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Anche il Podcasting vittima della Cancel Culture. Parla il Podfather Adam Curry

Adam Curry, inventore dei podcast, ad Atlantico Quotidiano: Apple e Paypal possono censurare e chiudere i rubinetti ai podcaster sgraditi. E i governi gradiscono…

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Adam Curry

Nel 1993 Adam Curry è un vj di Mtv. Bello, ben pettinato, biondo e texano vanta una carriera televisiva che lo aveva visto intervistare star dell’ordine di Michael Jackson e Paul McCartney.

Ma un giorno in diretta annuncia di abbandonare tutto per dedicarsi ad una mai sentita forma di comunicazione che avrebbe garantito ogni libertà possibile: l’online, la cui evoluzione audio si sarebbe un giorno chiamata podcasting.

I grandi editori

Per anni il podcasting resta una rara area non presidiata dai grandi gruppi editoriali dove si gode di libertà totale. Ma recentemente le cose sono cambiate e la censura preventiva fa il suo ingresso per mano delle grandi piattaforme tecnologiche e di alcuni publisher tradizionali.

Adam Curry

Nato nel 1964, Curry è da sempre anima ribelle, avendo iniziato la carriera in una radio pirata sulla nave olandese Veronica. Durante gli anni di Mtv registra a suo nome il dominio mtv.com, ignorato dal management Viacom incapace d’intuire l’importanza del nascente web.

L’idea del podcasting (che inizialmente chiama “audioblogging”) gli viene nel 2003 osservando come il primo iPod assomigliasse alla classica radiolina portatile a transistor (quella che quasi tutti gli italiani associano alle partite della domenica).

Libertà di creare

Un sistema per distribuire contenuti senza essere vincolati da un network o un editore. Niente grandi gruppi legacy, libertà di creare e sperimentare.

Fast Forward al 2021

Per circa 15 anni il podcasting resta una realtà marginale, con migliaia di contenuti prodotti e ascolti relativamente bassi. Ma nel 2013 le cose cambiano: entrano in campo i primi grandi gruppi editoriali, crescono gli ascolti e i produttori indipendenti si trovano in difficoltà nel reperire gli sponsor.

Anche nel nostro Paese ormai tutti si muovono: nel gennaio 2022 – con un numero di ascoltatori potenziali stimato a 12 milioni, il gruppo Gedi lancia OnePodcast, servizio che ospita “Le più grandi firme de la Repubblica, La Stampa, L’Espresso, HuffPost insieme a conduttori e amici di Radio Deejay, Radio Capital e m2o”. Lo stesso “servizio pubblico” (per chi avesse dei dubbi: si tratta della Rai) lancia contemporaneamente una propria piattaforma dedicata all’audio, Rai Play Sound.

Walled Gardens

Si tratta di siti e app che propongono i soli contenuti creati internamente, senza apertura al molto più vasto mondo dei produttori indipendenti. I cosiddetti Walled Garden, l’opposto dell’idea originale del web.

Deplatform

Il problema non si limita alle iniziative degli editori tradizionali. Alcune piattaforme di riferimento della Silicon Valley iniziano a censurare titoli ritenuti non ammissibili: eliminati dalle directory utilizzate dalle varie app, questi diventano immediatamente introvabili.

E non si tratta solo di creatori indipendenti: anche broadcaster internazionali, quali Sputnik e Russia Today subiscono lo stesso trattamento, in quest’ultimo caso con un’accusa particolarmente grave: raccontare falsità, un mai visto nel mondo dell’editoria classica.

Podcast Index

Rieccoci dunque ad Adam. Il nostro ex-vj, ormai da tutti chiamato Podfather, decide di riprendere in mano la situazione. Crea un nuovo indice che dichiara essere soggetto solo ai vincoli di legge, il Podcast Index. Lo abbiamo intervistato per avere qualche ulteriore dettaglio.

MARCO HUGO BARSOTTI: Perché Podcast Index?

ADAM CURRY: La ragione principale è il monopolio di fatto di Apple, che gestisce l’indice e che funge da arbitro su chi può o non può essere trovato nel mare dei contenuti disponibili. Quando Apple ha deciso il deplatform di cinque autori e contemporaneamente Paypal ha tagliato loro la possibilità di ricevere donazioni (de-monetisation) ho deciso che era il momento di agire e con Dave Jones ho creato podcastindex.org.

MHB: Dove non esiste censura…

AC: Esatto: una piattaforma dove tutti possano parlare liberamente. Non vogliamo nessun vincolo, né da politici né da regole imposte dagli avvocati. Ovvio, ci sono le limitazioni di legge, ma qui negli Stati Uniti queste sono veramente poche. E in ogni caso non sono limiti posti dai giganti della Silicon Valley.

Censura preventiva

MHB: Hai chiamato “cancel culture” questa nuova tendenza alla censura preventiva. Quanto grave è la situazione e come vedi il futuro?

AC: Piuttosto grave. Il deplatforming è iniziato due anni fa e si tratta di un’azione coordinata tra Apple, Facebook, Amazon e Twitter. Anche la piattaforma leader nell’audio, Spotify, elimina interi feed con la consueta scusa: “misinformation”. E i governi guardano con favore a queste iniziative, chiamate sempre battaglie contro la “mis”, “mal” o “dis”-information. Quindi, sì, direi che la situazione non è mai stata peggiore di oggi.

Come difendersi

MHB: Podcast Index ha veramente la possibilità di contrastare questo fenomeno, o la forza delle grandi piattaforme, unite a quelle degli editori legacy, è troppo superiore? Cosa possiamo fare come cittadini?

AC: I cittadini possono sempre controllare il proprio destino, se solo decidono di farlo e vi dedicano del tempo. È un po’ come la scelta di utilizzare Windows o un sistema aperto come Linux.

Nel caso specifico invito tutti i podcaster a cambiare i link con i quali propongono i propri prodotti: da un link per abbonarsi tramite Apple o Spotify a un link verso una moderna piattaforma 2.0, il cui elenco è sempre disponibile su newpodcastapps.com.

In questo modo saranno anche protetti dalla de-monetization, in quanto potranno ricevere sostegno economico direttamente sotto forma in frazioni di bitcoin (satoshi). Nessuna autorità può bloccare un pagamento in bitcoin togliendo loro la linfa vitale: ma questo è un altro tema, essenziale e complesso, di cui magari parleremo una prossima volta.