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Quando parlare delle Foibe era vietato: intervista a Daniele Moro

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Anche se tuttora non mancano coloro che cercano di negare i crimini commessi dai titini nei confronti degli istriani e dei giuliano-dalmati durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, come dimostrano varie iniziative dell’Anpi o saggi pseudostorici di autori di estrema sinistra come Eric Gobetti, oggi le Foibe sono riconosciute come una tragedia della nostra storia dalla maggior parte degli italiani, e il negazionismo viene sempre più circoscritto ad una minoranza di estremisti duri e puri. Tuttavia, c’è stato un tempo in cui chi a sinistra provava a parlarne in maniera obiettiva veniva fortemente ostracizzato, al punto da perdere il lavoro.

Chi l’ha imparato a proprie spese, negli anni ’80, è stato il giornalista Daniele Moro: corrispondente di guerra tra gli anni ’70 e i 2000, prima per il quotidiano socialista Avanti! e in seguito per il TG5 di cui è stato caporedattore, già direttore di Telelombardia e dell’emittente romana GBR, oggi è il direttore dello US-Italy Global Affairs Forum, un think tank con sede a Washington che si occupa in particolare delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Italia. Negli anni ’80, Moro collaborava anche con Patria Indipendente, la rivista ufficiale dell’Anpi, ma venne espulso per aver pubblicato un articolo sulle Foibe che a loro non piaceva.

NATHAN GREPPI: Come iniziasti a collaborare con la rivista?

DANIELE MORO: Nel 1985 entrai nel comitato di redazione perché ero nella direzione del PSI. Il mio capo mi fece entrare nella redazione in quota socialista, poiché erano una delle tre correnti presenti all’interno dell’Anpi, assieme ai comunisti del PCI e agli indipendenti di sinistra. Scrivevo principalmente di affari militari, difesa e forze armate.

La svolta arrivò quando venni a sapere che l’Università di Oxford aveva fondato un istituto per lo studio dei rifugiati in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il loro obiettivo era di ricostruire la storia di tutti i popoli che alla fine della guerra sono dovuti fuggire dai loro Paesi dopo che l’Armata Rossa invase l’Europa orientale, per poi pubblicare i risultati delle loro ricerche in un volume intitolato Refugees in the Age of the Total War. Decisi allora di scrivergli per fargli notare che mancavano riferimenti agli italiani espulsi dall’Istria e dalla Dalmazia; accettarono di farmi scrivere questo capitolo, intitolato Refugees from the Eastern provinces of Italy after 1943. Pubblicato nel 1988, divenne il primo saggio in lingua inglese sulle vittime delle Foibe. Se ne possono trovare delle copie originali presso la sede dell’Unione degli Istriani a Trieste e il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, in Croazia.

NG: Come svolgesti l’attività di ricerca per scrivere il saggio?

DM: Bisogna capire che all’epoca gli archivi sulle stragi erano ancora tutti segreti. Perciò entrai in Jugoslavia, e intervistai vari sopravvissuti che mantennero l’anonimato. Quando inviai il lavoro finito a quelli di Oxford loro, per verificarne l’accuratezza, lo mandarono all’Università di Lubiana, all’epoca in Jugoslavia, dove venne fortemente contestato. Preoccupati perché non potevano stabilire chi avesse ragione, i ricercatori di Oxford mi convocarono facendomi viaggiare a mie spese per darmi la possibilità di ribattere alle contestazioni degli accademici jugoslavi. Dopo che ribattei punto per punto, loro lo pubblicarono senza alcuna correzione.

NG: Che impatto ha avuto questo lavoro sulla tua collaborazione con l’Anpi?

DM: Dopo la pubblicazione, forte del fatto che potevo dimostrare che le Foibe erano avvenute, scrissi un articolo in merito anche su Patria Indipendente. Il direttore di allora, Alfonso Bartolini, era un ex partigiano ma non iscritto al PCI, era un indipendente, e tra noi c’era un rapporto mentore-apprendista. Lo pubblicò nel 1989; nelle prime settimane non successe niente, finché un giorno venni convocato da un dirigente dell’Anpi, il socialista Giulio Mazzon. Quest’ultimo era fuori di sé e, dopo avermi chiamato nel suo studio senza testimoni, mi cacciò via dalla rivista.

Nel 2001 il mio vecchio direttore, Bartolini, un mese prima di morire mi mandò una lettera per scusarsi con me, dicendo che riteneva ingiusta la decisione di cacciarmi dalla redazione. Quando, dopo la sua morte, si tenne una commemorazione alla Camera in suo onore, venni a parlare e gli rivolsi un ringraziamento per il coraggio intellettuale con cui aveva riconosciuto la veridicità di ciò che scrivevo sulle Foibe, capendo che raccontare i crimini compiuti dai partigiani non voleva dire insultare la Resistenza.

NG: In seguito, ti sei occupato ancora di questi argomenti per altre testate?

DM: Sì, quando lavoravo con Toni Capuozzo a Terra!, il settimanale del TG5, con una puntata tutta dedicata alle Foibe; per non fare sconti a nessuno, raccontai anche i crimini di guerra compiuti dagli italiani nei Balcani, tanto che fui denunciato per “vilipendio delle Forze armate italiane”. Per quel documentario, intitolato Amnesie, nel 2008 vinsi anche un premio, l’Erasmus EuroMedia Special Award, che viene conferito al Senato di Vienna ed è il più importante premio per il giornalismo televisivo di tutta Europa. In tale occasione, siccome erano presenti in sala giornalisti da diversi paesi, compresi sloveni e croati, nel ricevere il premio mi rivolsi a questi ultimi sperando che prima o poi sulle loro televisioni raccontino anche loro ciò che loro stessi hanno commesso contro gli italiani. Ci fu il silenzio in sala.

NG: Rispetto agli anni ’80, oggi non ci sono quasi più partigiani nell’Anpi. Cosa rappresenta oggi?

DM: Nell’associazione sono sempre esistite due anime: una che accoglie al suo interno varie istanze, aperta al dialogo, e l’altra che nasce negli anni ‘40 come esercito di riserva del PCI. Il risultato è che oggi, mentre ad esempio l’Anpi di Milano svolge un lavoro serio, quella nazionale è diventata una specie di “Rifondazione Comunista dei poveri”.