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Terra Santa senza cristiani? La denuncia delle Chiese locali rilanciata dall’Arcivescovo di Canterbury

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Justin Welby ci ha abituato, in questi ormai quasi nove anni a Lambeth Palace, a non far uso di troppi giri di parole, quando tratta argomenti spinosi. Ricordiamo quando, commentando l’ondata di attentati che aveva colpito l’Europa, di fronte alla quale molti volti della politica si mostravano titubanti nel dare definizioni, disse apertamente che riteneva che l’Islam abbia al proprio interno un serio problema con estremismo e violenza, e che negarlo e rifiutarsi di affrontarlo rischi di fare del male a tutti, musulmani in primis, spesso prime vittime di tale violenza. In particolare, l’Arcivescovo di Canterbury si è sempre distinto per la sua attiva difesa dei gruppi di cristiani che affrontano persecuzioni di vario tipo ed entità in diverse aree del mondo, distinguendosi in questo dall’approccio spesso meno deciso di Papa Francesco – cosa che non è sfuggita ai commentatori conservative americani, che pur non riescono ad aver piena simpatia per Welby, a causa delle sue posizioni su alcuni diritti civili.

Proprio in questi giorni, il Primate d’Inghilterra si è fatto portavoce, con una dichiarazione ufficiale firmata insieme al vescovo anglicano di Gerusalemme e una lunga intervista al Sunday Times, delle istanze della comunità cristiana in Terra Santa. Si tratta di una dichiarazione a metà strada tra la denuncia e l’appello, che cerca di portare l’attenzione dei lettori occidentali su quelle terre che in queste settimane occupano, in modo spesso superficiale, televisioni e cinema con i film di Natale, e i cui nomi risuonano nelle più famose carole e canzoni del periodo dell’avvento e delle feste.

Purtroppo, la situazione che i cristiani che in queste terre vivono oggi non è certo idilliaca, anzi, è fatta di difficoltà crescenti, di fuga e di abbandono. Welby, che ha lavorato per anni nel settore finanziario, ama sempre fornire subito dei numeri, per poter sviluppare il discorso su di una base solida e fattuale: i numeri in merito sono chiarissimi e lasciano ben poco spazio a illusioni. Alla fine del periodo ottomano, la Palestina che i britannici si trovarono a gestire su mandato della Società delle Nazioni vantava circa 73.000 cittadini di fede cristiana (quasi la metà ortodossi, 4.553 anglicani), che rappresentavano spesso una parte importante della borghesia degli affari e dell’intellighenzia culturale e delle arti liberali. Oggi, il panorama appare desolato: tra Israele e Territori palestinesi ci sono poco più di 200.000 cristiani, meno del 2 per cento della popolazione totale, “un calo enorme in appena 100 anni”, secondo le parole dell’Arcivescovo.

In realtà, il crollo è ancora più verticale, dato che la tendenza si è fortemente intensificata negli ultimi due-tre decennî, specialmente nelle aree sotto amministrazione della ANP. Se fino alla prima Intifada gli arabi cristiani – che, ricorda Welby, sono presenti in modo ininterrotto nella regione da 2000 anni – potevano godere di una certa relativa tranquillità nei Territori, vivendo prevalentemente a Ramallah e in alcuni villaggi in cui rappresentavano la maggioranza della popolazione sulle alture di Giudea, recentemente si è potuto assistere ad una vera escalation di intolleranza. I motivi sono molti. Da un lato, all’aumentare della tensione con Israele, i cristiani sono stati visti con sempre maggiore sospetto, anche per via degli stretti legami mantenuti con le comunità che risiedono proprio in Israele. Si sono ritrovati sempre più isolati, additati sempre più apertamente come una sorta di Quinta Colonna. Poi, in seguito alla costruzione della Barriera di separazione, improvvisamente sono rimasti pressoché tagliati fuori anche dalle comunità israeliane.

Allo stesso tempo, è costantemente cresciuta l’ostilità nei loro confronti da parte della maggioranza musulmana: dopo la presa del potere di Hamas a Gaza, nella Striscia i cristiani sono stati duramente perseguitati e di fatto cancellati come comunità – si stima che ancora ve ne vivano meno di 3.000, in condizione di semi-clandestinità. In questi casi, una volta che l’estremismo religioso si impone sullo scenario, è facile che si instauri una sorta di gioco al rialzo, nel quale anche in Cisgiordania diversi gruppi, tra cui la stessa Fatah, si scagliano regolarmente contro la minoranza cristiana, non solo verbalmente, con attacchi ai luoghi di culto che sono ormai all’ordine del giorno.

Il nome di Betlemme risuonerà infinite volte in queste settimane nei Paesi culturalmente cristiani, fa notare Sua Grazia, ma quale Betlemme vivranno nella realtà i cristiani palestinesi – anche in questo Natale? Una realtà di fuga, di vero e proprio esodo, verso Israele o verso l’Europa e l’America, tanto che a breve potrebbe semplicemente non esistere più una Betlemme cristiana. Sembra impossibile, se si pensa che nel 1947 i cristiani costituivano pressoché la totalità degli abitanti (85 per cento); eppure, già nel 1998 erano scesi al 40 per cento, e nel 2016 ad appena il 16 per cento, costretti a difendersi da soprusi e atti vandalici ai danni delle chiese nell’indifferenza connivente delle Forze di Sicurezza della ANP.

E quanto ad Israele? Qui le cose vanno meglio: la popolazione cristiana è in leggero aumento, forte della presenza tradizionale in Galilea e dell’afflusso dai Territori. Welby accenna con soddisfazione alla prossima riapertura della St. Peter’s Anglican Church di Jaffa, che era rimasta chiusa negli ultimi settanta anni, eppure anche qui i problemi sono molti, e, soprattutto, in sensibile aumento. Negli ultimi due anni, le linee di frattura della società israeliana si sono fatte più evidenti, la violenza interna ha fatto la sua comparsa in modo eclatante – basti pensare alle rivolte di parte della comunità musulmana di Lod in maggio -, e la minoranza cristiana rischia di farne le spese, stretta tra diversi estremismi. La situazione è particolarmente difficile nella capitale, e in special modo nella Città Vecchia di Gerusalemme, in cui ogni singola casa è al centro di una aspra lotta, e in cui alcuni elementi delle due comunità più numerose, quella ebraica e quella musulmana, tendono a volersi avvantaggiare ai danni dei cristiani, per contrastare l’avversario, riaffermando la propria preponderanza. La settimana scorsa, i leader delle diverse Chiese presenti a Gerusalemme hanno lanciato un appello d’allarme, definito da Welby “urgente e senza precedenti”. In effetti, la dichiarazione congiunta denuncia che “i cristiani in tutta la Terra Santa sono diventati il bersaglio di attacchi frequenti e sostenuti da frange di gruppi radicali”.

Non solo musulmani radicali, ma anche appartenenti a frange dell’estrema destra ebraica e dei movimenti hasidici più intransigenti, sono stati autori di “innumerevoli episodî” di aggressioni fisiche e verbali contro sacerdoti e attacchi alle chiese cristiane. E non soltanto in Cisgiordania, quindi, ma anche in Israele i siti sacri vengono regolarmente vandalizzati e profanati, e continue intimidazioni vengono portate ai danni dei cristiani locali mentre si dedicano al loro culto e alle attività di vita quotidiana. E questo è un fenomeno relativamente nuovo, e per questo ancora più preoccupante. Non sembra che le radici del problema siano di natura etnica, come si potrebbe pensare, ma squisitamente religiosa: non si tratta di ostilità verso i cristiani palestinesi in particolare, ma verso tutti i gruppi cristiani.

Il monastero ortodosso rumeno a Gerusalemme, ad esempio, è stato oggetto di ben quattro attacchi vandalici nel solo mese di marzo di quest’anno – uno dei quali, avvenuto durante la Quaresima, ha causato danni ingenti. In effetti, attacchi e aggressioni sembrano intensificarsi durante le festività cristiane: durante lo scorso Avvento, nel dicembre di un anno fa, ignoti avevano addirittura appiccato il fuoco nella Chiesa di tutte le Nazioni sul Monte degli Ulivi, in quello che la tradizione riconosce come il Giardino del Getsemani – il luogo dove Gesù pregò la notte prima di essere crocifisso. Si tratta solitamente di uno dei luoghi di pellegrinaggio più visitati dai cristiani di tutto il mondo, ma le autorità ritengono che i vandali abbiano approfittato dell’insolita mancanza di visitatori dovuta alle restrizioni in vigore per la pandemia.

A questo proposito, l’Arcivescovo non critica apertamente le autorità per il modo in cui stanno affrontando la questione, ma lascia intendere come possano sembrare quasi più interessate, per quanto riguarda il cristianesimo, a godere dei frutti del miliardario business del turismo religioso in Terra Santa che alla preservazione delle comunità che in quelle terre vivono. Non è ovviamente il caso di ipotizzare improbabili connivenze – conviene chiarirlo subito -, sia applicando il sempre utile rasoio di Occam sia conoscendo la solidità delle strutture democratiche israeliane. Semmai, bisogna considerare come, a parte lo svolgimento delle dovute indagini di polizia, non sia facile identificare una presa di posizione netta sul fenomeno da parte delle autorità, che si sono trovate a dover gestire una realtà sempre più complessa e ricca di tensioni. Gli anni degli ultimi governi Netanyahu, infine, caratterizzati da coalizioni tanto ampie quanto instabili, la cui tenuta era spesso determinata dai piccoli partiti ultraortodossi, non hanno certo giocato in favore di prese di posizione troppo dure nei confronti dei fenomeni legati alle frange più radicali di tali gruppi e realtà.

È fuori discussione che Israele rappresenti l’unica nazione dell’intero Medio Oriente in cui i cristiani possono vivere senza la costante minaccia di persecuzioni o attentati, ma appunto per questo non è possibile accettare che in un Paese pienamente democratico come lo Stato Ebraico le cose possano prendere una piega così negativa e pericolosa. Israele è una nazione estremamente complessa, in cui le numerose componenti etniche e religiose convivono giocando una sorta di partita a scacchi, in cui la demografia e la presenza fisica nelle varie aree, spesso scrupolosamente identificate e assegnate, rappresentano la strategia più potente. E, ovviamente, ad una minore forza demografica corrisponde una maggiore debolezza nel mantenere e consolidare la presenza sul territorio, con la conseguenza che la popolazione cristiana, largamente minoritaria, si ritrova a ricoprire, se vogliamo, il classico ruolo del vaso di coccio tra i vasi di ferro.

In questo scenario, le tattiche aggressive nei suoi confronti sono usate da alcuni gruppi radicali, verosimilmente appartenenti ad entrambe le due componenti maggioritarie della popolazione israeliana – anche se pare probabile che sia numericamente preponderante la matrice ebraica ultraortodossa -, “in un tentativo sistematico di cacciare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa”, secondo le parole della dichiarazione ufficiale dei leader delle Chiese di Gerusalemme. Quale futuro, quindi? L’Arcivescovo rilancia la denuncia dei cristiani di Gerusalemme, riassunta nel grido: “Tra quindici anni non ci sarà più nessuno di noi”. Tuttavia, sottolinea anche come non siamo ancora al punto in cui non esistano altre prospettive. La tendenza in atto può ancora essere invertita – ma bisogna agire in fretta. Welby si rivolge quindi direttamente “ai governi e alle autorità della regione”, incoraggiandoli “ad ascoltare i leader delle Chiese”, e ad “impegnarsi in confronti di natura pratica” che potrebbero permettere “la salvaguardia e il sostegno della cultura e dell’eredità cristiana” della regione.

Ora, per quanto le parole di Sua Grazia siano piene di speranza, le prospettive per le comunità nei Territori Palestinesi appaiono inevitabilmente ben poco rosee. È pur vero che le poche decine di migliaia di cristiani presenti in Cisgiordania rappresentano ancora una fascia di popolazione altamente istruita e attiva nelle professioni più vitali per la società. Tuttavia, la progressiva trasformazione del regime di Abu Mazen in una autentica cleptocrazia su base clientelare – e sempre più strettamente legata a dinamiche di clan – lascia francamente poco spazio a speranze di maggiore inclusione.

Completamente diverso è lo scenario in Israele. Qui, i cristiani non devono temere alcuna discriminazione da parte delle autorità, e continuano a godere di pieni diritti in ogni settore della vita personale e sociale. Resta però necessario, come sottolinea a chiusura del suo intervento l’Arcivescovo, che le autorità agiscano prontamente, per evitare che i gravissimi atteggiamenti di ostilità che abbiamo descritto possano trovare una maggiore diffusione presso strati più ampi della popolazione, che vengano in qualche modo accettati a livello di settori importanti dell’opinione pubblica, e che questo comporti un aumento della violenza stessa. Un giusto vanto di Israele è quello di essere una casa per tutti: ebrei di ogni tradizione, musulmani, drusi, baha’i, samaritani, cristiani: la speranza deve essere quella che possa continuare ad esserlo, che le nuove e crescenti tensioni e fratture che si delineano nella sua società non debbano finire per comportare la rinuncia a parte di questa ricchezza – anche materiale, se si pensa che la comunità cristiana, grazie anche al già citato turismo, genera oltre 3 miliardi di dollari di Pil.

Serve però intervenire con rapidità. “Il tempo per l’azione è ora” conclude Welby, e, in effetti, la finestra per un’azione risolutiva che tuteli in modo duraturo la comunità, specialmente a Gerusalemme, sembra restringersi: i prossimi anni saranno decisivi per garantire che nel futuro esista ancora una presenza cristiana in Terra Santa.