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Da Londra all’Ucraina con un occhio a Mosca: c’è un futuro politico per Abramovich?

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Con un comunicato denso di significati anche politici, Roman Abramovich ha annunciato l’addio al Chelsea, la squadra inglese di cui è patron dal 2003. Abramovich ha parlato di proventi della vendita che saranno destinati alle vittime della guerra in Ucraina e ha lasciato intendere che fosse stato per lui non avrebbe mai abbandonato il club londinese.

Dallo scoppio delle ostilità tra Russia e Ucraina il tycoon con interessi nello sport, nell’aviazione civile, nell’import-export e in tante altre attività, ha tenuto un atteggiamento cauto, tipico del suo personaggio. Quando l’Occidente ha manifestato la volontà di bloccare i conti degli oligarchi legati al Cremlino, Abramovich si è affrettato a mettere in sicurezza il Chelsea Football Club lasciando la presidenza alla charity della società. Poi la presenza ai negoziati di Gomel in Bielorussia (rigorosamente senza riprese delle telecamere), che ha fatto seguito allo show di domenica a Wembley da parte dei tifosi del Chelsea cui, per la finale di Coppa di Lega, sono state distribuite bandierine ucraine con il logo del club.

La notizia che ha destato maggior scalpore è stata lanciata dal Jerusalem Post ed è proprio relativa alla sua presenza ai negoziati per la pace tra Russia ed Ucraina in Bielorussia. Sia per la ritrosia del personaggio a esporsi. Sia per il fatto che ad avere chiesto la presenza di Abramovich pare sia stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy. Abramovich nel Regno Unito viene definito the oligarch’s oligarch, l’oligarca degli oligarchi. Da quando nel 2003 acquistò il Chelsea lo Zar Roman è diventato un personaggio pubblico a tutti gli effetti in Occidente, benché le sue apparizioni pubbliche e le sue interviste siano state centellinate per dirla con un eufemismo. Solo lo scorso 15 febbraio, John Mann, il suo PR americano, ha dovuto pubblicare un lungo thread su Twitter per negare la veridicità di un articolo del Sun sul fatto che Abramovich avesse perso 650 milioni di sterline in un giorno a causa delle tensioni tra Russia e Ucraina prima che queste sfociassero in una guerra. Da parte di Abramovich nessuna dichiarazione ufficiale, nessun commento. Un comportamento a cui la stampa UK è abituata da tempo.

Cosa vuole fare ora Abramovich? Il rapporto tra lui e Putin è complesso, tutt’altro che facile da valutare. Come molti oligarchi, il patron del Chelsea ha preferito spostarsi a Londra e tenere le sue ricchezze al riparo dal Cremlino. Un modus vivendi che pare essere quello di lasciare a Vladimir Putin il disbrigo delle vicende istituzionali e ai magnati la possibilità di svolgere le loro attività distanti dalle vicende della politica russa. C’è vicinanza, ma c’è anche sospetto. Per questo Abramovich finora ha sempre mantenuto un profilo basso e non si è mai direttamente occupato di politica ad alto livello a Mosca. È stato governatore e presidente del Parlamento della Chukotka dal 2008 al 2013, ma la sua avventura nelle istituzioni si è fermata lì. Ora con la presenza ai negoziati, un atteggiamento velatamente critico nei confronti della guerra in Ucraina e le mani libere, Abramovich sembra poter rappresentare più che altro una spina nel fianco di Putin. E, cosa ancora più importante da rimarcare l’Inghilterra non lo ha ancora sanzionato direttamente. Una decisione al centro delle polemiche tra il leader dell’opposizione UK, Sir Keir Starmer, e il governo Tory.

Già, perché a Londra – dove da qualche tempo non si fa vedere e può entrare solo con passaporto israeliano – l’ex proprietario di Sibneft ha costruito la sua fortuna e il suo impero tra Belgravia e Chelsea Embankment, tra Chester Square dove vive la sua famiglia, e i suoi uffici di Lowndes Square, acquistati rispettivamente per 9,3 e 10 milioni di sterline. Una volta emerso alle luci della ribalta, la security è diventata fondamentale per lui. Così, temendo rapimenti e vendette nei confronti della sua famiglia (si è sposato 3 volte e ha 7 figli) la sua società UK, Millhouse Capital, ha assunto, già nel 2003, la Kroll Security International per fornire bodyguard e protezione a lui e ai suoi cari. Mediatore dell’accordo fu Mark Skipp, ex SAS, corpo speciale dell’esercito britannico. Successivamente, dopo che Skipp fu assunto con salario da 200 mila sterline l’anno come capo-bodyguard a Chester Square e nella dimora di campagna degli Abramovich di Fyning Hill nel West Sussex, un altro SAS fu contattato da quest’ultimo, Bob Taylor, amico di Skipp ed ex commilitone della guerra in Iraq. Mentre la moglie Daria Zubhova si è fatta una fama come patron of the arts londinese, presenziando a gallerie, aste e a tutte le attività culturali del jet-set della capitale britannica. Così gli Abramovich si sono introdotti a Londra, creando anche un ampio mercato per quelle società UK – affari legali, PR, charities, sicurezza privata, real estate – che hanno accolto a braccia aperte gli oligarchi e i petrorubli.

C’è un futuro politico per Abramovich? Certamente, gli oligarchi non stanno gradendo le sanzioni e hanno espresso non pochi dubbi sulla guerra di Putin in Ucraina. Fridman, Deripaska e Chernukhin sono tra i più attivi nel volere il ripristino della normalità pre-guerra. Ci sono miliardi di sterline da perdere dalle sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia. È presto per dire se le mosse di Abramovich sono legate a un suo futuro politico più attivo. Ma per capire quello che potrà succedere al Cremlino si dovrà tenere d’occhio anche e soprattutto lui.