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Il valzer dei direttori nei giornali che affondano, mentre il gioiellino Spectator arriva al numero 10 mila

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Eppure qualcosa si è mosso nell’Italia ferma per la quarantena: la scorsa settimana si sono registrati alcuni cambi al vertice nel settore mediatico, con la regia di John Elkann che sta compiendo gli ultimi passi per acquisire sempre più peso nel gruppo editoriale Gedi. Maurizio Molinari è diventato direttore di Repubblica, Massimo Giannini invece de La Stampa, mentre Mattia Feltri ha raccolto il testimone di Lucia Annunziata trovandosi a capo dell’Huffington Post. In meno di un giorno è riuscito anche a inimicarsi parte dei lettori con l’editoriale dedicato al 25 aprile, giudicato troppo morbido dallo zoccolo duro di sinistra: un grande in bocca al lupo ad una delle penne più fini del giornalismo italiano.

Roma-Torino, un asse che tratteggia i lineamenti del Paese. La prima è una capitale non capitale, dove tutto si ingolfa e nulla si decide; la seconda è stata capitale, oggi vive di riflesso, ma l’epoca d’oro è un ricordo. Il vero traino economico di una nazione più che mai al palo è Milano e, complice l’emergenza sanitaria per Covid-19, la metropoli lombarda ora è anche l’ombelico politico, con la campagna d’informazione che ha preso di mira la giunta regionale a trazione leghista, iniziata con l’inchiesta di Gad Lerner sull'”epidemia insabbiata” tra gli ospiti al Pio Albergo Trivulzio e pubblicata proprio su Repubblica ad inizio aprile.

Nomine che hanno scatenato una certa isteria. La redazione di Repubblica tra giovedì e venerdì ha proclamato lo sciopero per il licenziamento di Carlo Verdelli, “proprio nel giorno – si leggeva nel comunicato – indicato come data della morte dagli anonimi che ormai da mesi lo minacciano, tanto da spingere il Viminale ad assegnargli una scorta. Una tempistica quanto meno imbarazzante”. Quindi è sceso in campo Carlo De Benedetti, con un’intervista al Foglio, quotidiano che una volta si divertiva a sbeffeggiare i colleghi di Largo Fochetti (chissà se Christian Rocca, che pur se direttore de Linkiesta continua a scrivere su La Stampa, se lo ricorda) e che adesso pare molte volte più “Repubblica” del fondatore Eugenio. “Ci sto pensando seriamente “, ha dichiarato l’ingegnere in merito all’ipotesi di fondare un nuovo giornale con l’identità di Repubblica, quella per come la comandava lui. “Oggi fare un giornale non costa nemmeno troppo”, aggiunge. Se non fosse che vorrebbe proprio Verdelli come direttore, avremmo pensato si riferisse al ritorno dell’Avanti nelle edicole sotto la guida di Claudio Martelli.

A Molinari e Giannini va un sincero augurio di buon lavoro: costerà poco mettere in piedi un quotidiano come suggerisce De Benedetti, ma certamente costa molto saperlo vendere. Nemmeno le prime pagine stile Vanity Fair di Verdelli sono per esempio riuscite a risollevare le sorti di Repubblica, così come occorrerà tempo per capire se l’impronta digitale assegnata da Molinari a La Stampa servirà a ridare fiato alla storica testata sabauda. Il coronavirus che sta infettando le vendite cartacee di certo non aiuta. Intere pagine riempite di retroscena senza riscontri e analisi che non si materializzano, nemmeno. L’esercizio mattutino di molti cronisti prevede di leggere cosa hanno scritto i concorrenti per marcare punti nella personale classifica di chi è più lesto e rapido, ma ai lettori non frega granché.

Nel frattempo, sabato è uscito il numero 10.000 del settimanale Spectator: diecimila numeri dal 1828 ad oggi, un unicum. Il party per celebrare lo storico traguardo è rinviato a data da destinarsi, ma un cheers virtuale se lo merita. Nel 1951 la testata valeva 75.000 sterline, nel ’67 e nel ’75 è stata venduta per meno. Oggi il suo valore si attesta sui 20 milioni. Stampa all’incirca 85.000 copie a settimana, il sito internet (fresco di restyling dopo un approfondito sondaggio tra i lettori, con contenuti a pagamento e non) continua a rafforzarsi grazie anche ad un ramificato servizio di newsletter. Carta e web si parlano, non si ignorano.

È un gioiellino che continua a brillare tra articoli di politica ed economia, brevi saggi su come cambia il mondo, racconti di quotidianità, rubriche storiche e podcast, ospitando firme con opinioni diverse (l’anima è conservatrice, gli ospiti non per forza), mantenendo toni educati e quando possibile umoristici. A ciò si aggiungono le molte pagine dedicate alla cultura: libri, arte, recensioni. È la ricetta voluta da Robert Stephen Rintoul nel 1828 e seguita alla lettera nel 2020. Cammina con le proprie gambe, stimolando il dibattito, invece di adeguarsi; riflettendo, invece di rincorrere. Non sono i giornalisti a essere i protagonisti (ogni anno aprono le porte agli stagisti senza chiedere il cv, ma suggerimenti editoriali e sottoponendoli ad una prova pratica), è quanto accade fuori dalla redazione nell’elegante Old Queen Street. Prendere appunti.