Esteri

Dove va la Cina, tra Confucio e quel “patto” non scritto Partito-popolo

Nessuna illusione, Xi non cederà un millimetro di potere. La visione confuciana funzionale all’idea di Stato etico. Solo una piccola minoranza si batte per la democrazia

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Xi Jinping

In un viaggio a Pechino, dove mi sono recato (in epoca pre-Covid) su invito di una locale università, avevo cercato di capire cosa pensano i docenti universitari cinesi circa la strana situazione del loro Paese. “Strana” perché siamo di fronte a una sorta di animale con due teste.

Animale a due teste

Da un lato un sistema istituzionale totalmente controllato dal Partito comunista, senza libere elezioni e privo della normale dialettica tra struttura politica e società civile. Dall’altro un capitalismo che a tratti appare selvaggio, a volte più liberista di quello europeo e generatore di grandi squilibri nella distribuzione della ricchezza.

La RPC era infatti, prima delle recenti “purghe” ordinate da Xi Jinping, piena di tycoon (nel senso americano del termine) i quali, per limitarci soltanto al caso nostrano, hanno comprato attività a più non posso.

Squadre di calcio dall’illustre passato e che, senza le loro iniezioni di denaro fresco, sarebbero destinate alla decadenza. Note aziende della moda, giacché i cinesi hanno una vera e propria passione per tutti gli aspetti del design italiano. E pure industrie decotte che, dopo il tramonto delle partecipazioni statali, sono costantemente a rischio di chiusura.

Che sta succedendo, dunque? M’illudevo di avere qualche “illuminazione” dai colleghi di Pechino. Salvo accorgermi, nel corso di numerose conversazioni, che neppure essi avevano idee chiare circa il futuro.

Nei loro occhi, insomma, si poteva leggere la stessa perplessità che abbiamo noi occidentali. Anzi, si meravigliavano quando capiscono che dai colloqui il sottoscritto sperava di trarre utili indicazioni (per non dire previsioni).

La Rivoluzione culturale

Il corpo docente è stato tra i più colpiti dalla Rivoluzione Culturale maoista e dalle epurazioni, spesso sanguinose, delle Guardie Rosse. Ai professori, proprio in quanto tali, era spesso riservato l’esilio nelle campagne e il compito di imparare a “servire il popolo” svolgendo lavori manuali.

Accogliendo l’invito di Mao a “sparare sul quartier generale”, le giovani Guardie Rosse presero alla lettera l’esortazione e si dedicarono con particolare cura a rieducare coloro che svolgevano professioni intellettuali, tutti colpevoli di superbia e di tradire gli interessi di operai e contadini.

Ne risultò un caos destinato a finire soltanto con la morte del padre della rivoluzione comunista e con l’avvento del pragmatico Deng Xiaoping e dei suoi seguaci. La situazione allora mutò, anche se le ferite della Rivoluzione Culturale non sono del tutto rimarginate.

Segnali di allarme

L’economia, pur tra alti e bassi, iniziò a tirare, e su questo il Partito conta per perpetuare la sua presa sulla società civile. Eppure i segnali di allarme non mancano. Dai crolli repentini e ripetuti delle Borse, alle inquietudini dei sindacati che spesso fanno capire di non gradire più la mancanza di libertà associativa.

Né, per finire, vanno trascurati i dissidenti, cresciuti di numero e in grado di comunicare via internet oltre i confini a dispetto dei rigidi divieti che le autorità hanno imposto.

Resta tuttavia il fatto che gli stessi cinesi, nella loro stragrande maggioranza, non hanno la più pallida idea di dove il loro Paese stia andando. E, dal momento che stiamo parlando di docenti e di intellettuali, ciò significa che l’incertezza dev’essere molto diffusa, toccando in pratica ogni strato della popolazione.

Non è chiaro come il Partito intenda gestire in futuro la contraddizione tra organizzazione politica ultra-chiusa e sistema economico-finanziario che, fino a tempi recenti, era dinamico e in espansione anche all’estero. I miei interlocutori allargavano le braccia e rispondevano ai miei quesiti con sguardi perplessi.

L’esempio di Hong Kong

A ben vedere, è proprio questo il motivo che ha reso importante la rivolta di Hong Kong e la – pur inutile – vittoria elettorale di autonomisti e indipendentisti nella ex colonia britannica. Se dovesse passare il principio che gli abitanti della città-isola hanno il diritto di eleggere chi vogliono al loro parlamento, sarebbe difficile sostenere che ciò non vale nel continente.

E ancor più arduo diverrebbe affermare che la Cina deve continuare ad essere governata con un sistema che ormai non ha analogie nel mondo.

Il Rinascimento cinese

In realtà, l’apertura del XX congresso del Partito, e il lungo discorso inaugurale di Xi Jinping, hanno presentato notevoli motivi d’interesse. Da notare innanzitutto che l’attuale leader ha proiettato se stesso, e il Partito che marcia compatto dietro la sua guida dopo l’eliminazione di ogni opposizione interna, in un futuro piuttosto lontano.

Xi è stato confermato praticamente a vita. Ha inoltre parlato ampiamente di un “grande rinascimento cinese” che dovrebbe concretizzarsi entro il 2049. Senza peraltro escludere di essere ancora sulla scena a quell’epoca (e avrebbe allora 96 anni).

Nessuna apertura

Delirio di onnipotenza? A me non pare. Xi Jinping ha lasciato intendere con chiarezza che il Partito, forte dei successi conseguiti negli ultimi decenni (e in particolare, ha rammentato con una certa civetteria, durante la sua leadership), non cederà neppure un millimetro di potere.

La società civile continuerà a essere strettamente controllata dal potere politico (e, quindi, dall’onnipresente Partito comunista). Discorso identico per l’economia. Va benissimo la sua crescita costante rammentando, però, che il controllo e – soprattutto – la strategia, spettano ancora una volta al Partito.

Nessuna alternativa, pertanto, all’orizzonte. I “ribelli” di Hong Kong, i gruppi di dissidenti che continuano con grande fatica ad opporsi nell’ambito metropolitano, gli indipendentisti uiguri e tibetani, non devono nutrire alcuna illusione. La stretta verrà mantenuta e, se possibile, addirittura rafforzata tramite il capillare controllo dei media e dei social network.

La visione confuciana

E un altro fatto dev’essere sottolineato, anche se a molti è sfuggito. Xi ha parlato di “felicità” da donare ai cittadini e di prosperità crescente da conseguire sotto la guida illuminata e attenta del Partito. Ha rispolverato concetti e aspettative che paiono assai più confuciani che marxisti, del resto in linea con la riscoperta di Confucio e gli inviti costanti a studiare il suo pensiero che da parecchio tempo hanno corso nel Paese asiatico.

Un bel cambiamento rispetto ai tempi di Mao, quando il più celebre pensatore cinese veniva criticato aspramente e boicottato in quanto simbolo della conservazione e di una vecchia Cina ormai consegnata ai libri di storia. Proprio Confucio e la sua visione del mondo, lo si rammenti, erano uno degli obiettivi polemici principali delle Guardie Rosse.

Il fatto è che la suddetta svolta epocale è del tutto in linea con l’immagine del Paese che la leadership di Pechino vuole costruire e propagandare, anche all’estero. Felicità, prosperità e progresso hanno bisogno, per essere conseguiti, di certezza, stabilità e ordine. La visione confuciana, che predica la sottomissione dell’individuo al corpo sociale nel suo insieme, è in pratica perfetta a questo fine.

E il “socialismo” citato in continuazione mostra, per l’appunto, i tratti del grande saggio nazionale ancor più che quelli di Marx, Engels e Lenin. La Cina si riappropria insomma della sua storia più antica pur avendo ancora (nominalmente) il socialismo quale meta finale. Fatte le debite differenze, si può notare che Mao aveva percorso la stessa strada, sfidando l’Unione Sovietica e rifiutando la supremazia del proletariato urbano per mettere al centro della scena i contadini.

Modello politico e sociale

Inoltre, la Repubblica Popolare si propone ancora una volta non solo come potenza globale, ma anche come modello politico e sociale che i Paesi poveri debbono seguire se vogliono crescere e prosperare. Il rifiuto del multipartitismo e delle libere elezioni è insomma completo.

Chi s’illudeva che la RPC evolvesse verso qualche forma di democrazia liberale è servito una volta per tutte. Il modello occidentale – e Xi l’ha fatto capire chiaramente – a Pechino è considerato fonte di caos, instabilità e disordine. Le note tesi di Francis Fukuyama, secondo il quale il mondo è destinato a diventare in toto liberale, vengono smentite una volta di più.

Lo Stato etico

Si tratta ora di vedere se la compattezza (almeno apparente) del Partito riuscirà a controllare le tensioni sociali e politiche latenti che attraversano l’immenso territorio e la sterminata popolazione che lo abita.

Non desta pertanto sorpresa il fatto che si cominci a parlare di un progetto di ripristinare lo “Stato etico” in Cina. Rammento che, con tale espressione, si intende la forma istituzionale, caldeggiata da filosofi come Hobbes e – soprattutto – Hegel, nella quale l’istituzione statale rappresenta il fine ultimo cui devono tendere tutte le azioni dei singoli individui, portando così all’attualizzazione del bene universale.

Questione demografica

Gli indizi che conducono in tale direzione sono più d’uno. Per esempio i governanti di Pechino si sono accorti che l’obbligo del figlio unico sta conducendo il Paese a un decremento demografico superiore alle attese. Mentre in precedenza la campagna che imponeva tale obbligo intendeva porre un limite drastico alla sovrappopolazione, ora si è capito che essa ha prodotto l’effetto contrario.

Il rischio, ben noto in Italia e in altri Paesi occidentali, è che nei prossimi anni gli anziani prevalgano largamente sui giovani, così causando il collasso del sistema previdenziale e pensionistico. In ambito cinese, tuttavia, non ci si è persi in chiacchiere.

Il partito ha invitato i giovani a sposarsi e le coppie a generare più figli. Finora la reazione della popolazione è tutt’altro che entusiasta, e resta da capire se obbedirà davvero all’ordine calato dall’alto.

La stretta sulle religioni

Altro indizio importante è il giro di vite imposto alle attività religiose. Xi Jinping e l’intero gruppo dirigente hanno chiarito che tutte le confessioni religiose devono subito adeguarsi agli obiettivi della società socialista. Si parla apertamente di “sinizzazione della religione”, di modo che quest’ultima non ostacoli gli obiettivi di cui sopra.

Naturalmente tale direttiva è problematica, soprattutto per quanto riguarda le numerose comunità islamiche. A preoccupare non sono soltanto i soliti Uiguri dello Xinjiang, che da sempre resistono ai tentativi di sinizzazione della loro area. Di recente si sono mossi anche gli Hui, una comunità musulmana moderata che non aveva mai causato problemi.

Controllo dei media

Terzo indizio è il tentativo sempre più massiccio di controllare in modo capillare stampa e mass media ponendo barriere ai contatti con l’estero.

Ed è entrato nel mirino delle autorità pure il settore dei videogiochi, che in Cina come altrove rappresenta un business enorme. La motivazione è che i videogiochi corrompono la gioventù, allontanandola dai già citati obiettivi della società socialista.

Fedeltà al sovrano

Confucio insegnava che il primo ambito sociale in cui gli esseri umani apprendono l’autenticità è la famiglia, nella quale il rispetto dei genitori è essenziale. Il secondo ambito è la società civile, nella quale si apprendono e si applicano la giustizia e l’altruismo.

Ma più importante di tutti è il terzo livello, quello dello Stato. In quel contesto i cittadini sono tenuti alla lealtà e alla fedeltà: fedeltà al sovrano ai tempi di Confucio, al Partito ora. Ovviamente il sovrano o il Partito deve governare con saggezza astenendosi dalla corruzione.

In sostanza lo Stato è una sorta di “grande famiglia”, nella quale i cittadini rispettano i diritti e i doveri della loro condizione sociale attenendosi a un codice fisso e prestabilito che regola i rapporti tra centro e periferia.

Il problema è che il sovrano-imperatore era in possesso di un “mandato ricevuto dal cielo”, il quale l’autorizzava a governare. Nella Cina di oggi il mandato del Partito comunista non può essere celeste e, a ben guardare, si basa ancora sulla Lunga Marcia e sulla vittoria ottenuta nel 1949 contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek.

Se a tutto questo aggiungiamo che, almeno finora, milioni di giovani cinesi si recavano ogni anno a studiare in università occidentali, venendo così in contatto diretto con libertà di stampa e di credenze religiose, è facile prevedere che per il gruppo dirigente di Pechino potrebbe non essere facile mantenere sotto controllo la situazione.

Il patto non scritto Partito-popolo

Arrivo ora a un punto essenziale. Molti si attendevano, dopo le rivolte popolari innescate dalla pessima gestione della pandemia e dai continui lockdown totali che hanno coinvolto tutte le maggiori metropoli del Paese, una vera e propria rivoluzione in grado di scardinare il sistema provocando il crollo del regime.

Non c’è stata, invece una nuova Tienanmen. L’allentamento delle norme anti-Covid decisa dal regime sembra funzionare, facendo capire che l’obiettivo dei rivoltosi era solo quello.

Situazione, per noi occidentali, un po’ strana. Ci eravamo illusi che scoppiassero proteste simili a quelle di Hong Kong, dove i dimostranti non si stancavano di ribadire che il loro obiettivo era la democrazia vera, con libere elezioni, multipartitismo, stato di diritto etc.

Scordandoci che la città-isola era governata dai britannici i quali, pur considerandola una colonia, avevano lasciato nel suo tessuto tutti i principali elementi della liberal-democrazia. Niente di tutto ciò a Pechino o a Shanghai. Tali principi sono condivisi da una ristretta élite, senza un reale seguito tra la popolazione.

Che cosa dobbiamo dedurne? Temo una risposta che non può soddisfarci, e cioè che il patto non scritto tra Partito comunista e popolo – progresso economico in cambio dell’assenza di libertà – valga ancora, ed è destinato a perpetuarsi se non ci sarà una crisi economica catastrofica, tale da mettere in pericolo il livello di vita sinora raggiunto. Non eccelso, in verità, ma pur sempre superiore a quello dell’epoca maoista. E senza scordare che una crisi di quel tipo potrebbe ancora verificarsi.

Democratici una piccola minoranza

Occorre insomma rammentare che, nel Paese del Dragone, una vera democrazia compiuta non c’è mai stata. Provò a fondarla, ma senza successo, il padre della Cina moderna Sun Yat-sen, fondatore del Kuomintang ma assai rispettato dai comunisti che in lui vedevano il loro precursore.

Era un politico-intellettuale autore del classico “I tre principi del popolo”, tuttora molto studiato e citato. E persino il pragmatico Deng Xiaoping sentì il bisogno di accreditarsi presso le masse fornendo una giustificazione filosofica e politica alla sua profonda riforma economica.

A dispetto di quanto afferma Francis Fukuyama, bisogna insomma rassegnarsi al fatto che, nelle grandi autocrazie dei nostri tempi, Cina e Russia, solo una piccola minoranza si batte a favore della democrazia e del liberalismo.

La popolazione nel suo insieme è invece indifferente se non addirittura refrattaria. Ecco perché il continuo parlare dei “diritti umani” sortisce ben pochi effetti: vi sono contesti in cui i cittadini preferiscono appaltare al potere le decisioni, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità individuali.