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Il “trumpismo” fa bene al Gop: partito multietnico e della “working people”, e ritorno alla tradizione jacksoniana

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Ai Democratici non è bastata la potenza mediatica né quella finanziaria: i Repubblicani conquistano una decina di seggi alla Camera, hanno buone chance di mantenere la maggioranza al Senato e avanzano tra le minoranze e la “working-people”. Il cosiddetto “trumpismo” non ha esaurito la sua spinta: al contrario, è e resterà una delle forze più rilevanti sulla scena politica statunitense e ha riplasmato il Gop. Non solo per l’impronta impressa da Donald Trump, ma anche per decennali trasformazioni del tessuto socio-economico statunitense e del sistema internazionale

Poche elezioni nella storia degli Stati Uniti sono state combattute e contese quali quelle del 3 novembre scorso. In assenza di sorprese derivanti dai ricorsi presentati dalla campagna Trump, a prevalere è stato il candidato democratico Joseph R. Biden Jr., che giurerà il prossimo 20 gennaio come 46° presidente degli Stati Uniti. Nonostante alcuni esperti e commentatori si siano affrettati a dichiarare chiusa la parentesi trumpismo/sovranismo, i dati che arrivano da Oltreoceano raccontano una realtà differente.

Innanzitutto, la performance di Donald Trump è andata decisamente oltre le attese, con più di 73 milioni di voti ottenuti (Obama ottenne 69.5 milioni di voti nel 2008 e quasi 66 milioni nel 2012). In particolare, ancora una volta i sondaggi si sono rivelati poco accurati: secondo la media dei sondaggi su scala nazionale fornita da Real Clear Politics, Biden avrebbe dovuto vincere con 7,2 punti percentuali di scarto su Trump; FiveThirtyEight dava, invece, Biden avanti di un 8,4 per cento. Alcuni sondaggi il giorno prima delle elezioni davano addirittura Biden a +10. Attualmente, a spoglio pressoché concluso, Biden è sopra di meno della metà, 3,5 per cento. Anche nei singoli Stati i risultati non appaiono molto migliori, basti vedere i circa 6 punti percentuali di errore in Wisconsin o i 4,3 in Florida (medie Real Clear Politics).

Oltre ai sondaggisti, anche le previsioni di numerosi esperti si sono rivelate erronee. Per mesi si è parlato dell’arrivo di una grossa “onda blu”, in grado di rimuovere facilmente non solo Trump ma anche la maggioranza repubblicana al Senato. In realtà, Trump è staccato di pochissimo da Biden in vari Stati chiave: 1 per cento in Pennsylvania, 0,62 in Wisconsin, 0,28 in Georgia e 0,31 in Arizona. Una conquista degli stessi sarebbe stata più che sufficiente per tenere la presidenza. È lecito pensare che senza Covid-19 Trump sarebbe riuscito a prevalere sullo sfidante, anche se la responsabilità primaria di alcune scelte comunicative sulla pandemia, non particolarmente efficaci, ricade su di lui.

In aggiunta, Trump è stato in grado di conquistare tantissimi voti tra le minoranze. Secondo gli exit poll Cnn, se nel 2016 Trump ha conquistato l’8 per cento del voto degli afroamericani, nel 2020 il valore sale al 12 per cento, con un picco del 19 per cento tra gli uomini (era il 13 per cento nel 2016). Anche tra i latinos Trump ha guadagnato consensi (+4 per cento, con un 32 per cento di consensi rispetto al 65 di Biden). Interessante anche osservare il guadagno tra le donne: +5 per cento in ambedue i gruppi considerati. Tra le donne bianche Trump ha guadagnato un +3 per cento rispetto al 2016, ottenendo il 55 per cento dei consensi rispetto al 44 per cento dello sfidante. Pertanto, i dati cozzano con la narrativa mainstream di un Trump razzista e misogino che avrebbe alienato minoranze e donne; nonostante la campagna martellante in tal senso, i risultati sono stati contrari alle attese.

Il bicchiere appare mezzo pieno anche per il Grand Old Party (Gop). Oltre all’incremento dei consensi tra le minoranze, terreno fondamentale per riuscire ad essere competitivo anche in futuro, il partito è riuscito a tenere bene a livello nazionale. Il distacco finale dal Partito Democratico sarà intorno al 2 per cento (molto inferiore al 7 per cento medio previsto dai sondaggi), con ottimi risultati in vari distretti che permetteranno al Gop di riguadagnare una decina di seggi alla Camera, pur rimanendo in minoranza. Al Senato i Repubblicani sono a 50 seggi, a un passo dalla maggioranza assoluta (51) e in attesa del risultato dei due ballottaggi che si terranno a gennaio per assegnare i seggi della Georgia, dove partono leggermente favoriti. Se il Gop manterrà la maggioranza al Senato, Biden sarà, almeno fino alle elezioni di mid-term del 2022, una cosiddetta lame-duck, un’anatra zoppa, in quanto non potrà portare avanti riforme ambiziose o nomine rilevanti senza l’approvazione del Senato. Nota di colore: i Democratici hanno surclassato i Repubblicani riguardo al denaro investito su varie corse per il Senato. Ad esempio, hanno speso 42 milioni di dollari in più in South Carolina (distacco finale: 10 per cento a favore dei Repubblicani), 22 milioni in più in Iowa (distacco finale: quasi 7 per cento a favore dei Repubblicani) e 30 milioni in più in Kentucky (distacco finale: quasi 20 per cento a favore dei Repubblicani). I Democratici in North Carolina hanno più che doppiato le spese del candidato Gop – 46,6 milioni contro 19,4 – perdendo comunque la sfida. La potenza di fuoco economica messa in campo, dunque, non è bastata a spostare gli equilibri come sperato dai Democratici. Inoltre, i Repubblicani hanno ottenuto buoni risultati anche a livello delle Camere statali: un’ottima notizia per il Gop in previsione del redistricting imminente.

Tuttavia, non sono solo i buoni risultati ottenuti durante le elezioni a far ritenere che il cosiddetto “trumpismo” sia tutto fuorché sconfitto. Il Partito Repubblicano è sempre più il partito riplasmato da Donald Trump. Come sostenuto recentemente anche da Tim Miller, Never Trumper di lunga data, il trumpismo è ciò che gli elettori repubblicani vogliono. Da lungo tempo la base si è allontanata dai temi sostenuti dalla leadership del partito negli anni Novanta/Duemila – liberismo, internazionalismo, promozione dei valori democratici – per virare su una versione più originaria del conservatorismo americano, fatta di nazionalismo, protezionismo, antiglobalismo e populismo, che Donald Trump ha sostanzialmente ripresentato, aggiornata, nel 2016. Le avvisaglie si erano già avute con la corsa alla presidenza di Pat Buchanan nel 1992: la crescente insoddisfazione della classe lavoratrice e media bianca, che ha visto il suo reddito medio reale costantemente calare nel corso dell’ultimo trentennio, ha ulteriormente contribuito a riplasmare l’elettorato del Partito Repubblicano. Trump è stato capace di intercettare questi voti, riportando il Gop a essere competitivo, per la prima volta in decenni, in Stati come Michigan e Wisconsin. La presidenza Trump, dunque, segna la trasformazione del Gop, come sostenuto recentemente anche dal senatore Marco Rubio, in un partito “multietnico e dei lavoratori”.

In uno scenario fortemente polarizzato, inoltre, gli elettori repubblicani potrebbero stringersi attorno al partito e al suo leader in risposta a quelle che ritengono essere state elezioni irregolari, con una pericolosa deriva che porrebbe in dubbio la legittimità complessiva del sistema.

Tuttavia, sarebbe scorretto attribuire la responsabilità di tale evoluzione solo al Partito Repubblicano o a Donald Trump. Seppure in modalità e situazioni differenti, la delegittimazione del rivale è stata una delle carte più giocate dai Democratici nei quattro anni di amministrazione Trump. Fin dal principio, si è parlato di impeachment (poi tentato) e rimozione per presunta instabilità mentale; per svariati mesi i media hanno martellato con la prevista fine della presidenza Trump per cospirazione con la Russia e la base Dem, ma non solo, è stata trascinata dal coro Not My President. Inoltre, a fine agosto 2020 più di un esponente democratico ha ventilato l’ipotesi di non concedere “in alcun caso” l’elezione in caso di vittoria di Trump, ciò che si sta verificando ora a parti inverse.

Gli elettori repubblicani avvertono sempre più l’ostracismo verso le loro idee e proposte e ciò, conseguentemente, porta ad un ulteriore irrigidimento e polarizzazione. Biden, nel discorso della vittoria, ha annunciato la volontà di “guarire” gli Stati Uniti, e più volte in campagna elettorale ha promesso di voler essere il presidente di tutti. Tuttavia, nella pratica vari membri del suo partito non hanno cambiato la narrativa: Michelle Obama ha sostenuto che, sostanzialmente, chi ha votato Trump ha difeso “bugie, odio, caos e divisione” e Alexandria Ocasio-Cortez ha avanzato l’idea di schedare sostenitori e collaboratori di Trump, scoprendo che qualcuno l’aveva preceduta con il Trump Accountability Project. Viste le premesse, è indubbio che una ricomposizione delle fratture interne agli Stati Uniti sarà particolarmente complessa, favorendo così la cristallizzazione dei due blocchi contrapposti e la presa di Trump sul partito.

In aggiunta alla politica interna, anche l’impatto di Trump sull’approccio alla politica estera statunitense resterà in eredità al Partito Repubblicano. Il 45° presidente si è indubbiamente richiamato all’impostazione più classica della destra americana su sostegno a Israele, scetticismo verso le organizzazioni internazionali ed enfasi sulla deterrenza militare quale via preferenziale per mantenere la pace. Inoltre, Trump ha riportato il partito su posizioni proprie del conservatorismo originario: America First, con il ripudio di qualsiasi forma di globalismo; ostilità all’interventismo; critica aperta agli alleati ritenuti free-rider oppure ostili agli interessi economici americani; politica commerciale volta al protezionismo economico, soprattutto nei confronti dei Paesi che hanno sfruttato le falle nel sistema di libero mercato per avvantaggiarsi a scapito degli Stati Uniti.

È il ritorno della tradizione jacksoniana nella politica estera statunitense, il nazionalismo a Stelle e Strisce. Tale approccio non è mai stato completamente abbandonato dal partito Repubblicano ma era rimasto sottotraccia per anni prima dell’ascesa di Trump. Inoltre, lo spostamento del Gop verso la working-class (o working-people) incoraggerà ulteriormente posizioni protezioniste e antinterventiste.

Inoltre, il mantenimento dell’approccio trumpiano sarà favorito anche dalle trasformazioni del sistema internazionale nel suo complesso e, in particolare, dalla multipolarizzazione e frammentazione del sistema e dalla perdita di potere relativo di Washington. Questo, tra l’altro, impedirà anche all’amministrazione Biden di rovesciare radicalmente l’impostazione data da Trump: il tempo dell’interventismo liberale, del libero commercio a tutti i costi e dell’incontrastata egemonia statunitense sta volgendo al termine.

Infine, è lecito pensare che Trump continuerà a far sentire la sua leadership all’interno del Partito Repubblicano. Innanzitutto, non è da escludere una sua ricandidatura alla Casa Bianca. Esiste solo un precedente di ritorno alla Casa Bianca, dopo quattro anni, quello di Grover Cleveland (1885-1889, 1893-1897), ma con Donald Trump non si può dare nulla per scontato. L’autore di “The Art of the Comeback”, infatti, potrebbe sfruttare la solida base costruita nei quattro anni di presidenza per ricandidarsi nel 2024 e vincere agevolmente le primarie repubblicane. Nel frattempo, è già stata annunciata la creazione di una Leadership Political Action Committee con cui Trump potrà raccogliere fondi da destinare a esponenti politici o per cause di sua scelta. Ciò, unito alla sua potenza di fuoco mediatica, permetterebbe al tycoon di mantenere un’influenza rilevante sul partito. In aggiunta, sono riemerse voci sul possibile interesse di Trump in merito alla creazione di una nuova emittente televisiva – soprattutto visti i recenti contrasti con Fox News, riferimento per il mondo conservatore americano. In alternativa, il presidente potrebbe unire le sue forze con Newsmax o One American News, per ora emittenti decisamente più piccole rispetto a Fox, ma che potrebbero crescere velocemente in caso di entrata di Trump.

In conclusione, esistono sufficienti ragioni per ritenere che la sconfitta elettorale di Trump – sempre che non spuntino novità dalla battaglia legale del presidente sulle irregolarità nel voto – non segni in alcun modo la fine del cosiddetto “trumpismo”. Al contrario, il Partito Repubblicano proseguirà sulla rotta tracciata dal 45° presidente: ci sarà probabilmente un cambiamento nella comunicazione ma a livello di temi e di battaglie politiche è lecito aspettarsi che il Gop resterà il partito che è stato riplasmato negli ultimi cinque anni. Tutto ciò, non solo per l’impronta impressa da Donald Trump ma anche per decennali trasformazioni del tessuto socio-economico statunitense e del sistema internazionale, trasformazioni che stanno avendo un impatto anche sul Partito Democratico. Non è un caso se negli ultimi trent’anni il livello di polarizzazione negli Stati Uniti è costantemente aumentato. Coloro che si attendono una “normalizzazione” della vita politica statunitense e un ritorno a dieci anni orsono del Partito Repubblicano rimarranno delusi. Il cosiddetto “trumpismo” non ha esaurito la sua spinta: al contrario è e resterà, una delle forze più rilevanti sulla scena politica statunitense.