Politica

Inflazione e debito, è arrivato il conto di Mister “Whatever It takes”

Non solo crisi politica: perché il keynesiano Draghi è corresponsabile, da governatore Bce, di due tra i più seri problemi economici che ci affliggono oggi

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Come nel film Matrix, ci troviamo di fronte ad un interminabile dejà vu, con Mario Draghi ennesimo tecnico chiamato alla guida del governo sulla spinta dai marosi sollevati delle molteplici crisi che ci stanno schiaffeggiando. Siamo oramai abituati alla respirazione democratica assistita, ma un paio di domande val la pena di farsele comunque.

Se ci allontaniamo un momento dall’hic et nunc per fissare lo sguardo sulla foresta piuttosto che sul singolo albero, la domanda cruciale che dobbiamo porci è: perché veniamo periodicamente investiti da crisi reali o potenziali che, nella narrazione più diffusa, non ci lasciano altre opzioni se non imprimere una torsione al fisiologico gioco democratico, fatto anche di elezioni che si anticipano per divergenze politiche inconciliabili, o di geometrie ideologiche prossime alla fantascienza?

Due colpevoli e una radice condivisa

Ebbene, ci sono due colpevoli: una crescita economica asfittica e un debito pubblico insostenibile. Peraltro, osservando con maggiore attenzione, ci si rende conto di come ambedue nascano da una radice condivisa: quella mentalità statalista tenacemente incistata sia nelle classi dirigenti che nell’elettorato.

E così, nel corso dei decenni abbiamo assistito al moltiplicarsi di leggi, regolamenti e direttive attuate in misura sempre più massiccia a carico delle attività di famiglie e imprese, con finalità dichiaratamente “ortopediche”. In sintesi, si creano correttivi per imprimere una direzione auspicata a una certa attività – di fatto azzoppandola – e poi altri per rinvigorirla: finendo per darle il colpo di grazia, o quasi.

Insomma, tasse e burocrazia à gogo per inseguire l’utopia di un mondo che giri secondo gli schemi mentali del pianificatore, ma il cui unico risultato è quello di soffocare la spinta creatrice e dunque la crescita: economica, e non solo.

Il rimedio del sovrano

L’unico rimedio escogitato dal sovrano per rimediare almeno superficialmente ai danni da lui stesso prodotti è stato ricorrere al debito pubblico: in perfetta continuità statalista. Ed ecco allentati i cordoni della borsa, rigorosamente in deficit – chi non è ancora nato non vota, rassicura l’adagio –, per accontentare questa o quella constituency, questo o quel gruppo, di interesse e non.

E così arriviamo ai nostri giorni, con una crisi politica risolta a favore dell’ennesimo governo guidato dall’ennesimo tecnico. Che di per sé non sarebbe uno scandalo: siamo onesti.

Draghi corresponsabile

E tuttavia non si può non ricordare che quel tecnico è all’origine, o comunque è sostanziosamente corresponsabile, della creazione e dell’aggravamento, rispettivamente, di due tra i più seri problemi che oggi ci affliggono: l’inflazione e il debito pubblico, appunto.

Quando era alla guida della Banca centrale europea, infatti, Draghi decise di imbarcarsi in piani di espansione monetaria mai visti sino a quel momento. Parafrasando Pantaleoni, il quale sosteneva che chiunque sarebbe capace di governare aumentando le tasse, potremmo dire che non sembra un gran risultato quello di aver “salvato” l’Euro (peraltro: fino a quando? e a che costo?) stampando moneta come se non ci fosse un domani.

Quel domani è arrivato purtroppo, ed è oggi: un ammonimento al keynesiano Draghi che il lungo periodo presenta il conto, o presto o tardi.

Questa enorme massa monetaria immessa nell’economia sotto la guida di Draghi è ora ritornata sotto le sembianze di un’inflazione inedita, almeno da quarant’anni a questa parte. Ma c’è dell’altro. Perché le condizioni monetarie estremamente espansive – tassi di interesse negativi inclusi – hanno incoraggiato gli stati a ricorrere ad un maggiore indebitamento pubblico: di qui le attuali turbolenze finanziare, e la presunta pericolosità del ricorso a elezioni anticipate.

Dunque, Mario Draghi è in parte responsabile, sebbene indirettamente, dell’ulteriore pericoloso aumento del debito pubblico che ci ha afflitto negli ultimi anni. Ed è senza dubbio quello che, creando un oceano di moneta, ha alimentato l’attuale fiammata inflazionista.

Tagliare spesa e tasse

Nel futuro, per evitare analoghe crisi l’unica strada percorribile è quella di ridurre drasticamente il debito pubblico, tagliando la spesa più di quanto si taglino le tasse: magari operando sul modello virtuoso della tigre irlandese. Qualsiasi altro corso d’azione ci riporterà invariabilmente, o prima o poi, nella stessa situazione in cui ci troviamo in questo momento: davanti a vicoli ciechi in cui ci siamo colpevolmente andati a ficcare.