Non è critica politica. È costruzione artificiale del sospetto. La polemica sul taglio delle accise disposto dal governo Meloni per contenere l’aumento dei prezzi dei carburanti, presentato come strumento per orientare il voto sul referendum costituzionale, non nasce da un’analisi dei fatti. Nasce da un’esigenza: creare un racconto alternativo quando la realtà non è utile.
Perché la realtà, in questo caso, è fin troppo chiara. I carburanti hanno registrato aumenti significativi, spesso non giustificati da dinamiche strutturali trasparenti. Aumenti che si sono riversati su tutto: trasporti, prezzi al consumo, logistica, vita quotidiana. Non è un tema astratto. È il pieno che costa di più, ogni giorno.
Di fronte a questo, intervenire per ridurre i prezzi non è un gesto simbolico, né una concessione elettorale. È una risposta – imperfetta quanto si vuole, ma concreta – a un problema reale. Ed è esattamente ciò che si chiede alla politica: agire quando serve.
Lo spin delle opposizioni
E invece no. Si preferisce insinuare. Si preferisce dire che non è una misura economica, ma una leva di consenso. Che non è una risposta al caro carburanti, ma una mossa per il “Sì”. È una narrazione comoda, perché evita il merito. Non si discute più se l’intervento sia giusto, efficace, sostenibile. Si insinua che sia falso nelle intenzioni.
È un gioco logoro, ma ancora efficace: spostare il piano dal fatto all’intenzione. Così ogni decisione diventa sospetta, ogni intervento diventa manipolazione, ogni scelta diventa propaganda.
Ma se tutto è propaganda, allora nulla può più essere reale. E qui sta il punto. Chi oggi grida alla manovra elettorale come propaganda strumentalizzata per il Sì, sta dicendo, implicitamente, che la politica non può intervenire su un’emergenza economica se esiste un appuntamento elettorale all’orizzonte. Che ogni atto, in quel contesto, è automaticamente delegittimato. È una posizione insostenibile, prima ancora che strumentale.
La vera propaganda
Perché allora bisognerebbe chiedersi: quando dovrebbe agire la politica? Solo quando non rischia di essere accusata? La verità è che questa polemica non serve a chiarire. Serve a confondere. Serve a spostare l’attenzione, a costruire un sospetto dove c’è un dato concreto: il costo dei carburanti è aumentato e qualcuno ha deciso di intervenire. Tutto il resto è narrazione. E la narrazione, quando sostituisce i fatti, non è più informazione. È propaganda. Quella sì, lo è.
La verità, in questo caso, è meno ambigua di quanto si voglia far credere: si è scelto di intervenire tagliando momentaneamente le accise sui carburanti per attenuare una impennata dei prezzi dovuta al conflitto in Medio Oriente, che si spera, anch’esso, momentaneo. È un fatto.
Attribuire a questo fatto un’intenzione diversa non lo rende più complesso. Lo rende solo meno leggibile. E quando per spiegare la realtà serve forzarla, il problema non è la realtà. È la narrazione.
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