PoliticaQuotidiano

La neolingua per giustificare il Green Pass: un ricatto diventa libertà, i ricattati diventano ricattatori

3.2k 0

Il Green Pass rende “liberi” come pagare un riscatto… Un ribaltamento della realtà e del significato delle parole tipico dei regimi, per scaricare la colpa sui cittadini

Da oggi occorre il Green Pass per andare al lavoro e allora siamo più “liberi”. Ma i sindacati autonomi di portuali e camionisti, che scioperano in porti importanti come Genova e Trieste, ci “ricattano”. E chi manifesta in piazza, anche scontrandosi con la polizia, per opporsi (in modo sin troppo virulento) a una tessera verde che, se non la possiedi, non ti permette di lavorare, è “fascista”. Questi sono solo alcuni degli ultimi esempi di parole invertite. Termini che fino a ieri significavano qualcosa di preciso, ma che ora hanno assunto un significato opposto.

Merito della classe politica e di un giornalismo che fa da sua cassa di risonanza, abbiamo imparato a ragionare tutti così. Ma vediamo di passare questi concetti al setaccio della ragione. In che senso il Green Pass rende “liberi”, come hanno titolato anche insospettabili giornali di area liberale? Il Green Pass ci consentirà di tornare al lavoro, se si è vaccinati, guariti o si è effettuato il tampone nelle precedenti 72 ore. La cosa buffa è che molti lavoratori si sentono veramente liberi, anche se dovranno esibire il Green Pass pur se restano a lavorare da casa, in smart working. La libertà è questa? Francamente no. Libertà è andare a fare il proprio lavoro, se si è assunti regolarmente da un altro adulto consenziente. Ma aver bisogno di un lasciapassare concesso dallo Stato che dimostri che mi sono comportato da cittadino consapevole, non è libertà. Perché, prima lo Stato mi vieta un comportamento abituale (andare al lavoro), negandomi due diritti costituzionali (libertà di movimento e lavoro), poi semmai me li restituisce solo se mi comporto in un certo modo, cioè se mi vaccino o se effettuo un tampone periodico, a meno che non dimostri di essere già guarito entro un tempo utile. Questo non è un esercizio di libertà, ma è un ricatto: ti tengo sotto sequestro, in un certo senso, finché non fai quello che ti dico io.

E non c’entra neppure la salute: se stesse veramente a cuore la salute dei lavoratori, allo Stato basterebbe lasciare alle aziende la facoltà di chiedere un tampone (unico test che accerta se sei positivo o no) ai dipendenti che vogliono accedere ai suoi locali. Il Green Pass è invece la pretesa, da parte dello Stato, che tutti i cittadini si comportino nel modo che il governo ritiene più prudente: vaccinarsi, o fare tamponi periodici.

Se un lavoratore decide di sottoporsi a tamponi periodici, invece che ad un’unica iniezione, compie sicuramente una scelta più impegnativa. Ma è questa scelta che ha scatenato le ire dei commentatori più accaniti (il virologo Roberto Burioni ha paragonato chi fa questa scelta ad una persona che sceglie di non lavarsi: è legale, ma fa schifo) e il governo è contrario a fare sconti o a rendere gratuito un test che permette realmente di mettere in sicurezza un posto di lavoro. Dunque, prima lo Stato impone di tornare al lavoro solo a certe condizioni, ma poi fa pagare di tasca propria chi vuole rispettare quelle stesse condizioni. Se una persona che viene, di fatto, obbligata ad un tampone periodico, chiede un aiuto allo Stato, allora “è egoista” e i suoi nemici, mettendosi per una volta nei panni dei contribuenti, si indignano perché non vogliono contribuire al suo egoismo. Perché il punto è sempre quello: devi vaccinarti. Senza scuse, senza sconti e senza alternative. Quella del tampone è un’alternativa talmente scoraggiata che (vogliamo scommettere?) durerà poco.

Ma chi si ribella a questa imposizione sta “ricattandoci”. Un portuale o un camionista perdono lo stipendio, se non obbediscono. Se incrociano le braccia con uno sciopero, allora sono loro che “ostruiscono” il lavoro. Quindi la logica è: “Non lavori, solo quando te lo ordino io”.

Fino a che non vi sarà un’adesione totale della popolazione alla campagna vaccinale, allora lo Stato sarà “costretto” a imporre delle nuove restrizioni e a prolungare ancora, magari, anche lo stato d’emergenza. Lo Stato si pone, nei nostri confronti, in termini puramente ricattatori, sin dall’inizio della pandemia: o fai quel che ti dico io, o pagherete tutti con limiti sempre più stretti alla libertà individuale. Ma rovescia la colpa del ricatto a chi lo “costringe” ad intervenire così. “Sai, amico: non hai accettato la mia offerta, mi costringi proprio a farti male”, parrebbe di sentir dire da un gangster.

Se lo Stato è “costretto” a ricorrere a questi provvedimenti, vuol dire che c’è un problema grave di opinione pubblica no-vax? Neppure. In Italia i vaccinati sono il 76,15 per cento della intera popolazione, di cui il 69,5 per cento ha completato con le due dosi o la dose unica. La media europea è del 68 per cento, approssimato per eccesso, di cui 63,9 per cento di completamente vaccinati. Siamo ben sopra la media europea e siamo 14esimi nel mondo, preceduti anche da Stati molto più piccoli (come gli Emirati, primi al mondo) che si sono mossi molto prima di noi con campagna di vaccinazioni di massa. Quindi, il concetto è che: più gente si vaccina, più si parla di no-vax e più lo Stato è spinto a imporre misure coercitive per costringere anche gli ultimi recalcitranti a vaccinarsi.

Chi non sciopera, ma sceglie la piazza, è però un “fascista”. C’erano, nelle manifestazioni No Green Pass, le componenti fasciste, c’era Forza Nuova, così come c’erano gli anarchici e probabilmente anche altri movimenti anti-sistema di cui non viene riportata neppure l’esistenza. Ma una piazza piena di lavoratori che protestano contro un obbligo imposto dallo Stato, non è una “piazza fascista”. Il Partito Nazionale Fascista, quando era al potere, non ammetteva piazze piene di lavoratori, contro i suoi ordini: tutto nello Stato, tutto per lo Stato, niente contro lo Stato. Al massimo costringeva i datori di lavoro a portare i loro dipendenti in piazza, quando lo ordinava. Il Partito Nazionale Fascista, in compenso, non permetteva ai dipendenti (per lo meno ai dipendenti pubblici) di continuare a lavorare se non avevano la tessera del Partito. Che per ironia della sorte era di colore verde.