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Eccessivo entusiasmo per Sleepy Joe: partito diviso e sinistra radicale pronta all’incasso della cambiale

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Già nella convention che condusse alla candidatura ufficiale di Joe Biden alla presidenza si notava che, in fondo, l’unico e vero collante del Partito democratico Usa era l’anti-trumpismo. Non si trattava certo di una novità. Tutti gli esponenti intervenuti in quella riunione virtuale concordavano sulla necessità che il presidente in carica dovesse sloggiare dalla Casa Bianca. Circa cosa fare dopo l’eventuale vittoria Dem, invece, non v’era altrettanta chiarezza.

A bocce ferme si può dire che, nel frattempo, nulla è cambiato. Il partito appare tuttora molto frastagliato e diviso tra correnti e personalità assai distanti tra loro. E la sinistra radicale, che durante le primarie aveva trovato in Bernie Sanders il proprio campione, è anch’essa divisa.

L’anziano Sanders, che si autodefinisce “socialista”, ha un’agenda in cui troviamo la necessità di un sistema sanitario nazionale, la questione della disoccupazione che rischia di debordare a causa delle conseguenze della pandemia e altri temi classici della sinistra tradizionale europea.

Esiste tuttavia anche una sinistra ben più radicale, e che ritiene invece prioritari l’ecologismo e le questioni di identità e di genere. Ancor più di Elizabeth Warren, la vera leader di questa variegata componente appare la giovane Alexandria Ocasio-Cortez affiancata da alcune deputate altrettanto giovani, tutte intenzionate a cambiare radicalmente il tradizionale scenario politico americano.

Nessuno ha ancora capito se le varie fazioni della sinistra interna raggiungano la maggioranza nel partito. La vittoria di un centrista ed esponente di lungo corso dell’establishment come Joe Biden indurrebbe a credere il contrario, ma la risposta è molto meno scontata di quanto si potrebbe supporre.

In realtà l’ex vice di Obama è riuscito a prevalere solo spostandosi a sinistra e quando Sanders gli ha ceduto ufficialmente il passo, a differenza di quanto aveva fatto in precedenza con Hillary Clinton.

Ma l’ipoteca della sinistra, più o meno radicale, sul partito è davvero forte e Biden, da vecchia volpe della politica Usa, l’ha capito benissimo. E, com’era lecito attendersi, l’ha capito un’altra “volpe” ancora più abile di lui, l’ex presidente Barack Obama, intervenuto con decisione ad appoggiarlo. È ovvio, tuttavia, che Biden ha dovuto promettere a destra e a manca per ottenere un’investitura che molti osteggiavano.

Lecito quindi chiedersi se l’entusiasmo manifestato da gran parte dei media Usa ed europei per la risicata vittoria democratica sia davvero giustificato. La principale dote di Joe Biden è la sua capacità di mediazione, esercitata nella lunghissima esperienza come senatore prima, e poi come vicepresidente. Con i suoi quasi 78 anni, tuttavia, dovrà affrontare una situazione eccezionale. Si troverà infatti a gestire un Paese profondamente spaccato come leader di un partito altrettanto diviso.

Essendo notoriamente un moderato, gli toccherà prendere posizione nei confronti dei fenomeni dilaganti del politically correct, della cancel culture e dell’intolleranza ideologica diffusasi a macchia d’olio nelle università e nei giornali. Non avendo certo una personalità carismatica, è lecito attendersi che troverà ostacoli enormi. Anche perché avrà sempre sul collo il fiato della sinistra radicale, alla quale ha fatto parecchie promesse, e che ora passerà senza dubbio all’incasso.

Senza scordare che ha scelto una vice, Kamala Harris, molto più giovane di lui e senz’altro dotata di maggiore carisma. C’è già chi prevede una sorta di diarchia in cui la Harris assumerà una posizione sempre più dominante, a differenza della tradizione Usa che vede i vicepresidenti quali semplici spalle del capo dell’esecutivo.

Per ora si sa soltanto che Biden intende far rientrare gli Usa nell’accordo di Parigi sul clima, e che vuole creare una task force per combattere la pandemia. Almeno in questo noi italiani abbiamo fatto scuola ma, visti i risultati conseguiti dalle innumerevoli task force nostrane, c’è da dubitare che si tratti di una scelta felice.

Per concludere, a me non pare che tutti questi entusiasmi per la vittoria (sempre risicata, rammentiamolo) di Joe Biden abbiano fondamenti solidi. E un altro grande interrogativo incombe. Donald Trump avrebbe perso le elezioni se non fosse scoppiata l’epidemia portata dal virus cinese? Pure in questo caso i dubbi, grandi come una casa, sono più che legittimi.