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La sinistra latinoamericana tra dogmatismo ideologico e attaccamento al potere

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La politica può essere miseranda, squallida e meschina. Ciò accade nelle migliori democrazie e si verifica ancor più, talvolta con conseguenze drammatiche, in quei sistemi pluripartitici più fragili e meno garantiti da pesi e contrappesi. Anche a destra possono esserci mascalzoni ed inetti, per carità, ma chi, in anni recenti, ha dato il peggio di sé, è stata la sinistra. O meglio, le varie sinistre del mondo occidentale e non solo. I Democratici americani, anziché sferzare l’amministrazione Trump nel concreto della sua azione politica, come sarebbe legittimo e naturale per un’opposizione, consumano tutte le loro energie per tentare di sbarazzarsi dell’ingombrante avversario attraverso una strada molto discutibile, ovvero un impeachment basato più su contraddizioni che su prove certe. Sono disposti a paralizzare l’America pur di provare ad affossare il presidente in carica.

I laburisti britannici, dopo aver gettato alle ortiche tutti i migliori cambiamenti promossi da Tony Blair, che nel 1997 riportarono il Labour a Downing Street dopo anni di opposizione, si sono scelti come leader un antisemita quasi dichiarato, Jeremy Corbyn, il quale preferisce stringere la mano ai loschi figuri di Hamas piuttosto che ai rappresentanti della democrazia israeliana. Il maggiore partito della sinistra italiana non brilla anch’esso per trasparenza ed onestà politica. Il nostro Pd fugge, quando può, dal giudizio degli elettori e attraverso scorciatoie e manovre di palazzo ben poco dignitose, si abbarbica sulle proprie poltrone. Anche i Democratici de noantri fanno il possibile per farsi detestare dagli elettori, in particolare da quella classe operaia che un tempo supportava massicciamente la sinistra, ed ora, chissà perché, si fida di più delle destre o dei cosiddetti populisti-sovranisti.

Ma, visto che non c’è limite al peggio, esistono al mondo delle sinistre persino più deleterie di quelle anglosassoni o italiane, e ci viene subito in mente l’America Latina. L’Asinello statunitense, a causa di socialisti dichiarati come Bernie Sanders e figure come Alexandria Ocasio-Cortez, si è spostato ultimamente molto a sinistra, ma non sono mancati settori dei Democratici, per dirla all’italiana, più centristi che di sinistra. Ricordiamo la Blue Dog Coalition, interna al Partito democratico americano, la quale, se fosse attiva in Italia, probabilmente occuperebbe spazi più di centrodestra che di centrosinistra. Non è facile invece riscontrare correnti moderate e pragmatiche nelle varie sinistre latinoamericane. Senza dubbio vi è una storia molto diversa ed è recente l’infausta epoca della guerriglia comunista e marxista, che ha segnato gran parte dell’America Latina. A quelle latitudini la sinistra è ancora legata ideologicamente ai fantasmi degli anni Settanta e Ottanta.

Alcuni, come il Fmln salvadoregno e i sandinisti nicaraguensi, hanno trasformato i loro gruppi armati in partiti politici, esprimendo anche diversi presidenti come, ad esempio, Daniel Ortega, capo di Stato tuttora in carica del Nicaragua. Il Partito dei lavoratori brasiliano, che ha governato per lungo tempo il gigante verdeoro, ha offerto praterie agli ex guerriglieri marxisti, e la prima persona che ci sovviene, risponde al nome dell’ex presidente Dilma Rousseff. Le sinistre latinoamericane, soprattutto quando si sono impossessate della stanza dei bottoni, hanno rivelato tutto il loro attaccamento ad un estremismo ideologico di stampo socialista-comunista. Hanno altresì dimostrato di concepire le logiche democratiche in un modo piuttosto singolare, comunque lontano da ciò che si intende per democrazia compiuta. Infine, si sono comportate in maniera, diciamo così, “stracciona” nei casi in cui il loro sistema di potere è venuto meno o ha iniziato a scricchiolare.

Gli esempi in tal senso sono molti, l’ultimo dei quali è rappresentato dall’ex presidente boliviano Evo Morales. Dopo aver guidato il proprio Paese per ben tre mandati consecutivi, era presidente dal 2006, ed aver perso inoltre il referendum del 2016 riguardante la possibilità di essere rieletto nuovamente per un quarto mandato, con notevole nonchalance e alla faccia della volontà popolare, si è riproposto alle presidenziali del 21 ottobre di quest’anno. Il resto è storia attuale, dal conteggio poco limpido dei voti per assicurare una vittoria quasi sicuramente illegittima, alla richiesta di dimissioni da parte delle opposizioni e delle Forze armate. Morales si è messo così al sicuro in Messico, protetto dall’attuale presidente messicano Lopez Obrador, un altro esponente della sinistra ideologica latinoamericana, che può comprimere le grandi potenzialità del confinante meridionale degli Stati Uniti. In ogni caso, Evo Morales è volato alla volta di Città del Messico, lasciando la Bolivia nel caos e in preda a duri scontri di piazza, che hanno già causato la morte di una decina di persone. L’ex presidente “cocalero” ha tentato sino all’ultimo di tenersi stretto il potere, con mezzi più illeciti che leciti e pur consapevole di aver perso ormai l’appoggio della maggioranza del Paese. Tutto questo, a costo anche di far scorrere del sangue nelle vie di La Paz e di altre città boliviane. Sembra opportuno parlare, più che di golpe militare ai danni di Morales, di un presidente, cinico e vigliacco al tempo stesso, disposto a far esplodere il proprio Paese e a portare lo scontro interno sino alle estreme conseguenze, pur di rimanere seduto sulla poltrona presidenziale il più possibile. Non a caso parliamo di politica “stracciona”.

Non molto diverso è il collega venezuelano di Evo Morales, ovvero quel Nicolas Maduro il quale, dopo aver affamato e massacrato economicamente l’intero Venezuela, e dopo aver ricevuto numerosi fogli di via dalla gran parte dei suoi connazionali, rimane aggrappato ad una patetica presidenza, continuando però a provocare danni sempre più gravi. I boliviani si sono liberati del “cocalero”, mentre i venezuelani rimangono purtroppo ostaggio, almeno per ora, del continuo braccio di ferro fra il criminale politico Maduro e il leader degli oppositori Juan Guaidò. La tensione rimane alta in Venezuela e proseguono le violenze nelle strade, anche se i media sembrano avere parzialmente dimenticato la crisi in corso a Caracas.

Merita una menzione conclusiva l’ex presidente brasiliano Lula. Per noi italiani rimane lo sciagurato tutore del terrorista Cesare Battisti, assicurato alle patrie galere grazie soltanto all’attuale capo di Stato verdeoro Jair Bolsonaro, ma sarebbe interessante capire cosa pensino oggi i brasiliani di Luiz Inacio Lula da Silva. Uscito di carcere pochi giorni fa, dopo una detenzione di un anno e mezzo, ha voluto informare il mondo che la prigione lo ha reso ancora più di sinistra. Prendiamo atto degli incrollabili dogmi ideologici di Lula, ma l’ex presidente, invece di improvvisarsi martire politico, farebbe meglio a spiegare, soprattutto al Paese che ha guidato per tanti anni, le gravi accuse di corruzione e riciclaggio che gli vengono mosse, anche perché le peripezie giudiziarie che lo riguardano, non si sono affatto concluse con questa scarcerazione.