Economia

Chiudere un occhio sul deficit per tagliare le tasse? Meglio tagliare la spesa

In questo momento di fiammata inflazionistica a politiche restrittive delle banche centrali, il maggior deficit si tradurrebbe in prezzi e tassi più alti

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Giorgia Meloni Giancarlo Giorgetti
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È in corso un acceso e peraltro interessante dibattito, anche all’interno della galassia liberale, sull’opportunità o meno di ricorrere a un maggior deficit pubblico per finanziare tagli di tasse.

Il ragionamento di chi si dichiara favorevole a questa ipotesi è che nel momento attuale, contrassegnato da una sempre più evidente stanchezza dell’attività economica, si potrebbe chiudere un occhio sulla responsabilità fiscale in moda tale da imprimere una sferzata ancora più robusta all’economia. A mio modo di vedere, l’argomento non regge.

L’inflazione

Occorre innanzitutto mettersi in prospettiva. Stiamo vivendo una congiuntura contrassegnata da una fiammata inflazionistica non vista da più di trent’anni. In un contesto del genere, la politica monetaria deve essere accompagnata da quella fiscale, non contraddetta da quest’ultima. Creare maggior deficit non farebbe altro che aumentare la spesa aggregata, con inevitabili effetti al rialzo sui prezzi.

Il caso Truss

Ma andiamo per ordine. In primo luogo, non dobbiamo perdere di vista la possibile reazione dei mercati. Il caso, infelice, della Gran Bretagna di Truss è lì a ricordarcelo.

Con un debito pubblico meno stratosferico di quello italiano (e con una Banca Centrale nazionale), il programma fiscale della Truss si è schiantato contro la dura realtà di mercati sempre più (giustamente) diffidenti nei confronti di politiche fiscali allegre protratte ad libitum oltre ogni ragionevolezza.

Siamo davvero sicuri che a noi non accadrebbe qualcosa di simile o addirittura di peggiore?

L’effetto sui prezzi

In secondo luogo, i riflessi sui prezzi. È vero che l’inflazione negli Stati Uniti è scesa al 7,7 per cento a ottobre, tre punti decimali al di sotto delle aspettative, ma la Fed non ha alcuna intenzione di tirare il freno a mano, anche perché l’inflazione nucleo rimane ostinatamente incistata intorno al 6 per cento, segno che le pressioni inflazionistiche si sono oramai diffuse e che dureranno ancora un bel po’.

Dunque, la Bce non potrà far altro che seguire i passi della Federal Reserve. Ed è peraltro auspicabile che lo faccia, non già solo per evitare una maggiore inflazione importata, ma anche perché l’inflazione nell’area euro è ben di due punti superiore a quella statunitense.

Cosa ci garantisce, poi, che i prezzi dell’energia, tenuti finora sotto controllo da un inverno insolitamente mite, non si riaccendano all’abbassarsi delle temperature?

Oltretutto la Bce ha già chiarito che la strada è segnata, con tassi di interesse che aumenteranno, secondo il consenso, altri 50 punti base nella riunione di dicembre. Se ci mettiamo a remare contro la Bce, il maggior deficit si tradurrà in parte, se non maggioritariamente, in prezzi più alti piuttosto che in maggiore output.

L’effetto sui tassi

Ci sono poi da considerare gli effetti che una maggiore inflazione avrebbe sulle mosse della stessa Bce, che si vedrebbe costretta a una stretta ancora più intensa. E, sotto questo aspetto, non va dimenticato un fattore assai importante: gli effetti fiscali che avrebbe un rialzo ancora più robusto dei tassi di interesse.

Sembriamo esserci dimenticati del fatto che la Bce ha in pancia circa 4.200 miliardi di euro di debiti pubblici nazionali, equivalenti più o meno al 40 per cento del Pil dell’Eurozona. Con una durata residua media di circa sei anni e un rendimento medio inferiore allo 0,5 per cento, la perdita stimata per la Bce su questa colossale montagna di debito equivale a circa 600 miliardi di euro, dato che ci si aspetta che il tasso di deposito toccherà il 3 per cento alla fine della stretta monetaria.

Queste perdite dovranno essere ripianate dai tesori nazionali, ossia dai contribuenti. Non sembrerebbe saggio giocare col fuoco alla vigilia di decisioni non più rimandabili sull’inizio del quantitative tightening, che vedrà la Bce muovere i primi passi sulla strada dell’alleggerimento del proprio bilancio probabilmente già a partire dal primo trimestre del 2023.

Rischiamo di ritrovarci come il proverbiale cane che si morde la coda, impegnati a gonfiare il deficit pubblico proprio nel momento in cui la Banca centrale inizia a disfarsi dei titoli di debito, ciò che farebbe aumentare considerevolmente i rischi finanziari, i tassi di interesse e, in ultima analisi, le perdite della Bce che dovrebbero essere ripianate dai contribuenti.

Tagliare la spesa

Infine, a un livello squisitamente culturale, sembrerebbe desiderabile che quantomeno i liberali rimanessero custodi e portavoce di una finanza pubblica sana. Altrimenti si ricade nel tranello di considerare “emergenziale” qualsiasi situazione, con implicito, costante, sbracamento dei conti pubblici.

Le dimensioni del perimetro statale sono determinate non solo dalla pressione fiscale ma anche dalla spesa pubblica, dunque ogni taglio di tasse deve essere accompagnato da una riduzione della spesa. E in una situazione di alta inflazione questa semplice regola risulta ancora più preziosa.

Bilancio in pareggio

Da ultimo, sarebbe auspicabile reintrodurre nel dibattito pubblico la proposta di un bilancio costantemente in pareggio. O, meglio, di un bilancio sempre leggermente in surplus, dato che le stime relative alle entrate fiscali sono per loro natura parzialmente aleatorie. Ciò renderebbe possibile una riduzione costante dell’immenso stock di debito pubblico che affligge il nostro Paese.

Si potrebbe pensare a qualche forma di maggioranza parlamentare (super) qualificata che in situazioni di emergenza potrebbe dare il via libera al ricorso al debito, a mo’ di clausola di salvaguardia, ma nulla di più.

Insomma, considerazioni pratiche si sommano a ragioni teoriche per respingere il ricorso a più deficit. Meglio non giocare col fuoco.