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Ecco perché gli ucraini sono abituati a resistere ai russi-sovietici: i precedenti storici

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La recente invasione russa ha messo in ombra il fatto che una resistenza ucraina antirussa e antisovietica era ben presente nel Paese già nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proseguendo poi per parecchi anni la propria attività dopo la fine del conflitto.

Si tratta di fatti poco noti, ma significativi alla luce degli avvenimenti che stiamo vivendo oggi. Il potere sovietico era particolarmente severo con gli ucraini, soprattutto perché nel Paese viveva un alto numero di cosiddetti kulaki, contadini ritenuti benestanti soltanto perché possedevano un appezzamento di terra, e che rifiutavano di cederlo alle fattorie collettive imposte da Mosca.

Stalin praticò nei loro confronti una politica di assoluta spietatezza, fino a causare una grave carestia, chiamata Holodomor, che nel periodo 1932-33 provocò quattro milioni di morti e addirittura episodi di cannibalismo. Anche per queste ragioni, quando la Germania nazista invase l’URSS nel 1941, molti ucraini accolsero con favore le truppe tedesche, spesso collaborando con loro. Salvo accorgersi ben presto che dal punto di vista nazista gli ucraini erano pur sempre slavi e, quindi, esseri inferiori.

Nacque allora, nel 1942, lo “UPA” (Esercito insurrezionale ucraino), che condusse una doppia lotta contro i nazisti da un lato e i sovietici dall’altro. Il referente politico dell’UPA fu Stepan Bandera, un politico ultranazionalista, di estrema destra e vicino al fascismo. Accusato dai russi di collaborazionismo con i nazisti, fu assassinato nel 1959 a Monaco di Baviera da un agente del KGB sovietico, e oggi in Ucraina viene considerato dai più un vero e proprio eroe nazionale.

L’UPA ebbe un ruolo rilevante sul piano militare tanto contro i tedeschi quanto contro i sovietici. In un’intervista rilasciata dopo la fine della guerra, un generale della Wehrmacht affermò che il movimento nazionalista ucraino condusse la guerriglia antitedesca più efficace, con l’unica eccezione di quello russo.

È fondamentale rammentare, però, che lo UPA continuò un’intensa attività di guerriglia antisovietica anche dopo la fine della guerra. Fu molto attivo fino al 1950, e cessò di esistere solo nel 1954. Il potere sovietico cercò di domare la popolazione deportando in Siberia circa mezzo milione di persone, senza tuttavia ottenere risultati significativi.

Si noti che i guerriglieri ucraini operavano interamente all’interno del territorio sovietico, senza molte possibilità di ricevere aiuti esterni salvo sporadici lanci di armamenti americani, ad opera soprattutto della CIA. Entrarono inoltre in lotta anche con i partigiani nazionalisti polacchi della Armia Krajowa, dopo che la Polonia fu occupata dall’Armata Rossa. I motivi erano territoriali, poiché quella che ora è la parte occidentale dell’Ucraina, con capitale Leopoli, prima era territorio polacco.

Queste complicate vicende fanno capire quali siano le radici della resistenza all’invasione ordinata da Putin. Gli ucraini (o almeno la maggioranza di essi) hanno sempre rifiutato l’assimilazione con i russi, visto che anche le due lingue risultano parzialmente diverse. I tratti comuni ci sono, ma non tali da convincere gli ucraini ad identificarsi con la Russia.

Dopo l’indipendenza ottenuta nel 1991, il nazionalismo ucraino è cresciuto in modo costante, rivalutando molte figure – come il summenzionato Stepan Bandera – che in precedenza erano accusate di collaborazionismo con i nazisti. Risulta quindi ancora più strano che Putin abbia sottovalutato questo fenomeno, credendo che le sue truppe avrebbero trovato un’accoglienza favorevole se non addirittura “fraterna”. In Ucraina esiste una componente russofona e una tendenza politica filo-russa, ma la loro consistenza non giustifica certamente l’ottimismo di Putin e del suo clan circa il successo di un’invasione che avrebbe dovuto essere rapida e quasi indolore. Una minima conoscenza della storia avrebbe impedito allo zar moscovita di compiere un errore così tragico.