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L’attualità di Orwell in tempi di pandemia: il controllo non solo fisico ma anche psicologico

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A volte i classici del passato possono aiutarci a comprendere la contemporaneità. È il caso di “1984”, nono romanzo di George Orwell, che ci catapulta in una dimensione distopica governata dal Grande Fratello, un’entità minacciosa, ispirata per molti versi ai dittatori del secolo scorso. L’opera di Orwell descrive la vita di Winston Smith, impiegato del Ministero della Verità, un ente pubblico destinato alla censura della storia, alla cancellazione di ogni nome o evento ostile alla narrazione univoca del regime: “Se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera”, scrive Orwell. Una lucida premonizione della Cancel Culture che, invece di confrontarsi laicamente con il passato, preferisce sbarazzarsene tirando acqua al mulino del politically correct.

È curioso come Winston annoti le proprie riflessioni libertarie su un diario cartaceo. Immagine dal forte significato allegorico: la carta ospita il pensiero di chi scrive, le sue riflessioni, la sua unica e inimitabile visione del mondo. Proprio per questo Hitler e i suoi seguaci organizzarono nel 1933 le cosiddette “Bücherverbrennungen”, grandi roghi in cui vennero bruciati migliaia di libri avversi all’ideologia nazista e dunque ritenuti dannosi per la tenuta del regime.

Ma ciò che più inquieta del romanzo di Orwell è la dittatura del pensiero unico: al regime non basta mantenere il potere ed esercitarlo a proprio piacimento. No, vuole manipolare la mente dei cittadini, pretendendo non solo la loro sottomissione fisica, ma anche quella psicologica. Non esiste vita privata: tutto passa al vaglio dello Stato, ogni attività è funzionale alla propaganda del Big Brother. Per controllare meglio i suoi sudditi, il regime ricorre al “teleschermo”, uno strumento con cui il Grande Fratello può osservare ogni movimento, carpire ogni informazione, riconoscere ogni potenziale sintomo di dissenso. E che cos’è il teleschermo se non un odierno trojan che invade, spesso immotivatamente, la sfera privata del cittadino rivelandone i segreti e le debolezze?

“1984” ha tanto da insegnarci in questo periodo di pandemia, in cui il dibattito pubblico ha assunto caratteri surreali. Ogni voce eretica viene bollata di “negazionismo”. Chiunque invochi maggiori riaperture viene accusato di minimizzare la pericolosità del virus. Dimenticando che molti studi, come quello condotto dall’Università di Stanford, attestano l’inefficacia delle chiusure sul piano sanitario. Ma l’importante è ridicolizzare e/o criminalizzare l’interlocutore, in linea con la peggiore tradizione socialista. Ne sono un esempio i peana contro la movida e il “liberi tutti” che abbiamo letto su molti giornali e ascoltato su tutte le tv.

La spettacolarizzazione e la drammatizzazione del Covid attuate nell’ultimo anno e mezzo si riflettono nei rapporti con gli altri: i vicini di casa si denunciano l’un l’altro segnalando gli “assembramenti della porta accanto”. Proprio come accade in “1984”, dove Winston fatica a stringere qualunque amicizia per paura di essere tradito e consegnato al regime: “Non si avevano amici, allora si avevano camerati.” È lo “psico-reato”. I pensieri costituiscono un pericolo e la loro manifestazione può essere punita con la morte: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza.” Fortunatamente non siamo ancora arrivati a quel punto, ma all’inferno si arriva a piccoli passi. E Orwell lo aveva compreso.