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La fascistizzazione dell’avversario: l’abuso dell’accusa di fascismo da parte della sinistra, in un libro di Emilio Gentile

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Se distacchiamo il fascismo dal suo significato storico, chiunque può essere etichettato come fascista, paradossalmente, anche chi il fascismo l’ha combattuto con le armi

Lo storico Renzo De Felice, uno dei maggiori studiosi del fascismo, nel 1976 affermò di avere l’impressione che tanti intellettuali “votino comunista nel timore di perdere la qualifica di uomini di cultura”. Sono passati più di quarant’anni e la situazione non è cambiata, addirittura sembra peggiorata. A sinistra c’è ancora chi ha la presunzione di classificare quelli di destra come dei bifolchi, c’è una forma – come la chiama Marcello Veneziani – di “razzismo etico”, chi è di sinistra si considera aprioristicamente superiore, eticamente, culturalmente e politicamente, senza doverlo dimostrare. Per squalificare chi sta dall’altra, si fa ricorso alla sempreverde etichetta di “fascista”.

L’utilizzo spropositato di questa parola, l’ha svuotata totalmente di senso. Per tale motivo è necessario chiedersi “chi è fascista”? Questo è il titolo di un libro-intervista, pubblicato nel 2019 da Laterza, di uno studioso del fascismo, Emilio Gentile, allievo di De Felice.

Lo storico chiarisce fin dall’inizio:

Non credo che abbia alcun senso, né storico, né politico, sostenere che oggi c’è un ritorno del fascismo in Italia, in Europa o nel resto del mondo. Prendiamo il caso italiano, dove l’allarme per il ritorno del fascismo risuona più acuto. Tanto che è tornato in circolazione, con successo, un saggio di Umberto Eco intitolato “Il fascismo eterno”. Penso però che la sua lettura potrebbe produrre effetti opposti a quelli che l’autore si proponeva quando avvertiva che il ‘fascismo eterno’ “può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti”, e il “nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. Dobbiamo però precisare che il saggio è una conferenza tenuta da Eco a un pubblico statunitense il 25 aprile 1995, nella ricorrenza della festa della Liberazione, che celebrava la vittoria dell’antifascismo sul fascismo. E ti ricordo che la ricorrenza cadeva proprio nel momento in cui per la prima volta, l’anno precedente, erano entrati a far parte del governo italiano i dirigenti di un partito che per mezzo secolo aveva proclamato di essere l’erede e il continuatore del fascismo. Questo avvenimento spiega l’allarme per il ritorno del fascismo, proprio nell’anniversario della Liberazione.

Umberto Eco scrive una lista di caratteristiche tipiche di quello che chiama l’Ur-Fascismo, o il fascismo eterno. “Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista”. Di questa lista fanno parte il richiamo alla tradizione, la paura della differenza, il razzismo, il disprezzo per la cultura, il machismo e più in generale l’intolleranza. Tra le righe si legge che nei partiti di destra – secondo Eco – ci sono tracce di fascismo. Le categorie individuate dallo scrittore piemontese sono molto generali e di conseguenza soggette a libera interpretazione, ad esempio per essere considerato razzista (=fascista) basta reclamare un freno all’immigrazione di massa.

Gentile puntualizza sulla parola “eterno”:

Introdurre l’eternità nella storia umana, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, sia pure con le migliori intenzioni, comporta una grave distorsione della conoscenza storica. Senza poi considerare che tale attributo di eternità è riservato soltanto al fascismo, perché non circolano tesi sul “giacobinismo eterno”, il “liberalismo eterno”, il “nazionalismo eterno”, il “socialismo eterno”, il “comunismo eterno”, il “bolscevismo eterno”, l’“anarchismo eterno”, e così via. In realtà, la tesi dell’eterno ritorno del fascismo si basa sull’uso di analogie, che solitamente producono falsificazioni nella conoscenza storica. Per restare in tema del fascismo, facciamo l’esempio dell’analogia fra l’organizzazione gerarchica della Chiesa cattolica, con la figura carismatica del pontefice al vertice, e l’organizzazione gerarchica del regime fascista, con la figura, altrettanto carismatica, del duce al vertice. Dall’analogia potrebbe derivare la tesi che la Chiesa cattolica è una organizzazione di tipo fascista, e il regime fascista è una organizzazione di tipo cattolico. L’esempio non è paradossale perché, col metodo dell’analogia, si è effettivamente applicato alla Chiesa il termine di “totalitarismo”, coniato dagli antifascisti per definire il fascismo al potere. La pratica dell’analogia è molto diffusa nelle attuali denunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di “astoriologia”, come possiamo chiamarla, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali.”

Questa ossessione per il fascismo è di vecchia data:

Già all’indomani della Liberazione, il 29 aprile 1945, l’esponente socialista aveva denunciato l’esistenza di un nemico “più insidioso” del fascismo appena sconfitto, cioè “il fascismo camuffato e mimetizzato sotto spoglie antifasciste e magari democratiche”. Come vedi, questa denuncia anticipava di cinquanta anni la tesi dell’eterno ritorno del fascismo sotto altre spoglie. Furono soprattutto i comunisti a mettere in guardia contro la persistenza del fascismo nell’Italia governata dalla Democrazia cristiana. Palmiro Togliatti, segretario generale del Partito comunista, sosteneva nel 1952 che “il fascismo, nel periodo attuale della nostra vita nazionale, è qualcosa di sempre presente, come pericolo e minaccia che incombe sopra di noi”, perché il “proposito di tornare a una egemonia reazionaria del vecchio tipo liquidando anche le forme della democrazia è presente nel ceto dirigente capitalistico in misura più larga di quanto non si creda […] nell’interesse della conservazione sociale in generale e dell’imperialismo americano in particolare. […]. Per tutto questo il fascismo è tuttora presente come pericolo e minaccia seria, e bisognerà avere occhi aperti e animo vigilante per non esserne travolti”. L’allarme di un pericolo del fascismo è risuonato periodicamente durante settanta anni, in momenti di gravi conflitti sociali, “strategia della tensione”, tentativi di colpo di Stato, terrorismo neofascista, per arrivare fino ai giorni nostri.”

Il professore scrive chiaramente che se distacchiamo il fascismo dal suo significato storico, chiunque può essere etichettato come fascista, paradossalmente, anche chi il fascismo l’ha combattuto con le armi.

Se sono fascisti tutti coloro che presentano le caratteristiche che tu hai descritto, dal primato dello Stato sovrano all’esaltazione del popolo, all’invocazione dell’uomo forte, allora erano fascisti i giacobini, i patrioti che hanno lottato per avere uno Stato indipendente e sovrano, gli americani che hanno votato per ben tre volte l’elezione di Franklin D. Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti, i britannici che hanno acclamato Churchill premier nella guerra contro Hitler, e i francesi che dal 1959 al 1969 hanno eletto De Gaulle capo dello Stato. Insomma, se non vogliamo fare dell’astoriologia, non possiamo prescindere dal fascismo storico per definire chi è fascista, o usare il termine “fascista” per movimenti politici che non presentano affatto le caratteristiche peculiari, o hanno addirittura caratteristiche opposte del fascismo storico, cioè del fenomeno politico che ha impresso il suo marchio nella storia del Novecento, imponendosi in Italia negli anni fra le due guerre mondiali come partito milizia, regime totalitario, religione politica, irreggimentazione della popolazione, militarismo integrale, preparazione bellicosa all’espansione imperiale, e diventando un modello per altri partiti e regimi sorti nello stesso periodo in Europa, per finire poi
travolto e distrutto dalla disfatta militare nel 1945.

E concludiamo con le parole di Gentile:

Non possiamo accettare la formula astoriologica della storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre-ritorna-in-altre-forme. E neppure possiamo inventarci periodicamente una nuova definizione di fascismo, per denunciare chi è il fascista di turno. Se così facessimo, imiteremmo Karl Lueger, il popolare sindaco razzista e antisemita di Vienna dal 1897 al 1910, il quale affermava: “decido io chi è ebreo”, riformulando questa dichiarazione in modo diverso: “decido io chi è fascista”.