Le elezioni regionali dovrebbero essere il momento più alto di partecipazione popolare. Eppure, in Italia, sono sempre più lo spettacolo stanco di una politica che si misura non su idee e progetti, ma su accordi di palazzo, compromessi al ribasso e calcoli dinastici.
In Campania si tratta più di successioni familiari che di programmi. In Puglia la partita sembra un braccio di ferro personale, dove chi ha consenso lo usa come arma di ricatto. Si resuscitano persino i “reduci” del passato. In Veneto, tra sorrisi e cene di vertice, il tema vero non è l’autonomia dei territori ma la sopravvivenza di equilibri interni ai partiti. L’impressione è che tutto si muova in funzione del potere, mai dei cittadini.
Il terzo mandato
E qui arriva la questione del terzo mandato: l’idea che un bravo amministratore non debba fermarsi dopo due giri consecutivi. Una suggestione seducente, ma pericolosa. La democrazia non è costruita sui “salvatori della patria”, ma su regole che garantiscono ricambio, trasparenza e limiti al potere personale.
In questo scenario prende forza la domanda sul terzo mandato. “Se un amministratore è bravo, perché fermarlo?” — si dice. Ma la democrazia non è il culto dell’uomo forte: è ricambio, limiti, alternanza. Senza, il territorio diventa un feudo e il consenso una moneta da scambio.
Allungare i mandati non significa garantire stabilità: significa cristallizzare i feudi, rafforzare le clientele, trasformare i presidenti di regione in piccoli monarca locali. La Consulta lo ha ribadito: due mandati sono il limite fisiologico, perché la Repubblica non può piegarsi alla volontà dei feudatari di turno.
Ricambio necessario
Il problema, però, va oltre la norma. È una democrazia fragile, quella che vediamo oggi: in mano a lobby silenziose, a comitati d’affari, a partiti che si dilaniano non su come affrontare le emergenze dei cittadini, ma su chi deve sedersi sulla poltrona più alta. Le decisioni non nascono dall’ascolto del popolo, ma da accordi sotterranei. E quando il consenso diventa merce di scambio, l’interesse collettivo sparisce.
La politica italiana avrebbe bisogno di un ricambio profondo, di nuove energie, di visioni capaci di guardare oltre i confini del proprio feudo. Invece resta intrappolata in un eterno presente, fatto di lobby e calcoli personali.
Il risultato? Una democrazia che non ha più il popolo al centro, ma chi dal popolo trae forza per poi usarla contro di esso.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


