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Uscire dal quadrilatero dei palazzi romani: occuparsi di imprese, reti, città

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Immaginare un paese competitivo con una classe dirigente all’altezza del suo ruolo, con una preparazione adeguata ad affrontare la complessità di un’epoca di cambiamento, come questa, dovrebbe essere un’aspirazione comune di tutte le parti politiche. Senza distinzione alcuna.

L’inizio di una nuova legislatura può essere l’occasione perchè la politica torni ad avere la “P” maiuscola, nel senso che torni a lavorare su una visione di sviluppo del paese. Fondata su alcune certezze, la prima è che l’economia italiana dipende prima di tutto dallo sviluppo delle imprese, grandi, medie e piccole. Che la grande industria ha contribuito nella storia all’innovazione e alla ricerca; che le medie e piccole imprese sono una naturale vocazione del tessuto italiano, un suo punto di forza vero. Che non c’è lavoro senza impresa. E che le imprese non possono più sopportare un peso fiscale eccessivo che nessun governo mai, negli ultimi decenni, ha davvero provato ad affievolire, salvo qualche “zero virgola” di interventi diluiti nel tempo e che non hanno efficacia.

La politica, ed anche il sistema mediatico, deve occuparsi meno del palazzo e più del paese quello profondo, quello della cosiddetta provincia italiana che produce e si alza al mattino presto, per intenderci. Se si esce dal quadrilatero dei palazzi romani e si incontrano realtà di eccellenza si ha la consapevolezza dell’eroismo che ancora caratterizza lo spirito italiano d’impresa. E che lo ha caratterizzato negli anni della grande crisi economica. Nulla di più lontano dai servizi dei grandi giornali al primo giorno di legislatura, tutti intenti nel descrivere il tacco 12 di questa o quella nuova parlamentare.

La classe dirigente deve tornare ad immaginare e ad avere una visione di sviluppo dell’intero paese, a studiarlo, a capirlo. In questi anni il divario Nord-Sud si è ampliato. Al Sud si rischia la desertificazione industriale, l’isolamento, con un fenomeno continuo di emigrazione di persone di tutte le età (non solo dei giovani laureati). Non si può ogni volta raccontare la storiella che il turismo e la buona cucina da soli salveranno il Meridione. Perchè senza reti, infrastrutture, benessere, sviluppo, imprese non si può creare alcun tipo di prospettiva.

Il nodo centrale per lo sviluppo del paese è rappresentato dallo sviluppo delle reti: infrastrutture digitali, infrastrutture di mobilità, infrastrutture energetiche. Su questo versante si può davvero concorrere a trasformare ed aggiornare l’Italia. Prendiamo il caso della mobilità sostenibile: al 2030 nel nostro paese circoleranno molte più auto – elettriche, ibride, a gas, a idrogeno – che non attualmente. Per far sì che questo accada è necessario puntare sull’infrastruttura di ricarica, sulle infrastrutture energetiche, su reti di distribuzione dell’energia serie ed affidabili. Così come per far sì che le nostre imprese possano crescere è necessario disporre della banda ultralarga, base essenziale per sviluppo e conoscenza, per “brevettare” il futuro più di quanto non sia stato fatto sino ad ora.

Il secondo nodo o snodo di sviluppo è quello delle città, come driver di crescita. Nelle città si lavora insieme, si crea conoscenza, si fa innovazione. E’ dunque auspicabile che le nostre città, specialmente quelle grandi e medie assomiglino sempre più a laboratori che crescono attorno ai centri del sapere, come le università, i musei, gli istituti di ricerca. Per creare un sistema e un contesto che incoraggi non solo l’innovazione ma anche l’innovazione sociale, inclusiva prima di tutto. Le città possono essere i distretti delle imprese della conoscenza. Base di un nuovo sviluppo che non dimentica quello che siamo, ovvero un grande paese industriale.

* Michele Guerriero è CO-Founder & CEO, Innovative Publishing e Start Magazine. Membro del comitato scientifico di New Direction Italia