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I flop di Bloomberg, Buttigieg e dei soliti media che comprendono sempre meno cosa si muove al di fuori delle loro redazioni

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Qualcuno sostiene che la campagna elettorale per le presidenziali americane del 3 novembre prossimo non si prospetti granché interessante. Le ragioni dell’eventuale disincanto possono essere diverse, dal Partito democratico diviso e spesso confusionario alla possibile rielezione di Donald Trump (i predecessori più recenti, Obama, Bush junior e Bill Clinton, sono stati tutti rieletti per un secondo mandato, ma non esiste una regola matematica che assicuri la permanenza alla Casa Bianca per otto anni, e a tal proposito ricordiamo la mancata riconferma di Bush senior). È probabile che fra gli odiatori di Trump vi sia chi ritiene, suo malgrado, scontata la rielezione del presidente in carica, quindi evita di appassionarsi a queste elezioni, ma quando una democrazia funziona davvero, e quella statunitense dimostra da sempre i propri pregi, nulla deve essere considerato come eternamente acquisito, anche nel momento in cui i meriti superano i demeriti. Dietro l’angolo vi possono sempre essere delle sorprese, belle o brutte, ma se l’elettorato è libero di esprimersi in un sistema sano, è opportuno dare per certo un risultato solo dopo la conclusione dello spoglio delle schede.

Quest’ultimo dovrebbe essere un dato acquisito, eppure molti commentatori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono abituati a disegnare scenari ancor prima che gli elettori si siano espressi, salvo poi ricevere drammatiche smentite dai fatti. I sondaggi rappresentano un utile strumento per capire che aria aria, ma andrebbero ricondotti al loro ruolo originario. Da Brexit alla vittoria di Trump nel 2016, l’informazione non ha azzeccato nemmeno una previsione, e persino per quanto riguarda le primarie Dem, alcuni media si sono rivelati incapaci di comprenderne l’evoluzione. Michael Bloomberg doveva essere l’asso nella manica dei Democratici, il vero anti-Trump tenuto a riposo durante le primarie in Iowa e New Hampshire per essere poi lanciato a sbaragliare tutti in occasione del Super Tuesday, il giorno delle consultazioni in ben 14 Stati. Gli altri? Bernie Sanders troppo estremista e Joe Biden anziano e confuso, oltreché protagonista di numerose gaffe. Qual è stato invece l’epilogo del Super Tuesday? Joe Biden, ovvero lo zio o il nonno rimbambito d’America (parole non di chi scrive, bensì di Alan Friedman, giornalista americano onnipresente nei talk-show italiani, che peraltro ha usato un aggettivo ancor più greve), si è imposto in 10 su 14 Stati in palio, comprimendo parecchio le ambizioni di Sanders. Colui che doveva essere l’anti-Trump per eccellenza, ossia l’ex-sindaco di New York, è stato notato e premiato solo nel bel mezzo del Pacifico, nelle Samoa Americane. Bernie Sanders è davvero un estremista o meglio, un vecchio socialista con idee novecentesche addirittura antiquate per l’Europa, figurarsi per l’America, anche se piace ad una fascia di giovani.

Il successo di Biden può essere stato determinato senz’altro dal voto degli afroamericani, dai vari endorsement di chi si è ritirato dalla battaglia per la nomination democratica come Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke, oltre alle plausibili manovre da parte di Barack Obama, ma, al di là di tutto, rimane l’incapacità di alcuni media di descrivere lo stato d’animo degli elettori e della base dei partiti. Se “Sleepy Joe” dovesse conquistare la nomination democratica e diventare quindi lo sfidante del “cattivo” Trump, egli cesserebbe, stiamone pur certi, di essere dipinto come un vecchietto prossimo all’Alzheimer, e diventerebbe in un batter d’occhio quel politico saggio di cui l’America e il mondo hanno tremendamente bisogno. Non solo, come già accaduto con Hillary Clinton, potrebbe essere incoronato presidente ancor prima del 3 novembre, sempre dai soliti noti dell’informazione televisiva e su carta stampata, tanto americani quanto europei, i quali dimostrano di avere sempre meno il polso di quanto succede al di fuori delle loro redazioni.