C’è chi combatte il caro vita, chi si preoccupa del declino industriale, chi prova a capire come rendere la sanità meno simile a un pronto soccorso di Beirut. E poi c’è Antonella Bundu, che vede un nemico molto più insidioso: la “bianchezza”. Non il razzismo in quanto tale, non la discriminazione reale, concreta, ma la bianchezza come concetto astratto, come costruzione teorica. Una nemesi metafisica che va – dice lei – “smantellata”. “Smontata”. “Disarticolata”.
Lo ha detto senza esitazioni, come se stesse indicando la priorità numero uno della Regione Toscana. Non infrastrutture, non lavoro, non sicurezza, non servizi sociali: no, occorre “smantellare, smontare, disarticolare” la bianchezza. Per farlo, bisognerebbe capire se sia previsto un appalto, un superbonus o un cacciavite da distribuire casa per casa. Perché il linguaggio non è politico ma meccanico, come se la società fosse un motore e la pigmentazione un bullone da svitare.
Una nuova astrologia
Dietro questo lessico c’è la Critical Race Theory, il vangelo woke che ha conquistato cattedre universitarie e cervelli annoiati. La sua genialità, per così dire, sta nella semplicità: il mondo è diviso in oppressori e oppressi, e la linea di faglia è il colore della pelle. Se sei bianco, sei l’erede diretto dei colonizzatori di 300 anni fa, anche se lavori come magazziniere a stipendio minimo. Se non sei bianco, sei vittima, anche se hai tre case, due Suv, un conto a sei zeri e la villa a Dubai. È il marxismo per pigri, con meno economia e più melanina.
La sua assurdità salta agli occhi. Immaginiamo due bambini nati nello stesso quartiere degradato, uno bianco e uno nero. Per la CRT, il primo è già colpevole, il secondo già assolto. La povertà, l’ingiustizia sociale, i mille drammi che pesano su entrambi, spariscono. L’unico criterio che conta è la pigmentazione. Non è analisi sociale, è una nuova astrologia: invece di Toro e Capricorno, abbiamo Bianco e Non Bianco. La differenza è che almeno gli astrologi fanno divertire: i teorici della CRT, no.
L’obiettivo è dividere
Ma la faccenda è più seria. Perché questa logica binaria non resta confinata nei seminari accademici: viene trasformata in arma politica. L’obiettivo non è la giustizia, ma la divisione. Creare fratture, produrre risentimento, mobilitare elettorati attraverso l’odio travestito da emancipazione. In questo senso la CRT è geniale: non promette soluzioni, ma eterni conflitti. Non libera le persone, le incatena a un’identità.
È qui che Antonella Bundu diventa utile. Non perché abbia davvero intenzione di “smantellare” qualcosa – se non un paio di conferenze stampa – ma perché fornisce il lessico perfetto a chi vuole alimentare un eterno presente di rancori. Il razzismo reale, concreto, viene sostituito da un razzismo teorico, infinito, che non può mai essere risolto, solo denunciato. Ogni volta che diminuisce, lo si re-inventa, lo si riscopre, lo si ingigantisce. È una mucca da mungere, un business, un investimento a rendimento garantito.
Il risultato? Una società che non parla più di problemi comuni, ma di identità contrapposte. Lavoratori che potrebbero riconoscersi nella stessa condizione vengono separati dal nuovo Muro di Berlino cromatico: da una parte gli oppressori, dall’altra gli oppressi. E chi decide chi è chi? Gli intellettuali che predicano dai pulpiti universitari o dai palchi dei festival progressisti. È una ricetta perfetta per la frammentazione: anziché una cittadinanza comune, una costellazione di tribù.
Arma di distrazione
Naturalmente, la retorica aiuta. “Smantellare la bianchezza”: uno slogan da manuale di pubblicità. Tre parole che non significano nulla ma suonano radicali, moderne, internazionali. È il tipo di frase che ti fa guadagnare applausi a Capalbio Libri e qualche citazione sui giornali amici. Poi, quando si passa alla pratica, scopri che non puoi smontare il concetto di bianchezza come fosse un armadio dell’Ikea. Ma intanto l’attenzione mediatica è conquistata.
E mentre Bundu sogna la rivoluzione antropologica, la società reale va avanti: famiglie che faticano a pagare le bollette, giovani che emigrano, ospedali stracolmi e paralizzati e infrastrutture che cadono a pezzi. A loro non importa nulla della bianchezza. Vorrebbero semmai che qualcuno smontasse la burocrazia, non la pigmentazione. Che qualcuno disarticolasse il fisco, non il Dna.
Eppure, la CRT funziona proprio così: distoglie lo sguardo dai problemi reali per concentrarlo su fantasmi ideologici. È un diversivo perfetto per chi non sa governare ma sa dividere. Bundu e i suoi simili non combattono il razzismo: lo tengono in vita, lo imbalsamano, lo espongono in vetrina come souvenir politico. Non emancipano, amministrano conflitti.
Pantomima ideologica
Alla fine, resta l’immagine grottesca: una candidata che brandisce il cacciavite della giustizia sociale e promette di smontare la “bianchezza”. Una crociata ridicola che non rende più uguali, ma più diffidenti. Un’operazione chirurgica senza bisturi, che lascia solo cicatrici.
Alla Bundu la tanto vituperata bianchezza non ha tolto nulla: l’ha accolta, l’ha fatta studiare, l’ha fatta diventare perfino candidata in Regione. Altro che oppressione: senza questa società “bianca”, oggi nessuno saprebbe nemmeno chi sia.
E allora, forse, il problema non è la bianchezza. È la miopia politica. Una malattia che non distingue più tra ciò che serve ai cittadini e ciò che serve alla propaganda. E che trasforma ogni lotta nobile – quella contro il razzismo vero – in una pantomima ideologica. Alla quale possiamo anche ridere. Ma ricordandoci che dietro la comicità c’è la tragedia di una politica incapace di dire cose serie.
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