Cultura

Leone XIV e le radici liberali del cristianesimo occidentale

Non è importante chiedersi se sarà progressista o conservatore, ma se sarà capace di non assolutizzare questa o quella posizione, di non affrontare in maniera manichea i problemi del mondo

Papa Leone XIV Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

I candidati al soglio pontificio non fanno campagna elettorale, non presentano programmi a priori dai quali si possa cercare di prevedere le loro mosse: anzi non di rado, come nel caso dell’elezione di Robert F. Prevost (ora Leone XIV) la scelta ricade su un outsider, praticamente sconosciuto al grande pubblico.

Le manovre elettorali del conclave si svolgono al riparo dalla pubblicità (per chi ci crede grazie all’intervento dello Spirito Santo) e rimangono formalmente oscure, salvo poi trapelare con il tempo, spesso mostrando (è inevitabile) tutta la loro umanità. Di conseguenza, la prima domanda che i mass media si sono posti, andando ad indagare sulla sua carriera e sulle sue dichiarazioni passate è stata se il nuovo pontefice possa essere considerato un progressista, magari allineato sulle posizioni del suo predecessore Francesco I, o un conservatore, magari allineato sulle posizioni del suo connazionale il presidente Donald Trump.

La visione cristiana della realtà

Chi scrive, pur comprendendo le ragioni di chi si pone questi interrogativi, pensa invece che il porre questo tipo di alternativa corra il rischio, soprattutto se riferita ad un leader religioso, di portare ad una contrapposizione troppo manichea, simile a quella che si ha nel dibattito politico, con una parte che non solo tende a contrastare (come è giusto che sia) l’altra, ma cerca addirittura di tacitarla, di escluderla dalla competizione elettorale e dalla vita sociale.

L’esempio quanto accaduto recentemente in Germania ai danni del partito di destra AfD è estremamente significativo di questa mentalità. Peraltro, a questa eccessiva contrapposizione oggi di moda, solo una modifica culturale e prima ancora spirituale può porre rimedio, e in questa modifica proprio le chiese cristiane (non solo quella cattolica) possono giocare un ruolo decisivo, recuperando le radici liberali del cristianesimo occidentale.

Troppo spesso, magari accecati dalla visione manichea che si è descritta, non si ha la chiara coscienza del fatto che la mentalità liberale deriva dalla visione cristiana della realtà (anche se spesso nella storia, le chiese, compresa quella cattolica non hanno tenuto fede ad essa), una visione che da un lato rifiuta di considerare il mondo terreno come una realtà perfetta, già attuale o da realizzare (come hanno fatto tutte le ideologie totalitarie, compresa da ultimo quella woke) e dall’altro e di conseguenza propone una serie di valori e di principi morali e sociali da seguire basati sull’esperienza, valori “forti”, ma mai assoluti, mai “dogmatici”, sempre soggetti alla verifica dei fatti.

Questo poiché il cristianesimo liberale parte dalla consapevolezza di una realtà troppo spesso dimenticata anche all’interno delle chiese: la incommensurabile differenza tra la perfezione divina e la condizione umana piena di difetti, una distinzione che la cultura contemporanea e da ultimo il pensiero woke hanno in gran parte annacquato.

Due elementi di speranza

Il nuovo pontificato seguirà questa linea, come si augura chi scrive? L’ardua sentenza non aspetterà i posteri, ma richiederà almeno un certo periodo di tempo. Peraltro un paio di elementi, un paio di influssi culturali che aleggiano sulla figura del nuovo Papa fanno ben sperare nel fatto che la Chiesa cattolica, almeno per quella parte di essa più legata agli insegnamenti papali, possa impegnarsi, insieme agli esponenti delle altre confessioni cristiane e ovviamente ai non credenti che condividono i principi liberali, in questa azione di contrasto alla mentalità perfettista (che rende assolute, “santifica” alcune realtà umane) e manichea (che “demonizza” gli avversari).

L’empirismo americano

La prima è l’empirismo americano nel quale culturalmente Prevost si è formato; la seconda è il pensiero di S.Agostino (354 – 430) dal cui ordine Leone XIV proviene. Se è vero che il cristianesimo è una religione basata principalmente sull’esperienza concreta delle fede, legata alla rivelazione della realtà divina contenuta nella Bibbia, e che la riflessione razionale serve a meglio comprendere questa esperienza, ma non si deve sostituire ad essa, certamente il cristianesimo empirico americano, basato su una serie di principi trascendenti comuni a tutte le chiese cristiane al di là delle differenze dogmatiche, rappresenta (a parere di chi scrive) l’espressione secolare migliore, anche se imperfetta, del cristianesimo liberale.

Un cristianesimo liberale che l’eccessivo culto della ragione diffuso nell’illuminismo europeo, tedesco e francese (ma non in quello inglese né soprattutto in quello scozzese) ha portato spesso a trascurare. Con tutto il rispetto per uno dei maggiori pensatori della storia, si consideri ad esempio che il titolo di una delle opere più famose di Immanuel Kant (1724 – 1804) è: “La religione entro i limiti della sola ragione”, e che secondo la tesi in essa contenuta, la riflessione razionale può conoscere le realtà divina meglio dell’esperienza di fede.

Una posizione che, magari con contenuti diversi da quelli del filosofo tedesco, è non di rado penetrata anche ultimamente nelle chiese, che talora non hanno resistito alla tentazione di razionalizzare Dio.

Si pensi (detto anche qui con tutto il rispetto per coloro, compresi eminenti studiosi, che in essa si riconoscono) alla recente modifica del testo italiano del Padre nostro, dove alla corretta traduzione della invocazione, “non ci indurre in tentazione”, che è espressa in greco e in latino con un verbo di moto a luogo che esprime l’atto di provocare il passaggio ad una certa situazione, e con un verbo di tipo causativo in ebraico e in aramaico, si è sostituita l’invocazione “non ci abbandonare alla tentazione”, che si basa su un verbo che indica invece una situazione provocata da altri.

Il tutto perché razionalmente si riteneva assurdo che Dio potesse tentare gli uomini, cosa smentita ad esempio dalla lettura dell’affascinante ed inquietante libro biblico di Giobbe: significativamente nelle circa venti traduzioni inglesi della Bibbia solo una riporta questa modifica.

Quello fatto è solo un esempio, la cui importanza non si deve né esagerare né sottovalutare, ma è certo che la pretesa di razionalizzare la conoscenza di Dio porta spesso a credere di poter comprendere altrettanto bene le questioni morali e politiche relative alla pace, alla giustizia sociale, ai comportamenti personali dei singoli astraendo dall’esperienza concreta e senza tenere conto ad esempio che non sempre, come invece vorrebbe la cultura woke anche in versione cristiana, certe categorie di persone (come i cittadini dei Paesi occidentali) sono colpevoli di tutti i mali esistenti nel mondo.

Una analisi empirica e non ideologizzata della realtà ci mostra infatti che da un lato alcune diseguaglianze derivano concretamente anche da atteggiamenti sbagliati e da colpe di chi ne subisce le conseguenze e che dall’altro esistono imperfezioni e ingiustizie nella realtà umana che non possono essere imputate a nessuno in particolare, ma per dirla con uno dei più famosi passi di William Shakespeare (1564 – 1616) sono un prodotto dei “mille mali che la carne eredita dalla natura” (Amleto, atto III, scena 1).

Una profonda analisi di questi temi si può leggere nel libro, purtroppo non tradotto in italiano dell’economista e filosofo sociale americano Thomas Sowell (1930) “Intellectuals and society”, che illustra alla perfezione tutti gli errori basati su un manicheismo di questo tipo da parte di molti pensatori e opinionisti.

L’empirismo agostiniano

Dall’empirismo del cristianesimo americano a S.Agostino il passo non è poi molto lungo anche se scavalca più di un millennio. L’empirismo cristiano si basa, come già detto, su valori forti ma non assoluti, dato che ogni valore anche il più santo, ha dei limiti che derivano dalla realtà concreta nella quale viene applicato e il non tenere conto di tali limiti trasforma questo valore in un disvalore, trasforma cioè il bene in male.

Questa concezione del male come perversione del bene, che ha trovato ahimè tanti esempi nell’epoca contemporanea, tanti casi nei quali alla intenzione di creare il paradiso sulla terra è seguita, per dirla con Karl Popper (1902 – 1994) “la costruzione di un rispettabile inferno”, si pensi solo alla parabola del comunismo, partito dalle idee umanistiche di Karl Marx (1818 – 1883) e finito nei gulag sovietici e nelle persecuzioni cinesi, si ritrova in sostanza già nel pensiero di Agostino.

Quando infatti, il vescovo di Ippona sostiene (una affermazione che anche molti suoi ammiratori ingiustamente trovano troppo “filosofica”) che il male di per sé non esiste, ma che esso consiste essenzialmente nell’attribuire alle cose finite un valore eccessivo identificandole con il bene incondizionato, mentre solo Dio può essere considerato tale, non dice altro, a mio parere, che il più grosso errore che gli esseri umani possono commettere è, come le esperienze citate delle società contemporanee hanno dimostrato, quello di assolutizzare le proprie idee e le proprie (per quanto nobili) aspirazioni, il che porta inevitabilmente al manicheismo (a cui com’è noto Agostino aderì in gioventù e che in seguito ripudiò decisamente) e alla demonizzazione dell’avversario tanto diffusa nella cultura di oggi.

Esperienza e fede

Il mondo segnato dal peccato originale, concetto che il pensiero di Agostino ha consegnato alla tradizione cristiana soprattutto occidentale, è spesso un mondo ingiusto e incomprensibile. La realtà naturale ed umana, e dicendo questo prendo le distanze da un altro grandissimo pensatore tedesco, Georg W.F. Hegel (1770 – 1831) non è “razionale”.

Spesso solo l’esperienza, fatta di errori – e proprio per questo basata sull’umiltà della ricerca e sulla coscienza che siamo tutti soggetti (i papi non meno che i singoli credenti, gli intellettuali non meno che le persone “comuni”) a vedere smentite le nostre convinzioni – solo l’esperienza unita alla fede (in Dio o comunque in una serie di valori che trascendono la realtà terrena) può essere di guida nella ricerca delle soluzioni migliori, anche se non perfette, nelle cose umane, sia in quelle individuali che in quelle sociali.

Un papa “liberale”?

Per chi condivide quanto detto sin qui, non dovrebbe quindi essere molto importante chiedersi se Leone XIV sarà un papa progressista o conservatore, perché la cosa più importante è se sarà o no un papa liberale, se sarà cioè capace di sostenere le proprie idee in tema di morale e di politica senza dimenticare i limiti delle stesse, senza “santificare” chi le sostiene e senza “demonizzare” gli avversari.

Se cioè contribuirà a dare forza ad una visione delle cose che unisca alla esaltazione dei più importanti valori umani, la pace, la giustizia sociale ecc., la chiara individuazione dei loro limiti e la concreta valutazione delle posizioni in gioco, riconoscendo ad esempio (come già faceva lo stesso Agostino) la possibilità di una guerra giusta da parte dei soggetti aggrediti (l’esempio degli israeliani è illuminante), o riconoscendo i meriti di chi con il proprio lavoro e grazie anche alla cultura cristiana ha raggiunto livelli di benessere e di libertà superiori a quelli degli altri popoli, come accade per i cittadini dei Paesi occidentali, aspetti questi che durante il pontificato di Bergoglio sono stati troppo ingiustamente trascurati.

Un pontefice che assolutizzi questa o quella posizione politica o sociale, che affronti in maniera manichea i problemi del mondo, rischia che le sue parole diventino solo quelle di un fiancheggiatore per chi ne condivide il contenuto e che restino lettera morta per chi non lo condivide, il che è accaduto non di rado nel recente passato.

L’augurio è che i rappresentati delle chiese cristiane, e prima di tutti il nuovo Papa, andando oltre la cultura woke, sappiano sempre più cogliere lo spirito empirico e umile della concezione liberale della politica e della società, quella che a giudizio di chi scrive traduce al meglio nelle questioni secolari lo spirito del cristianesimo.

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