Politica

Toscana, c’è solo un po’ di Giani in questa “Giunta Schlein”

Una giunta "identitaria" battezzata da Roma, con la retorica di un nuovo corso e la fisionomia del vecchio potere. Il socialismo amministrativo si è trasformato in progressismo ornamentale

Schlein Giani Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

C’è un filo rosso – o forse rosa sbiadito – che unisce le stagioni della sinistra toscana: la retorica del cambiamento e la sostanza del compromesso. L’ultima Giunta Giani, appena varata, ne è la prova plastica. Un governo regionale che si proclama nuovo, giovane, inclusivo, ma che dentro di sé conserva il Dna più stanco e autoreferenziale del Partito democratico.

Elly Schlein l’ha voluta “identitaria”, Roma l’ha benedetta, ma a guardarla da vicino è difficile non vedere quanto pesi ancora la mano del presidente – e quanto, paradossalmente, il presidente stesso sia diventato ostaggio del suo partito. Il risultato è un organismo ibrido, con la retorica di un nuovo corso e la fisionomia del vecchio potere.

Il riformista che ha smesso di riformare

Eugenio Giani non nasce dentro la Ditta, ma dentro la tradizione socialista riformista. Un tempo parlava la lingua del lavoro, della concretezza, della mediazione laica. Era l’erede naturale di una sinistra di governo, capace di fare più che di promettere. Oggi, invece, sembra essersi smarrito dietro il vocabolario della segreteria Schlein – simboli, quote, immagine – cedendo quella spina dorsale pragmatica che lo aveva reso riconoscibile.

Il suo socialismo amministrativo si è trasformato in progressismo ornamentale. Non più riforme, ma storytelling; non più visione, ma rappresentanza di facciata. La nuova giunta sembra costruita non per governare, ma per piacere.

Rottamato il riformismo

Renzi voleva rottamare la Ditta. Ora la Ditta ha rottamato il riformismo. Vale la pena ricordarlo: Matteo Renzi, toscano e ambizioso, aveva promesso di rottamare la vecchia Ditta del Pd, quella fatta di apparati, correnti e calcoli di corridoio. Dieci anni dopo, la Ditta è ancora lì – più viva che mai – mentre Renzi è politicamente altrove, e le sue dimissioni hanno lasciato un vuoto che il partito ha riempito con ciò che sa fare meglio: l’autoconservazione.

A causa di quella rottamazione mai compiuta, oggi ci ritroviamo questa robaccia travestita da rinnovamento: giunte, nomine e segreterie più attente agli accordi, all’estetica del cambiamento che alla sostanza delle idee. Renzi ha rottamato tutto, tranne il sistema. E quel sistema oggi è tornato a guidare la Toscana sotto mentite spoglie.

Dal socialismo toscano al centralismo romano

C’è una distanza abissale tra la Toscana del riformismo e quella attuale: una volta laboratorio politico, oggi showroom di marketing progressista. Giani, che aveva incarnato la sinistra amministrativa, si è allineato ad una linea nazionale che non parla più toscano: una lingua fatta di slogan, quote e fedeltà di corrente. Roma detta, Firenze esegue.

Così, tra una vicepresidente di 23 anni usata come manifesto e un mosaico di assessori scelti per placare equilibri interni, la Giunta Giani diventa la sintesi di un declino politico raffinato ma inesorabile: la forma del rinnovamento che nasconde la sostanza del ritorno.

Socialismo in ostaggio

C’è un po’ di Giani in questa “Giunta Schlein”, ma sempre meno Giani in Giani stesso. Il presidente che un tempo parlava di riforme oggi si ritrova a firmare compromessi. L’uomo che doveva tenere alta la bandiera del socialismo toscano, del riformismo democratico, è finito a rappresentare una sinistra addomesticata, controllata da Roma e guidata da simboli più che da idee. Renzi voleva cambiare tutto, ma ha lasciato campo libero a chi ha cambiato soltanto la carta intestata.
E così, tra i rottami della rottamazione e la resa del riformismo, resta una Giunta che di valore ha solo l’accordo del “campo largo”, ricatto per proseguire nel mandato regionale, ma che non appartiene né alla storia di Giani, né alla tradizione toscana. Solo a quella, eterna, sopravvivenza del potere che il socialismo riformista avrebbe dovuto, almeno una volta, saper mettere in discussione.

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