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La vita di Eugenio Scalfari, una “autobiografia della nazione”

Niente facili ironie, il presunto “trasformismo” di Eugenio Scalfari fu in realtà il percorso collettivo di una nazione. Precursore della sinistra “liberal”

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Eugenio Scalfari

Non hanno senso le accuse postume di trasformismo: Eugenio Scalfari assecondò i cambiamenti di una società che andava verso sinistra (anche perché la destra era chiusa nel passato).

Eugenio Scalfari è morto il 14 luglio, una data che – dovendo proprio scegliere – sarebbe piaciuta a un intellettuale che si considerava figlio del secolo dei lumi e nei suoi scritti autobiografici ricordava con piacere come nella sua famiglia l’Albero della Libertà fosse venerato come in altri contesti familiari lo era il crocifisso.

E tuttavia l’illuminismo (o al limite il giacobinismo all’italiana) non è stata l’unica frequentazione ideologica del longevo patriarca.

Scalfari trasformista?

Come era prevedibile, dopo la sua dipartita, mentre gli amici ne magnificavano l’ingegno, i detrattori soprattutto sui social si sono sbizzarriti a notare come il fondatore di Repubblica sia riuscito ad essere in una sola esistenza fascista, monarchico, liberale, radicale, socialista, sponsor del compromesso storico Dc-Pci per poi finire come cordialissimo interlocutore del Papa gesuita.

La militanza in orbace e alcuni ardenti articoli su “Roma Fascista” in realtà già da mezzo secolo suscitavano ironie, soprattutto nell’area della destra neofascista. Ma diciamo pure che si tratta di ironia di lana grossa.

Chi rinfacciava a Scalfari le sue dichiarazioni di fede nel Duce ometteva solitamente di ricordare il dato anagrafico: essendo nato nel 1924, il giornalista era soltanto un ragazzino di 19 anni, sia pur straordinariamente precoce, al 25 luglio del 1943. Fino ad allora e per ovvie ragioni aveva ascoltato soltanto la campana della propaganda fascista.

Scalfari e la sua generazione erano stati dalla nascita orientati da una propaganda mono-ideologica e omnipervadente, certo non è serio per il gusto della polemica agitare l’accusa di trasformismo.

Ed infatti un geniale umorista, Giovannino Guareschi, trasformava in battuta quel genere di accuse quando in una vignetta sul Candido metteva in scena uno scontro generazionale tra padre e il figlio, con il padre che alle accuse del figlio prontamente ribatteva: “zitto tu che eri un balilla!”

Viceversa, è serio cercare di capire storiograficamente perché al momento del delitto Matteotti la società italiana maggioritariamente si orienta al consenso verso Mussolini, per quale motivo questo consenso aumenta alla metà degli anni Trenta e perché collassa nel bel mezzo della guerra. E questo è stato il lavoro di storici rigorosi come Renzo De Felice, Emilio Gentile, Zeev Sternhell.

Da destra a sinistra

Si dirà che Scalfari continuò la sua carriera di “libertino della politica” anche nel Dopoguerra. E tuttavia a ben vedere più che di salti di schieramento si trattò di un trend: di una progressione che va da destra a sinistra e questa progressione corrispondeva, piaccia o non piaccia, ad una linea di sviluppo della società italiana.

Il giovane Scalfari fu monarchico al referendum del 1946 quando in effetti il Partito Liberale, con i suoi grandi esponenti come Croce, De Nicola, Einaudi si orientò per la conservazione dell’istituto monarchico confidando che il nuovo sovrano Umberto II, potesse incardinarlo di nuovo nei valori risorgimentali di libertà.

Negli anni Cinquanta, frequentando anche l’ambiente culturale de Il Mondo di Panunzio, uscì dalla porta di sinistra del Partito Liberale insieme alla pattuglia dei radicali.

All’avvicinarsi del Sessantotto si unisce al Partito Socialista (che in verità candidandolo alla Camera dei Deputati gli offrì l’immunità rispetto alle conseguenze giudiziarie della sua inchiesta sul “Piano Solo” di De Lorenzo, che conteneva ampie congetture personali confinanti più con la diffamazione che non con la ricostruzione storiografica). Dagli anni Settanta in poi fu pronubo di ogni possibile incontro tra il PCI e la corrente di sinistra della DC.

Un percorso collettivo

Questa però più che una evoluzione individuale è proprio un percorso collettivo della società italiana. In fondo anche Eugenio, come si è detto del fascismo, fu “autobiografia di una nazione”.

Per cui a quelli che da posizioni di destra o più generalmente “moderate” fanno ironia su Eugenio Scalfari bisognerebbe porre la questione: se a partire da un certo punto la società italiana soprattutto nel suo ceto intellettuale è andata verso sinistra, quali sono le responsabilità di una destra “latu sensu” che non è riuscita ad affermare una linea alternativa?

Precursore di una sinistra liberal

Peraltro Scalfari in alcuni casi ha seguito il corso degli eventi (ad esempio nel punto di svolta del 1943-44), ma in altri casi lo ha anticipato. La sua concezione di una sinistra “liberal”, giacobina per certi aspetti, ma radicalmente “borghese” veniva declinata su L’Espresso e poi su Repubblica quando ancora nelle scuole di partito del PCI si insegnava la scolastica del marxismo.

Andando da destra verso sinistra attraverso le fasi intermedie del lealismo monarchico, del liberalismo, del radicalismo, della infatuazione sessantottina, Scalfari è stato alla moda o ha anticipato le mode politiche. Va detto per oggettività che mentre queste stagioni politiche si susseguivano, una destra ripiegata nella nostalgia per il passato assumeva la forma mentale di quegli anziani ai giardinetti che reagiscono in maniera allergica, indignata a ogni cambiamento dei tempi.

Anche oggi molte volte accade che sia la sinistra a forzare il dibattito con i punti della propria agenda politica, lasciando al centrodestra il ruolo reattivo di chi cerca di “frenare”. Diverso sarebbe il clima se si affermasse in Italia un modello di destra assertivo, propositivo, proiettato nel futuro con propri temi forti (come quello ad esempio abbozzato Daniele Capezzone nel suo “Per una nuova destra”).