Esteri

Immigrazione

Giornata mondiale del rifugiato, pretesto per le solite accuse all’Occidente

Quest’anno preso di mira in particolare il Regno Unito per l’accordo con il Rwanda, un buon programma nel rispetto di diritti e convenzioni

3.6k 2
Priti Patel Rwanda

Ogni anno il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato e pochi giorni prima l’Unchr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, pubblica un rapporto aggiornato sulla situazione globale sia dei profughi all’estero, che detengono lo status giuridico di rifugiato o sono richiedenti asilo, sia di quelli interni, molti di più (chiamati anche sfollati), che cercano di mettersi al sicuro restando entro i confini nazionali.

La giornata si intende come momento per sensibilizzare con eventi e manifestazioni al dramma dei profughi, far sì che percepiscano la vicinanza di governi e comunità, diano testimonianza delle loro vicissitudini e delle loro aspirazioni. È anche un giorno di bilanci e progetti.

La strumentalizzazione

Succede invece che diventi pretesto per iniziative con finalità ideologiche e politiche. “Migrazioni: da problema a opportunità”, ad esempio, è il titolo di un evento chiaramente fuori tema organizzato da un circolo culturale. Scorrendo l’elenco degli oratori e delle associazioni presenti si capisce che l’argomento sono gli emigranti illegali.

Fuori tema è anche un convegno annunciato da una cooperativa e da una amministrazione locale intitolato “Modelli culturali e cura di sé”, i cui interventi, spiega la locandina, si inseriscono nel contesto generale della tratta di esseri umani e della violenza di genere (due fenomeni ai quali peraltro sono dedicate due giornate internazionali, rispettivamente il 30 luglio e il 25 novembre).

Le accuse all’Occidente

La giornata inoltre ogni anno, immancabilmente, diventa occasione per accusare governi e cittadini occidentali di egoismo, di indifferenza nei confronti dei rifugiati e lodare per contro i Paesi poveri eppure tanto generosi nell’accoglienza.

La prima e più autorevole voce è sempre quella di Filippo Grandi, l’Alto Commissario Onu per i rifugiati. Si parte dal dato, reale, che più di otto rifugiati su dieci vivono in Paesi poveri, ma si omette di precisare: che nella maggior parte dei casi i Paesi ospiti confinano con quelli di origine dei rifugiati ed è quindi in quei Paesi, poveri o ricchi che siano, che le persone in fuga chiedono asilo, come prevede la Convenzione di Ginevra sui rifugiati; che i governi dei Pesi poveri ricevono dall’Unchr contributi finanziari e di altra natura in funzione del numero delle persone che ospitano e delle loro esigenze; che il bilancio dell’Unhcr, così come di tutte le agenzie Onu, è in gran parte coperto da fondi pubblici e privati provenienti da stati occidentali (Stati Uniti, Unione Europea, stati europei…), senza di che non potrebbe svolgere la sua funzione.

L’accordo Regno Unito-Rwanda

Quest’anno poi le accuse all’Occidente si fanno più pressanti. La giornata del rifugiato ricorre infatti in un clima di tensione causato dalle critiche durissime alla decisione del governo britannico di trasferire in Rwanda parte delle persone che sbarcano illegalmente in Inghilterra. Questo programma di riallocazione rientra nelle misure che Londra sta adottando per fermare l’immigrazione illegale.

Ogni anno migliaia di persone che raggiungono la Gran Bretagna attraversando il canale della Manica, dichiarano, come fanno quelle che sbarcano in Italia attraversando il Mediterraneo, di essere in fuga da minacce alla vita o alla libertà e chiedono che sia conferito loro lo status giuridico di rifugiato appellandosi alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e al diritto internazionale.

Alcuni richiedenti asilo dicono la verità, ma nella maggior parte dei casi si tratta di espedienti per evitare di essere rimpatriati, per rimanere almeno finché le autorità decidono se l’asilo può essere concesso.

Coloro che vengono nel nostro Paese illegalmente non avranno diritto di restare – ha dichiarato il ministro dell’interno Priti Patel presentando il programma ad aprile – useremo ogni mezzo e ogni strumento legale a nostra disposizione per fare in modo di poterli allontanare. Sarà un chiaro segnale che non si ha diritto a rimanere nel Regno Unito. Infliggeremo un duro colpo ai contrabbandieri di uomini e la gente smetterà di morire lungo le pericolose rotte verso il Regno Unito”.

L’accordo con il governo del Rwanda, firmato il 14 aprile, prevede che i richiedenti asilo siano ospitati, liberi di andare e venire, all’Hope Hostel, l’Ostello della speranza dove in passato furono alloggiati alcuni sopravvissuti al genocidio dei Tutsi.

Quelli che otterranno asilo riceveranno per cinque anni dal governo britannico aiuti economici e altre forme di sostegno affinché possano integrarsi nella vita economica e sociale del Rwanda se lo desiderano.

Quelli le cui richieste saranno respinte potranno presentare domanda di rimanere in Rwanda ad altro titolo, oppure saranno trasferiti nei rispettivi Paesi di origine, nei quali evidentemente non corrono alcun pericolo, o in altri stati in cui abbiano diritto di risiedere.

Le accuse a Londra

Quello di Londra è un buon programma ed è stato concepito nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale in materia di asilo. Tuttavia sta provocando reazioni aspre.

Il 14 giugno un primo gruppo di sette richiedenti asilo sarebbe dovuto partire per il Rwanda. Ma il volo è stato sospeso all’ultimo momento perché la Corte europea per i diritti umani è intervenuta in favore di uno degli uomini a bordo, un iracheno secondo il quale nello stato africano avrebbe corso “il rischio reale di subire danni irreversibili”. Sul suo esempio, anche gli altri richiedenti asilo hanno presentato ricorso e così tutti gli ordini di trasferimento sono stati sospesi.

Tra i tanti, a criticare il progetto di riallocazione britannico è stato anche l’arcivescovo del Galles, Andrew John, che il 14 giugno ha definito il progetto “immorale”. Nello stesso giorno i vescovi della Camera dei Lord hanno scritto una lettera al Times in cui sostengono che “il progetto di deportazione getta vergogna sul Paese. La nostra eredità cristiana ci dovrebbe indurre a trattare i richiedenti asilo con compassione, con correttezza e giustizia come abbiamo fatto per secoli”.

L’Alto Commissario Filippo Grandi si era già opposto a quelli che aveva definito “sforzi che mirano ad esternalizzare o a fare gestire ad altri Paesi gli obblighi relativi all’asilo e alla protezione internazionale” eludendo le responsabilità e violando la Convenzione di Ginevra.

Lo ha ribadito in questi giorni aggiungendo che l’iniziativa britannica può costituire un precedente catastrofico perché altri governi potrebbero seguirne l’esempio. Non dice che cosa ci sia di catastrofico nell’affidare a un governo africano dei richiedenti asilo. Proprio l’Unhcr qualche anno ha dichiarato l’Uganda – eppure meno sicura e prospera del Rwanda, con cui confina – il miglior stato in cui un rifugiato può sperare di essere ospitato.

La partenza dei richiedenti asilo è solo rimandata, affermano le autorità britanniche. Il ministro dell’interno Priti Patel si è detta contrariata, ma ha assicurato: “abbiamo già iniziato i preparativi per il prossimo volo”.

Offese al Rwanda

Anche il Rwanda si è fatto sentire. Il 17 giugno la portavoce del governo rwandese, Yolande Makolo, ha definito offensive le critiche al progetto e ha invitato tutti a fare un viaggio in Africa orientale prima di aprire bocca. “Dire che vivere in Africa è una punizione – ha detto – è un insulto per chi abita qui e sta lavorando duramente per costruire i nostri Paesi. Il Rwanda ha fatto progressi straordinari”.

I governi occidentali dovrebbero seguire l’esempio del Rwanda, chiedere conto delle affermazioni offensive di chi ci accusa di non curarci dei profughi e addirittura di farli morire in mare.

Veri profughi dimenticati

In tutto questo l’offesa e in fin dei conti il danno maggiore è proprio ai profughi, rifugiati e sfollati, presi a pretesto e dimenticati nel giorno a loro dedicato.

Il rapporto dell’Unhcr ce li descrive in cifre. I dati si riferiscono al 2021. Come succede ormai da molti anni, registrano un aumento delle persone in fuga da guerre, persecuzione e violenze, che hanno raggiunto la cifra di 89,3 milioni, oltre 10 milioni in più rispetto al 2020. I rifugiati sono 21,3 milioni. I profughi interni sono 53,2 milioni. All’estero, in situazioni e status diversi, ci sono inoltre 4,4 milioni di venezuelani.

Infine i richiedenti asilo, in attesa di sapere se otterranno protezione internazionale, sono 4,6 milioni. (l’Onu calcola inoltre come rifugiati 5,8 milioni di palestinesi sotto mandato dell’Unrwa, l’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi del Vicino Oriente, costituita dall’Onu nel 1949). Secondo l’Unhcr dall’inizio del 2021 si sono aggiunti più di dieci milioni di profughi e la cifra totale adesso supera i cento milioni.