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Ecco alcuni dei costosi (e bizzarri) progetti per “salvare il pianeta”

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Centinaia di migliaia di ragazzi, c’è chi dice milioni, hanno marinato la scuola venerdì 21 settembre aderendo al secondo Friday for Future mondiale, indetto in vista del Climate Action, il vertice sul clima convocato al Palazzo di Vetro il 23 settembre al quale hanno partecipato rappresentanti di 60 Paesi e centinaia di organizzazioni non governative, “leader climatici” e ragazzi, tra cui ovviamente Greta Thunberg. Poco prima di entrare all’Onu, alla folla che scandiva il suo nome, Greta aveva detto: “Faremo tutto il possibile per impedire che questa crisi peggiori anche se questo vuol dire saltare la scuola o il lavoro perché questo è più importante. Perché dovremmo studiare per un futuro che ci stanno togliendo?”. E al termine dell’incontro è andata a depositare una denuncia ufficiale al Comitato Onu sui diritti dell’infanzia.

“Ti incoraggio a continuare la tua iniziativa, continua la tua mobilitazione, insisti”, ha commentato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, di fatto approvando che degli studenti non vadano a scuola per chiedere agli adulti di far diminuire la temperatura sulla Terra secondo la congettura ancora da dimostrare che l’uomo per la prima volta nella sua storia sia capace di modificare il clima.

Il giorno del j’accuse di Greta Thunberg alle Nazioni Unite, l’approvazione agli scioperi dei ragazzi di Greta è arrivata anche dal nostro governo. Il 27 settembre ci sarà il terzo Friday for Future. Il Ministero dell’istruzione ha diramato una circolare con cui suggerisce ai dirigenti scolastici di considerare “assenze giustificate” quelle degli studenti che parteciperanno allo sciopero, “stante il valore civico che la partecipazione riveste”.

“Se ve, se siente, la tierra està caliente”, scandivano gli studenti di Città del Messico venerdì scorso. Chi persuade i giovani che il clima sta cambiando per colpa degli adulti si assume la responsabilità enorme di alimentare sfiducia e risentimento nei loro confronti. In realtà non di tutti, solo di quelli “cattivi” che producono tanto gas serra, quindi quelli dei paesi ricchi, responsabili di condividere il modo di produzione e il modello sociale occidentali ritenuti la causa del disastro, denunciati per come e quanto producono e consumano: per come producono, perché i combustibili fossili rilasciano CO2, per come consumano, perché ad esempio amano mangiare carne rossa e il metano emesso dai milioni di bovini allevati è un gas serra ancora più pericoloso. Non ultimo, illudono i ragazzi (e non solo) che “salvare il mondo” sia semplice: in fondo bastano una bistecca o una forchetta di plastica in meno.

Viene in mente il periodo in cui, anni fa, si diceva che bastasse rinunciare a una tazzina di caffè per eliminare la fame dal pianeta: slogan accantonato quando qualcuno ha fatto notare che proprio caffè e zucchero sono coltivati nei paesi poveri e quindi ogni tazzina di caffè in meno avvicina di un passo a perdere il lavoro, e di che sfamare i figli, chi coltiva quei raccolti. Oppure bastava comprare “equo e solidale” per fare giustizia sulla Terra e liberare dalla povertà milioni di persone “vittime delle logiche del mercato e del profitto”: ricetta che ha perso attrattiva quando, più dello sviluppo, è diventato importante il risparmio di energia ed è iniziata l’era del “chilometro zero” e della “decrescita felice”. Tutte le merci equosolidali infatti percorrono migliaia di chilometri per raggiungere gli scaffali dei nostri negozi.

Adesso neanche più il chilometro zero è sufficiente. L’opulenza occidentale consente di spendere milioni di euro per finanziare ricercatori e accademie che sfornano di continuo costosi progetti su come ridurre i gas serra e, in attesa che si faccia e che funzioni, su come difendersi dal caldo. Quale che sia il progetto suggerito, chi lo propone insiste che si tratta di una corsa contro il tempo, pronto a elencare danni e perdite con una precisione sorprendente. Ad esempio, degli studiosi dell’Università delle Hawaii hanno individuato 467 effetti negativi del cambiamento climatico. Una persona su tre rischia di morire per le ondate di calore e metà della popolazione mondiale entro fine secolo sarà esposta a tre rischi simultanei prodotti dai cambiamenti climatici.

Una delle soluzioni per evitarlo è smettere di allevare i bovini. L’alternativa, ci dicono, è mangiare insetti, molto più nutrienti e meno inquinanti, e produrre carne sintetica. La Mosa Meat, una start-up olandese, ad esempio è riuscita a ottenere investimenti per 7,5 milioni di euro per produrre carne bovina in laboratorio. L’obiettivo è sviluppare una attività su vasta scala in grado di produrre, secondo il piano pilota presentato, più di 100 tonnellate di carne all’anno. Le cellule di una sola mucca possono produrre – così pare – tanta carne quanto 440.000 mucche. La carne sintetica consentirebbe di usare fino al 99 per cento di terra e il 96 per cento di acqua in meno e ridurrebbe del 96 per cento le emissioni di gas serra. Dalla Svezia è arrivato da poco anche il suggerimento a non scartare la possibilità di infrangere il tabù del cannibalismo…

Intanto che la gente decresce felicemente e si abitua a mangiare millepiedi e carne sintetica, bisogna comunque correre ai ripari. La Global Commission on Adaptation è un organo del Global Center on Adaptation con sede in Olanda. Ne fanno parte 34 personalità del mondo politico, accademico e degli affari tra le quali spiccano l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, il fondatore della Microsoft Bill Gates e il direttore generale della Banca Mondiale Kristalina Georgieva. Il 24 settembre al Palazzo di Vetro la Commissione ha presentato un piano globale, l’Anno dell’azione lo ha chiamato (il 2020 che sarebbe l’ultimo termine utile per salvare il pianeta). Servono per realizzarlo 1,8 trilioni di dollari da spendere nei prossimi dieci anni: una cifra enorme che si aggiunge ai trilioni già chiesti dall’Ipcc, Intergovernmental Panel on Climate Change, l’agenzia delle Nazioni Unite per il clima, e da tanti altri centri di ricerca, ma che, assicurano i membri della commissione, renderà 7,1 trilioni di dollari. Tra i progetti: dipingere di bianco i tetti di New York per raffreddare edifici e quartieri. Non è un’idea nuova. Nel 2009 la Banca Mondiale ha finanziato con 200mila dollari un progetto sperimentale per evitare la scomparsa dei ghiacciai a causa del global warming: dipingere le montagne di bianco. Con quel finanziamento una equipe di sei persone guidate dall’ambientalista Eduardo Gold hanno dipinto 70 ettari del Chalon Hat, una montagna delle Ande peruviane alta 4.700 metri: a mano, senza macchinari, applicando una vernice eco-friendly, ecologicamente compatibile, fatta di calce, acqua e bianco d’uovo per rispetto verso Apu, lo spirito tutelare che vive nelle montagne.