Gli iraniani, alla fine, hanno deciso di riaprire lo Stretto di Hormuz. L’annuncio è stato confermato questo mezzogiorno, ora italiana, per bocca di Donald Trump. L’embargo navale sui porti iraniani, però, al momento resta. Prima gli Usa vogliono verificare che Teheran abbia serie intenzioni di riaprire la via d’acqua strategica che avevano chiuso (o per lo meno minacciato di chiudere) all’inizio di marzo.
Chi ha vinto?
E quindi, chi ha vinto? Ovviamente, a seconda degli schieramenti politici, c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. Partiamo da questi ultimi, che sono la stragrande maggioranza dei commentatori italiani: Hormuz era aperta alla navigazione e al commercio, eravamo in pace con l’Iran e il petrolio fluiva pacificamente fino ai nostri lidi, finché di punto in bianco Netanyahu e Trump non hanno deciso di attaccare l’Iran e a quel punto Teheran ha risposto chiudendo lo stretto e strangolando la nostra industria energetica.
Secondo i sostenitori di questa visione del mondo, la vittoria è iraniana, perché il blocco di Hormuz da parte del regime degli ayatollah è stato l’unico modo per fermare la guerra alle sue condizioni, contro un nemico militarmente molto più potente. Paradossalmente, leggerete questa tesi sia fra gli anti-Trump e gli anti-Netanyahu convinti da sempre, sia fra i pro-Trump e i pro-Netanyahu rimasti delusi da una fine delle ostilità che ritengono prematura.
La tesi secondo cui Hormuz sia stata la chiave di una vittoria iraniana, è ora contraddetta dalla sua riapertura in tempo di pace, a dieci giorni dalla fine delle ostilità, senza ottenere nulla di concreto in cambio, neppure la fine immediata del contro-blocco navale americano.
Il punto è che l’Iran, evidentemente, non ha i numeri per ricattare gli Usa e il resto del mondo. Secondo una stima diffusa dallo stesso regime di Teheran, occorrono almeno 270 miliardi di dollari per la ricostruzione di 17 mila obiettivi colpiti e distrutti da Israele e dagli Usa in sei settimane di guerra, fra cui anche strade, ferrovie, ponti, fabbriche e praticamente l’intera infrastruttura militare del Paese.
All’Iran serve urgentemente una boccata d’ossigeno e non può permettersi che prosegua un blocco navale, così come un regime di sanzioni internazionali. Se, in queste condizioni, l’Iran accetta un compromesso, lo deve fare alle condizioni degli americani e degli israeliani, dunque deve rinunciare al suo programma nucleare, quantomeno.
Le orgini del conflitto
Il dibattito sugli esiti della guerra in Iran, a dire il vero, inizia con una mancanza di chiarezza sulle origini del conflitto. Chi ritiene che Teheran abbia imposto le sue condizioni, attraverso il blocco di Hormuz, lo fa dando per scontato che siano stati Usa e Israele ad attaccare per primi. E semmai, da quella parte del dibattito, ci si chiede perché lo abbiano fatto.
La risposta più autorevole l’ha fornita il New York Times, secondo il quale, con un articolo di retroscena ormai celebre e pluri-citato, Netanyahu avrebbe conquistato il cuore e la mente di Trump, dimostrandogli che alla fine di febbraio si sarebbe potuto attaccare l’Iran e ottenere un facile successo, con un possibile rapido cambio di regime.
In pratica il presidente americano si sarebbe fatto illudere, o addirittura circuire, dal suo piccolo alleato mediorientale e si sarebbe lanciato a capofitto in una guerra “inutile” e costosa, anche contro il parere del grosso della sua stessa amministrazione.
Queste analisi sono certamente ben documentate e partono da un fondo di verità. Ma hanno il difetto di fissare l’inizio del conflitto al 28 febbraio 2026. Il conflitto è in realtà iniziato il 7 ottobre 2023. E gli Usa ne sono direttamente coinvolti dal 13 aprile 2024, quando aerei e navi statunitensi hanno partecipato alla difesa dello spazio aereo israeliano dal primo massiccio attacco diretto dell’Iran contro Israele.
La guerra tuttora in corso, al momento in pausa, è l’ultimo episodio, in ordine di tempo, di questo lungo conflitto. E per chi la chiama “la guerra di Trump”, ricordiamo che il primo intervento Usa al fianco di Israele, contro l’Iran, il 13 aprile 2024, è stato ordinato dall’amministrazione Biden. E allora, sia Regno Unito che Francia, non hanno trovato nulla di scandaloso nel contribuire alle operazioni difensive di Israele, nemmeno quando l’aviazione con la Stella di David ha risposto per le rime, penetrando nello spazio aereo iraniano e colpendone il territorio per la prima volta.
Purtroppo è difficile ricordarlo perché la politica ha la memoria corta e i media preferiscono, per esigenze editoriali, spezzettare un lungo e complesso conflitto in tante singole “guerre”. Per cui, il mese scorso parlavano di una “guerra in Iran” o “Terza guerra del Golfo”, così come l’anno scorso di un’altra “Guerra dei 12 giorni”, di una “Guerra in Libano” ben distinta dalle altre due e per due anni filati di una “Guerra a Gaza” (che la stampa militante definisce “genocidio” e neppure guerra) che è un’altra cosa ancora.
Lo stesso lungo conflitto
Ma si tratta di tanti fronti e altrettante tappe di uno stesso lungo conflitto. Meglio ribadire e ricordare più dettagliatamente, per gli smemorati: il 7 ottobre, circa settemila terroristi di Hamas e loro complici “civili” di Gaza, hanno invaso il sud di Israele, massacrando con zelo e sadismo circa 1.200 israeliani e prendendone 251 in ostaggio.
L’Iran, non solo era informato dalla mente dell’attacco, Yahya Sinwar, ma il giorno stesso annunciò con lui e con il capo di Hezbollah in Libano, Hassan Nasrallah, l’azione contro Israele dell’Asse della Resistenza. L’8 ottobre, meno di 24 ore dopo l’orrendo pogrom, Hezbollah, emanazione diretta dell’Iran in Libano, iniziò a lanciare razzi contro Israele. Dodici giorni dopo, il 19 ottobre, gli Houthi, sempre emanazione dell’Iran, ma in Yemen, iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele oltre ad annunciare il blocco dello stretto strategico di Bab el Mandeb, che controlla il Mar Rosso e dunque impedisce anche l’uso del canale di Suez.
Fin qui gli interventi indiretti dell’Iran. Poi è iniziato ed è continuato a intermittenza il conflitto aperto e diretto. L’Iran ha lanciato la sua prima salva di missili contro lo Stato ebraico il 13 aprile 2024, a seguito di un raid aereo israeliano, non sull’Iran, ma su Damasco, dove Hezbollah si coordinava ancora con i pasdaran iraniani e con le milizie sciite locali.
L’Operazione Vera Promessa, come fu battezzata in Iran, si risolse in un fallimento: dei 150 missili e 170 droni lanciati dagli iraniani, il 99 per cento venne intercettato dalle difese israeliane e non solo israeliane. Per la prima volta intervennero Usa, Regno Unito, Francia e Giordania a difendere attivamente Israele, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contribuirono alla sorveglianza dello spazio aereo.
Il 19 aprile, l’aviazione israeliana rispose per la prima volta con un attacco a obiettivi militari in territorio iraniano, dimostrando che l’impenetrabilità dello spazio aereo di Teheran fosse solo un mito.
Il copione si ripeté pari pari nell’ottobre successivo: il capo politico di Hezbollah, Hassan Nasrallah, venne eliminato in un attacco aereo israeliano il 27 settembre a Beirut. L’Iran rispose con il lancio di più di 200 missili su Israele il 1 ottobre. Gli Usa di Biden e la Giordania reagirono allo stesso modo, contribuendo all’abbattimento degli ordigni in arrivo. Israele rispose solo il 26 ottobre, con l’Operazione Giorni del Pentimento (si era a ridosso della celebrazione dello Yom Kippur), colpendo altri bersagli militari in Iran, Iraq e Siria, senza perdere alcun aereo.
La “Guerra dei 12 giorni”, nel giugno del 2025, è stato il terzo round dello scontro diretto fra Iran e Israele. In quel caso è stato Israele a colpire per primo, ma tenendo in considerazione che ormai era in guerra (direttamente e indirettamente) con l’Iran da quasi due anni e che l’Aiea (l’Aiea, non il Mossad, non la Cia, non “il generale Powell con la provetta”, ma l’agenzia Onu per l’energia atomica) aveva avvertito che l’Iran fosse in violazione degli accordi sul nucleare del 2015 e fosse tremendamente vicino al possesso dell’arma nucleare, con scorte di uranio arricchito anche al 60 per cento.
Si stava realizzando, nel bel mezzo di un conflitto in corso, l’incubo di una Repubblica Islamica dotata di bomba atomica, di una nuova potenza nucleare che dichiara apertamente di volere l’annientamento dello Stato ebraico: in piazza a Teheran c’era da decenni, prima che venisse distrutto dagli israeliani, anche un orologio con il conto alla rovescia per “la fine dell’entità sionista”.
La reazione israeliana all’allarme nucleare può anche essere considerata discutibile, ma nell’ambito della guerra in corso con l’Iran, è più che comprensibile. Il 13 giugno 2025, l’aviazione con la Stella di David compì la prima incursione massiccia in territorio iraniano, colpendo basi militari e siti nucleari.
Anche in questo caso, gli Usa (ormai guidati da Trump) intervennero come sempre in difesa dello spazio aereo israeliano. In più, i bombardieri strategici B-2 americani sganciarono le loro bombe su tre grandi siti nucleari iraniani. E fu come la sequenza dei tre botti che pongono fine allo spettacolo pirotecnico: subito dopo il bombardamento, chiamato Operazione Midnight Hammer, Trump impose la fine delle operazioni a tutti i contendenti.
La finestra diplomatica
E poi che è successo? Che la palla doveva passare alla diplomazia, ma con il regime iraniano non c’è stato modo di ottenere concessioni, nonostante la sconfitta di giugno e l’aumento graduale e costante del potenziale militare americano nel Golfo, per fare pressione su Teheran.
Il regime iraniano dimostrò di voler riprendere il programma nucleare, lì dove era stato interrotto nel giugno 2025, di ricostruire rapidamente il suo arsenale missilistico e di continuare a foraggiare Hezbollah (e lo dimostra il continuo lancio di razzi dal Libano verso Israele anche di queste ultime settimane).
La ripresa del conflitto
Insomma, falliti tutti i negoziati, la guerra è ricominciata otto mesi dopo. Ma non è stato un “attacco a freddo”, come viene descritto, bensì l’ultima fase di un conflitto iniziato dall’Iran nel 2023 e mai interrotto.
Gli Usa hanno ricominciato le operazioni lì dove erano state interrotte a seguito dell’Operazione Midnight Hammer. Obiettivamente, a prescindere dall’influenza di Netanyahu, sarebbe stato difficile, per un presidente americano, chiamarsi fuori da una guerra in quelle circostanze. Sarebbe stato come lasciare irresponsabilmente Israele in mezzo al guado.
Cosa ha perso Teheran
Per capire realmente chi ha vinto o chi ha perso, dunque, non ci si deve limitare a capire chi abbia vinto questo ultimo round, ma confrontare la situazione di oggi con quella del vero inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023.
Allora l’Iran aveva come alleati su cui contare Hezbollah in Libano, Assad in Siria, gli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq, l’appoggio diplomatico e finanziario del Qatar, la compiacenza della Turchia. Oggi Hezbollah è operativo solo sulla carta, ma nel 2024 ha perso tutta la sua classe dirigente. Assad è stato abbattuto e il regime che gli è subentrato, benché formato da un jihadista, non è alleato dell’Iran. Gli Houthi, per un motivo o per l’altro, non bloccano più lo stretto di Bab el Mandeb. Il Qatar non è più un interlocutore privilegiato dell’Iran, dopo che ha subito i suoi bombardamenti missilistici lo scorso marzo.
La stessa classe dirigente iraniana è stata resettata da questa guerra, la sua Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei ucciso il primo giorno di guerra, il suo successore Mojtaba Khamenei, il figlio, non si è mai mostrato in pubblico e ci sono anche dubbi che sia vivo, “l’uomo macchina” del regime, Alì Larijani, morto, gran parte dei quadri e vertici della Guardia Rivoluzionaria, uccisi. Sì, non c’è ancora un cambio di regime. È vero. Ma oggi come oggi non si sa chi sia realmente al comando in Iran.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


