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La colpa di Orsini? Quella di non adeguarsi al mainstream dominante

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Chi scrive è rimasto davvero stupito dalla “censura preventiva” praticata dalla Rai nei confronti di Alessandro Orsini, sociologo dell’ateneo romano Luiss. I dirigenti prima gli hanno fatto firmare un contratto per comparire nel programma di RaiTre Cartabianca, condotto da Bianca Berlinguer. Poi, in un battibaleno, il contratto è stato stracciato per le presunte posizioni filo-Putin che lo stesso Orsini avrebbe manifestato.

Vorrei allora esprimere alcune considerazioni di carattere generale. In primo luogo, avendo ascoltato Orsini in più occasioni, non mi è parso che il docente difendesse lo zar moscovita o che si schierasse al suo fianco. Sottolinea piuttosto la prudenza rammentando che, anche in una guerra odiosa come quella che si combatte in Ucraina, la ragione non sta mai tutta da una parte e il torto tutto dall’altra. Invita inoltre il mondo politico e i mass media italiani a riflettere sulle conseguenze che le sanzioni possono avere per il nostro Paese, notoriamente povero di risorse energetiche e ora pure povero di risorse alimentari, dopo che per decenni l’agricoltura è stata ridotta al rango di Cenerentola (che prima non aveva).

Quale, dunque, la colpa di Orsini? Quella di non adeguarsi al mainstream informativo dominante, a quella sorta di “pensiero unico” entrato in vigore dopo l’invasione dell’Ucraina. Se qualcuno, come per l’appunto Orsini, si permette di discostarsi – anche di poco – dal suddetto mainstream, diventa subito un paria, un intoccabile da tenere a distanza per evitare che ci infetti tutti.

Ora, la Rai è un ente pubblico finanziato, anche se solo parzialmente, dal canone obbligatorio per gli abbonati. Ci si chiede se è possibile che un ente di quel tipo che si regge, lo ripeto, anche sui soldi che i cittadini tirano fuori dalle proprie tasche, possa permettersi di censurare qualcuno impedendo ai telespettatori (paganti!) di ascoltare le sue opinioni.

Sono, tali opinioni, difformi rispetto a quelle in voga? Benissimo, è un buon segno. Significa che in Italia esiste ancora la libertà di opinione, di parola e di pensiero, a differenza di quanto avviene negli Stati autocratici e totalitari. Significa che viviamo ancora in una democrazia liberale.

Sento dire, ma non ho prove che confermino l’ipotesi, che la censura sia opera del Pd. Se così fosse vorrei far notare una stranezza. Il Partito democratico è (in parte) l’erede del vecchio PCI. Basti pensare ai nomi di Bersani, Napolitano, D’Alema etc. Ebbene, Enrico Berlinguer, poco prima del collasso dell’Urss, gridò orgogliosamente dal palco di fronte a una piazza stracolma che “in Russia non c’è crisi!”. Non aveva letto, il segretario del PCI, il capolavoro di Ludwig von Mises “Socialismo”, nel quale lo studioso della Scuola Austriaca dimostrava che un sistema come quello sovietico era destinato a fallire per motivi prettamente economici.

Giorgio Napolitano, dal canto suo, difese con vigore l’invasione sovietica dell’Ungheria. Ma, di grazia, da dove viene Vladimir Putin? Non è forse un ex ufficiale del KGB, il potentissimo servizio segreto sovietico? E non è forse stato educato nelle scuole di Partito della ex Urss, dove ha ricevuto una formazione mentale che porta per l’appunto il marchio sovietico? E i compagni dell’ex PCI come possono ignorare queste coincidenze?

Mistero buffo, come direbbe Dario Fo. In ogni caso è ovvio che in un periodo come questo è difficile conservare un minimo di equilibrio. Come si fa, quando persino una persona nota per il suo aplomb come Mario Draghi si mette l’elmetto in testa, salvo smentirsi in seguito dopo aver capito che la no-fly zone sui cieli ucraini potrebbe causare davvero la deflagrazione di un conflitto mondiale?

Per quanto mi riguarda, comunque, torno a ribadire che la censura, di qualsiasi tipo, non dovrebbe trovare casa in un ente come la Rai. Può darsi che Orsini vada a Mediaset, ma resta il fatto che chi paga un canone pubblico ha il diritto di non vedersi censurare le opinioni.