accuratezza e la precisione delle misure effettuate giochino un ruolo fondamentale per l’intera metodologia.
  2. Sulla base dei dati sperimentali raccolti, si formula un’ipotesi di modello matematico che giustifichi i dati e spieghi il fenomeno stesso.
  3. Una volta formulato il modello matematico che spiega bene quel primo insieme di osservazioni sperimentali, si fa una campagna di ulteriori osservazioni per verificare se quel modello spiega anche altre osservazioni di quello stesso fenomeno.
  4. Se il modello spiega anche le ulteriori osservazioni, esso è scientificamente validato; in caso contrario, esso va riformulato per tener conto dell’intero insieme di osservazioni fatte: il primo, quello che ha dato origine alla necessità di formulazione di un modello interpretativo, e i successivi.

Il processo quindi continua per iterazioni successive finché si giunge a una legge generale che interpreta tutte le osservazioni fatte fino ad allora e che, essendo quindi stata validata dall’esperienza, potrà essere usata anche per previsioni future.

Fino a quando la legge resta valida? Fino a quando non verranno osservati fenomeni non più spiegabili dalla teoria in corso che richiederanno una generalizzazione della teoria stessa che includa la precedente teoria come caso particolare.

La scienza cioè procede per generalizzazioni successive: la nuova teoria formulata deve necessariamente comprendere quella precedente come caso particolare e spiegare tutti i fenomeni osservati fino ad allora nonché quelli nuovi che hanno messo in crisi il modello precedente. L’esempio più classico è la teoria della relatività di Einstein che comprende la meccanica newtoniana come suo caso particolare quando le velocità dei corpi sono molto minori della velocità della luce.

E la climatologia?

Se guardiamo invece ciò che è stato fatto sul clima da quarant’anni a questa parte, ci accorgiamo immediatamente dello stravolgimento del metodo sperimentale ad opera di una certa parte della comunità scientifica.

Infatti, la formulazione dei modelli climatici è stata fatta partendo già col piede sbagliato in violazione del passo 1) della metodologia galileiana. Ciò in quanto, come già visto qualche mese fa, per la determinazione della temperatura media globale, si è fatto un gran calderone di:

  1. Stime di temperatura durante le epoche geologiche desunte da osservazioni indirette: letture al C14, misure di concentrazioni di gas intrappolate nei sedimenti, caratteristiche morfologiche dei fossili rinvenuti, ecc.: i cosiddetti “proxy”.
  2. Stime di temperatura in epoche più recenti effettuate osservando gli anelli di accrescimento degli alberi o fenomeni analoghi.
  3. Misure di temperatura prese con termometri a mercurio dal 1750 al 1950 circa.
  4. Misure di temperatura negli ultimi 70 anni effettuate con strumenti elettronici di precisione.

Capite bene che ciascuna di queste quattro tipologie di misure porta con sé errori di lettura via via maggiori nonché confidenza decrescente sulle letture a mano a mano che ci si allontana nel tempo. Pertanto, che senso ha mettere insieme pere con mele, cioè misure stimate indirettamente e con approssimazioni di parecchi °C con misure al contrario precise al centesimo di grado?

Inoltre, cosa ancor più importante, per quanto fitta possa essere la rete delle misure globali, e tralasciando pure per un attimo il problema delle vecchie stazioni di misura di campagna che sono col tempo finite inglobate nel tessuto cittadino, come viene calcolata la “temperatura media globale”? Gli algoritmi per la sua determinazione sono infatti del tutto ignoti ai non addetti ai lavori, e forse – a pensar male si fa peccato ma talvolta si indovina – anche a molti addetti ai lavori.

Ma i guai dei modelli climatici non finiscono qui: essi infatti sono in violazione anche del passo 3) della metodologia galileiana. Infatti, una volta formulato il modello e valutate le previsioni a medio termine della temperatura media globale, pur con tutti i suoi limiti, ai climatologi pare importi poco che poi i dati reali si discostino talvolta anche significativamente dalle loro previsioni.

Incredibile a dirsi, non solo sembra che non si preoccupino di apportare mere correzioni ai parametri dei modelli per rendere gli output numerici più simili ai dati sperimentali, ma ad essi sembra non sorgere nemmeno il dubbio – basilare per uno scienziato – che il modello possa non tener conto della complessità dei fenomeni fisici coinvolti e che quindi esso possa essere o troppo semplicistico oppure non considerare tutti i parametri rilevanti in gioco.

Un esempio per tutti: sembra incredibile ma i modelli climatici su cui si basa l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – l’agenzia intergovernativa Onu sul clima) per l’elaborazione dei suoi rapporti periodici con i quali fornisce le linee guida per le politiche “climatiche” degli Stati non tengono conto dell’effetto delle nubi sulla temperatura globale in quanto la loro evoluzione è troppo complessa per poter essere descritta nei modelli matematici. Sicché, la modellazione di una delle principali fonti al tempo stesso di schermaggio della radiazione solare e di causa dell’effetto serra, le nuvole appunto, che coprono mediamente il 60 percento della superficie terrestre, è esclusa dai modelli climatici in voga.

In tutta evidenza, l’approccio della climatologia “ufficiale” sembra quindi essere più affine a una dottrina pseudoreligiosa che scientifica: in altre parole, il modello deve dimostrare che a un aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera deve corrispondere un aumento della temperatura media globale, poco importa se questo sia supportato da dati sperimentali o meno.

Scienza a colpi di maggioranza

Un altro elemento cui si assiste con non poco sgomento quando si parla di clima è la tesi sostenuta dai seguaci del “clima-catastrofismo” secondo cui il 97 per cento – ma talvolta viene citato il 98 per cento o persino il 99 per cento – della comunità scientifica concorderebbe sull’origine antropica del cambiamento climatico (cioè che sia l’uomo a determinare il clima del pianeta), il che, secondo la loro logica fallace, conferirebbe automaticamente veridicità a questa tesi.

A parte la falsità di quella percentuale – verificato che non sia più grande del 30 percento o addirittura meno, tanto da dover parlare più correttamente di “scienza a minoranza” – ovviamente questa affermazione è in ogni caso del tutto priva di fondamento scientifico. Ricordiamo infatti che una tesi è scientificamente dimostrata quando essa non solo spiega tutte le osservazioni sperimentali attuali ma è in grado di prevedere l’evoluzione futura del fenomeno, e la veridicità della previsione è poi confermata a posteriori dai dati successivamente raccolti.

Sicché, il metodo scientifico se ne infischia del consenso tra gli scienziati o tra un altro qualsivoglia gruppo di individui, il che è esattamente l’opposto di quanto accade invece da quarant’anni con le previsioni fatte sulla base dei modelli climatici, sistematicamente smentite a posteriori dall’evoluzione reale del clima. Non starò qui a tediarvi citando questa o quella previsione rivelatasi poi errata ma le casistiche sono davvero innumerevoli e schiaccianti, come potete voi stessi facilmente consultare su internet.

Ad ulteriore confutazione di questa tesi bislacca, ove mai ce ne fosse ancora bisogno, è appena sufficiente ricordare che Galileo fu l’unico al suo tempo a sostenere che fosse la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa e che, se fosse valso anche allora questo bizzarro concetto di “scienza a maggioranza” – cosa che a onor del vero la Santa Inquisizione tentò invano in tutti i modi di far prevalere – oggi disquisiremmo ancora dei moti epicicloidali del Sole, dei pianeti e delle stelle di tolemaica memoria.

Terreno di scontro ideologico

Il clima è diventato quindi, a tutti gli effetti, terreno di scontro ideologico tra opposte fazioni. Il motivo è semplice: mai si era assistito nella storia recente a una mistificazione così ben congegnata, asservendo buona parte della comunità scientifica attraverso finanziamenti selettivi alle sole ricerche favorevoli alla narrazione. Il “trucco” utilizzato per far ciò è relativamente semplice, come abbiamo visto:

  • Si sono messi a punto nel tempo modelli matematici previsionali fatti apposta per dimostrare l’ipotesi che sia l’aumento di concentrazione della CO2 in atmosfera a determinare l’aumento della temperatura media della Terra, individuando così nella CO2 il nemico da abbattere.
  • Si sono prese le estrapolazioni computazionali a quarant’anni di quei modelli che, ricordiamo, senza dati sperimentali a supporto sono solo un puro divertissement numerico privo di qualsivoglia fondamento scientifico, e li si sono dati in pasto al mainstream sotto forma di raccomandazioni ai governi per perseguire politiche improntate alla riduzione o azzeramento della CO2 originata dalle attività antropiche.

La truffa climatica

Questa opera di mistificazione ha assunto i connotati di una vera e propria truffa ai danni dei popoli; essa consiste proprio nell’aver spacciato e nello spacciare tuttora quei risultati numerici come incombenti realtà che vengono utilizzate surrettiziamente per modellare le politiche degli Stati con impatti drammatici sul benessere di quegli stessi popoli che subiscono così interamente sulla loro pelle le conseguenze nefaste di queste politiche pseudoscientifiche.

Qualora non fosse ancora sufficientemente chiaro, a trarne vantaggio è chi, mettendo in atto politiche predatorie a livello “glocal”, come amano dire quelli bravi, realizza profitti inimmaginabili sull’implementazione delle politiche di cosiddetta “decarbonizzazione” che sono del tutto inefficaci sul clima – e come potrebbe essere diversamente, del resto? – ma estremamente efficaci a moltiplicare i guadagni.

Quanto ai motivi che spingono invece gli altri attori di questa ignobile farsa globale a recitare la loro parte in commedia, questi sono i più disparati: si va dalla buona fede di buona parte degli attivisti alla vanagloria di tanti accademici che si beano di sentirsi parte di un’élite selezionata che porta finanziamenti alle proprie ricerche, le quali fanno a loro volta accrescere il loro prestigio all’interno di quelle stesse élites in una perversa spirale di autoreferenzialità.

Fino al malevolo intento transumanista di imporre il controllo su ogni attività umana con l’uso massiccio della tecnologia, tesi quest’ultima definita “complottista” dal mainstream ma in fin dei conti non così peregrina, visti i deliranti convegni di organizzazioni internazionali che pretenderebbero di stabilire le linee guida dell’evoluzione umana, prima tra tutte il WEF (World Economic Forum) capitanato da quell’improbabile personaggio che sembra uscito da un racconto di Ian Fleming e che va sotto il nome di Klaus Schwab.

Insomma, il clima condensa intorno a sé un campionario variegato di personaggi dagli interessi più disparati e, soprattutto, una mole di soldi inimmaginabile. Ma la truffa è relativamente facile da svelare, volendolo: basta ripercorrere a ritroso le previsioni del passato e confrontarle con quella che è stata l’evoluzione reale del clima, e allora ci rendiamo conto che la realtà è stata di gran lunga migliore persino dei più ottimistici scenari ipotizzati via via nel tempo.

Biochimica

Infine, c’è una considerazione di carattere biochimico che taglia la testa al proverbiale toro: la quantità di CO2 che si palleggiano l’atmosfera, gli oceani e le terre emerse è circa 20 volte superiore a quella prodotta dalle attività umane. Parliamo infatti di circa 37 miliardi di tonnellate l’anno di CO2 prodotta dall’uomo nei confronti di circa 750 miliardi di tonnellate l’anno di CO2 che transitano negli scambi tra atmosfera, oceani e terre emerse.

La CO2 prodotta dall’uomo è quindi il 5 per cento circa del totale che circola in natura. Sicché, i sostenitori del riscaldamento globale dovuto alla CO2 di origine antropica dovrebbero spiegare perché solo il 5 per cento degli scambi gassosi sarebbe responsabile di tutto il riscaldamento globale mentre il restante 95 percento non inciderebbe in alcun modo su di esso. Inutile dire che mai nessuno di costoro ha mai nemmeno tentato di fornire una spiegazione plausibile a questo controsenso logico.

Gli errori di comunicazione

La demonizzazione della CO2 è così pervasiva che ormai è entrata a far parte del bagaglio di idee acquisite anche da parte di coloro che invece sono critici su tali teorie. Come dicono gli esperti di scienze sociali, si è aperta una “finestra di Overton” – anzi, per meglio dire, un portone di Overton, a giudicare dalla vastità del danno comunicativo – che nessuno è più in grado di richiudere.

Vorrei quindi fornire un modesto vademecum in quattro punti a tutti coloro che, come me, sono scettici sull’origine antropica dei cambiamenti climatici, allo scopo di non incorrere in errori logici e comunicativi.

(1) La CO2 non è un inquinante

Il primo punto su cui vorrei richiamare la vostra attenzione è il messaggio mistificatorio che passa a tutti i livelli comunicativi in merito al fatto che la CO2 venga definita come inquinante. Dobbiamo al contrario tenere sempre presente che la CO2 è il gas grazie al quale è stata resa possibile la vita sulla Terra per come noi la conosciamo. La molecola di anidride carbonica è infatti il trait d’union tra chimica inorganica e chimica organica, la materia prima indispensabile per la più straordinaria delle trasformazioni chimiche – il passaggio dai composti inorganici agli zuccheri – che avviene all’interno della foglia grazie al processo di fotosintesi clorofilliana.

Peraltro, la concentrazione odierna di CO2 in atmosfera, lo 0,0418 percento, è non di molto superiore al limite inferiore di morte biologica, fissato dai botanici intorno allo 0,015 percento, al di sotto del quale il processo di fotosintesi si interromperebbe e la materia organica sarebbe destinata in breve tempo a scomparire sulla Terra. In virtù di tutto questo, quindi, come può il gas naturale artefice della vita essere considerato un inquinante?

(2) Non c’è alcuna prova scientifica che la CO2 sia responsabile dei cambiamenti climatici

Un altro errore piuttosto comune in cui incorrono anche i detrattori del riscaldamento globale di origine antropica è quello di lasciarsi andare a incipit del tipo: “Premesso che la riduzione della CO2 è necessaria per contenere il cambiamento climatico, …”, quasi a volersi giustificare in maniera preventiva.

Invece, proprio da quanto visto in precedenza in merito alla fallacia dei modelli climatici, è chiaro l’esatto opposto: non vi è alcuna prova scientifica che la CO2, alle concentrazioni odierne, sia responsabile dei cambiamenti climatici. Al contrario, se non vi fosse l’effetto serra sulla Terra determinato in primo luogo dal vapore acqueo – sì, proprio quello che i modelli climatici non considerano affatto – e in seconda battuta dalle tracce degli altri gas serra presenti in atmosfera tra cui anche la CO2, il nostro pianeta sarebbe il regno del freddo e completamente inospitale per la vita. La sua temperatura media sarebbe infatti -18 °C anziché i +15 °C circa odierni.

Il riscaldamento globale è semmai auspicabile per facilitare la vita vegetale sulla Terra e, quindi, poter sfamare un maggior numero di individui.

Pertanto, in netta controtendenza con la famosa finestra di Overton di cui sopra, sarebbe semmai auspicabile che l’effetto serra aumenti ancora e renda ospitali anche le lande oggi più desolate così che l’incipit giusto dovrebbe semmai essere del tipo: “Premesso che un aumento della temperatura media globale e della concentrazione di CO2 in atmosfera sarebbero altamente auspicabili per la vita sulla Terra, …”

(3) Le discussioni su quale Paese emetta più o meno CO2 sono inutili e dannose

Sempre più spesso si assiste a discussioni surreali su quale Paese emetta più CO2 rispetto agli altri, attribuendo a Cina e India questa presunta colpa grave.

Non ci stancheremo mai di ripetere che l’assunto secondo il quale un aumento della concentrazione della CO2 in atmosfera provochi un conseguente aumento della temperatura media globale secondo uno stretto rapporto di causa-effetto è un dogma pseudoreligioso ben lungi dall’essere mai stato nemmeno lontanamente scientificamente dimostrato. Inoltre:

  1. Il valore delle emissioni di CO2 globali cresce con il crescere del livello di progresso globale e del numero di individui nel mondo che possono godere di un tenore di vita soddisfacente. Il motivo è semplice: il benessere richiede energia e quella dei combustibili fossili è quella di più efficace utilizzo per via delle elevate densità di energia ad essi associate.
  2. Per le emissioni di CO2 possiamo pertanto definire una sorta di “principio di conservazione delle emissioni a parità di benessere globale” che equivale a dire che, dato un certo livello di progresso tecnologico, di stile di vita, di consumi e di numero di persone che possono accedervi, la quantità totale di emissioni di CO2 funzionale a garantire tutto questo resta determinata di conseguenza, quali che siano i Paesi emettitori. In altre parole, oggi la Cina è il principale emettitore di CO2 per il semplice motivo che, dopo il suo ingresso nel 2001 nel WTO e la conseguente riduzione significativa dei dazi da e per quel Paese, essa è diventata in breve tempo il produttore di tutte le merci del mondo per via del bassissimo costo della manodopera e della gestione molto “disinvolta” delle tematiche di sicurezza sul lavoro e di diritti dei lavoratori. Ove mai in futuro dovessimo riportare in Occidente una parte delle produzioni demandate oggi alla Cina, la quota parte di CO2 emessa per via di quelle produzioni si sposterebbe anch’essa di pari passo dalla Cina verso l’Occidente, così che la quantità totale di CO2 emessa globalmente si manterrebbe la medesima.
  3. L’ultimo ma non meno importante fattore che determina l’aumento delle emissioni globali di CO2 è, oltre all’accesso al benessere di un numero sempre maggiore di individui, la costruzione massiccia di impianti di generazione di energia cosiddetta “rinnovabile”. Sembra un paradosso ma non lo è affatto, dal momento che:
  1. Le densità di energia ottenibili con le tecnologie rinnovabili sono di gran lunga più basse, di circa due ordini di grandezza, rispetto alle tecnologie di generazione di energia basate sui combustibili fossili o su quelle nucleari.
  2. Di conseguenza, i fabbisogni di materie prime necessari per le tecnologie rinnovabili sono di due ordini di grandezza superiori a quelle “fossili” o nucleari.

Ne deriva che le emissioni di CO2 emesse per la costruzione di un impianto di generazione di energia cosiddetta “rinnovabile” vengono a stento compensate da quell’impianto nel corso della sua intera vita, così che il bilancio complessivo delle emissioni di CO2 si mantiene negativo per più del 60 per cento del loro ciclo di vita, come dimostrammo qualche mese fa in proposito dei pannelli fotovoltaici.

Pertanto, le discussioni su chi emetta più o meno CO2 non solo sono del tutto sterili ma rafforzano l’implicito retropensiero secondo cui la CO2 sarebbe realmente un problema, cosa che invece abbiamo visto essere destituita di ogni fondamento scientifico. Dovremmo semmai acquisire sempre maggiore consapevolezza del fatto che essa sia del tutto benvenuta per un mondo più verde, beninteso di vegetazione e non di inutili tecnologie “green”, al contrario così devastanti per l’ambiente.

(4) La CO2 non si cattura in maniera permanente con la vegetazione

Un ultimo errore che vorrei stigmatizzare è quello a cui tanti detrattori del clima-catastrofismo si lasciano andare prestando così il fianco a fin troppo facili critiche. Gli alberi e, in generale, la vegetazione non catturano la CO2 in maniera permanente.

Il motivo è semplice: qualunque essere vivente, al termine del proprio ciclo di vita, restituisce al pianeta esattamente gli stessi elementi chimici di cui è composto e che ha “preso a prestito” in vita. È il “memento homo” biblico o, se volete, il celeberrimo “principio di conservazione della massa” formulato per la prima volta nel 1789 dal chimico francese Antoine-Laurent de Lavoisier.

Nella fattispecie, quando la sostanza vegetale si decompone o viene bruciata (ad esempio, come legna da ardere), essa rilascia in natura tutti gli elementi chimici di cui è composta, ivi compresa la CO2 che era stata catturata e imprigionata in vita nelle fibre vegetali stesse.

Tuttavia, ancor più grave dell’errore biochimico è quello logico sotteso da tale affermazione: sforzarsi infatti di immaginare una qualunque “soluzione” per ridurre la CO2 equivale, dal punto di vista logico, ad attribuire implicitamente ad essa il potere di incidere realmente sul clima del pianeta, cosa che, alle concentrazioni irrisorie in atmosfera odierne (0,0418 percento) e di parecchi millenni a venire, visto il suo ritmo di crescita infinitesimale, è destituita di qualunque fondamento scientifico.

Conclusioni

Per concludere questo excursus, evitiamo sempre di adagiarci sulla narrazione della “CO2 cattiva”, di “CO2 più, CO2 meno” ed evitiamo in generale di confrontarci su questo terreno che, seppur contestandola, equivale a legittimare implicitamente la tesi del cambiamento climatico di origine antropica: non è il nostro gioco, non è la nostra partita e non è nemmeno il nostro sport. Buona CO2 a tutti!

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