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Perimetro e illusioni della crisi del socialismo europeo

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La crisi del socialismo europeo non nasce con la parabola discendente di François Hollande all’Eliseo né con le difficoltà della Spd tedesca che con Martin Schultz sta contando i giorni che la separano dall’ennesima grosse koalition (ma con tutto un altro passo rispetto al recente passato). Piuttosto trova il suo baricentro in un nugolo di azioni che mal si sposano con la contingenza che la società offre.

Non c’è una ricetta valida per tutte le stagioni e l’incapacità europea di leggere fra le righe degli eventi è stata la porta in faccia sbattuta dagli elettori socialisti. Coloro che si riconoscevano ideologicamente nel Pse hanno fatto fatica a capire come mai Parigi sia finita a fare i conti con numeri complicati per la propria economia, con decisioni che oggi Macron sta mutando a 360 gradi, con interlocuzioni che non possono basarsi su generici propositi di aiuti e sovvenzioni, ma necessitano di una strategia di insieme e che non poggi sempre e solo sullo Stato.

Così come oggi i greci che si sono fidati di Tsipras e gli inglesi che guardano al modello (ingannevole) di Corbyn camminano su un sottile filo solo per forti di cuore. L’iper statalismo promesso da Corbyn, abbinato all’illusione che “tutto gratis per tutti” possa essere la risposta ad una crisi non ancora sopita è non solo fuorviante ma anche pericoloso. Il debito pubblico in quel caso lieviterebbe ben oltre i livelli di guardia in cui si trova oggi. E vale per l’Inghilterra come per Francia, Italia, Spagna e Grecia. Quella zavorra sarà sempre un freno a mano sui futuri investimenti, sulla possiilità di usare un tesoretto per creare nuovi business.

Quando Tsipras con il pugno alzato promette di cacciare la troika e un anno dopo annuncia il wifi e le tv al plasma negli ospedali, dove però i malati leucemici sono confinati in barelle nei corridoi, significa che la maionese è impazzita. Promettere (e ridare) tredicesime ai pensionati quando si è accettato un semestre prima la riforma delle pensioni da Bruxelles che le taglia è voler fare una politica schizofrenica che semplicemente fa male ai Paesi e non alle future generazioni, ma a quelle presenti che poi emigrano. Il nodo è anche legato alla capacità dei leader di elaborazione politica. Troppo facile quello che, per ovviare a decenni di spese folli nella Pubblica Amministrazione, si inventa nuove tasse e nuovi tagli. Da un premier del 2018 ci si aspetta una buona idea per crare pil, non per aggiungere balzelli. Ecco la chiave: il socialismo, mettendo nel mirino la globalizzazione tout court e l’attacco ideologico alle privatizzazioni (che invece se fatte con ratio hanno un percorso lineare ed efficace) ha smarrito una credibilità programmatica e valoriale. Quanto è utile, ad esempio, urlare contro la concorrenza cinese se poi in Europa non si fa fronte comune per promuovere il made in Italy in tutte le sue sfaccettature?