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La Campagna Clinton ha spiato Trump, da candidato e da presidente, per fabbricare il Russiagate

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Uno scandalo da far impallidire il Watergate. L’avevamo scritto più volte negli anni ricostruendo su Atlantico Quotidiano lo Spygate e le sue ramificazioni, l’operazione della Campagna Clinton per infangare Donald Trump e minarne la presidenza, fabbricando di sponda con le agenzie di intelligence dell’amministrazione Obama il caso di una sua collusione con la Russia, che prese il nome, come ricorderete, di Russiagate.

Ora, l’inchiesta del procuratore speciale John Durham sulle origini del Russiagate, proseguita sottotraccia dopo l’elezione di Biden, sta dando i suoi primi frutti, confermando le conclusioni cui eravamo giunti già alla fine del 2020: la collusione Trump-Russia fu una bufala cucinata dalla Campagna Clinton con la complicità dell’allora presidente Obama e dei suoi fedelissimi, nonché ovviamente dei media fiancheggiatori.

Dopo le prime incriminazioni, l’11 febbraio scorso Durham ha depositato in tribunale un’istanza, ottenuta dal Washington Examiner e da Fox News, riguardante potenziali conflitti di interesse della difesa di Michael Sussmann, l’avvocato incriminato per aver mentito all’FBI in merito ad un presunto “canale di comunicazione segreto” tra l’organizzazione Trump e Alfa-Bank, la maggiore istituzione finanziaria privata russa, e sui suoi rapporti con la campagna di Hillary Clinton, per la quale lavorava per scovare materiale compromettente sui legami tra Donald Trump e la Russia.

Era stato proprio Sussmann, nel settembre del 2016, prima delle elezioni presidenziali, a portare all’attenzione dell’FBI le asserite comunicazioni segrete tra l’organizzazione Trump e la banca russa. Interrogato dagli agenti federali, il legale negò che stesse lavorando per qualcuno.

Ma nell’istanza presentata venerdì scorso, Durham sostiene che Sussmann “aveva raccolto e trasmesso le accuse all’FBI per conto di almeno due clienti specifici, tra cui un dirigente tecnologico (Tech Executive 1) presso una società internet con sede negli Stati Uniti (Internet Company 1) e la Campagna Clinton”. E che “ha ripetutamente fatturato alla Campagna Clinton per il suo lavoro sulle accuse riguardo la Russian Bank-1” (Alfa-Bank, ndr).

Il procuratore scrive di avere prove che il tecnico informatico che lavorava con Sussmann ha avuto accesso ai server della Casa Bianca e ai dati internet della Trump Tower, tra gli altri, nel tentativo di gettare fango su Trump e fabbricare una “narrativa” che lo collegasse alla Russia e in particolare proprio alla banca russa.

Rodney Joffe, questo il nome del tecnico, definito nel documento “Technology Executive-1“, ha sfruttato i dati del traffico internet su “(i) un particolare operatore sanitario, (ii) la Trump Tower, (iii) il condominio di Donald Trump a Central Park West e (iv) l’Ufficio esecutivo del presidente degli Stati Uniti (EOP)” – dunque i dati internet della Casa Bianca.

Si legge ancora nel documento che la “Internet Company-1″ ha avuto accesso a “server dedicati all’EOP come parte di un accordo sensibile in base al quale forniva servizi di risoluzione DNS” (Domain Name System, ndr). Inoltre, “Tech Executive-1 e i suoi associati hanno sfruttato questo accordo per estrarre il traffico DNS dell’EOP e altri dati allo scopo di raccogliere informazioni dispregiative su Donald Trump”. Dunque, non solo hanno spiato il candidato, ma anche il presidente in carica degli Stati Uniti.

Esisteva un “impressionante accordo” tra il “dirigente tecnologico”, Sussmann e altri per raccogliere dettagli sui presunti legami Trump-Russia: “In connessione con questi sforzi, Tech Executive-1 ha sfruttato il suo accesso a dati internet non pubblici e/o proprietari” e “ha anche chiesto l’assistenza di ricercatori di un’università con sede negli Stati Uniti che stavano ricevendo e analizzando grandi quantità di dati internet in relazione a un contratto di ricerca in sospeso sulla cybersicurezza del governo federale. Tech Executive-1 incaricò questi ricercatori di estrarre i dati internet per stabilire una ‘inferenza’ e una ‘narrativa’ che legassero l’allora candidato Trump alla Russia. Così facendo – scrive Durham – Tech Executive-1 suggeriva che stava cercando di accontentare alcuni ‘VIP’, riferendosi alle persone dello Studio Legale-1 (Perkins Coie, ndr) e alla Campagna Clinton”.

Sussmann e il tecnico, si legge ancora nel documento di Durham, “si erano incontrati ed avevano comunicato con un altro legale, che prestava servizio come consigliere generale per la Campagna Clinton”.

Il 31 ottobre 2016, ricorda Margot Cleveland su The Federalist, la rivista di sinistra Slate pubblicava un articolo dettagliato, intitolato “Un gruppo di scienziati informatici crede che un server di Trump stesse comunicando con una banca russa”. Ora sappiamo che l’intera storia era una montatura fin dall’inizio e che gli “scienziati informatici” ne facevano parte.

In pratica, la nuova istanza depositata da Durham mostra come la Campagna Clinton avesse direttamente pagato e ordinato ai suoi avvocati di Perkins Coie di fabbricare la collusione Trump-Russia, ingaggiando tra l’altro dei tecnici informatici per infiltrarsi nei server di Trump, sia privati che della Casa Bianca, per estrarre dati utili ad alimentare la bufala.

Ma il caso non sarebbe decollato senza la sponda delle agenzie federali. Sulla base di queste false informazioni – il canale segreto con Alfa-Bank così come il famigerato dossier Steele, di cui abbiamo più volte parlato – l’FBI di Obama ha spiato prima il candidato, poi il presidente-eletto Trump, pur essendo a conoscenza fin dall’inizio che esse provenivano dal team della Clinton, come abbiamo raccontato in diverse puntate del nostro speciale.

Qual è stata la reazione dei media liberal Usa alla nuova istanza depositata da Durham: silenzio, inizialmente. Zero copertura in prime time sui principali network tv. Solo quando la bomba è esplosa sui media conservatori e sui social, New York Times e Washington Post sono corsi ai ripari cercando di screditare l’inchiesta, facendo la figura dei faziosi quali sono.

Il Wall Street Journal invece è uscito ieri con un duro editoriale, dal titolo “Trump è stato realmente spiato”, invocando un’inchiesta del Congresso. In particolare, il quotidiano chiede chiarezza riguardo il presunto spionaggio mentre Trump era presidente: “Le comunicazioni della Casa Bianca dovrebbero essere sicure, ma è abbastanza allarmante l’idea che qualsiasi contractor, e men che meno uno senza legami con il presidente, possa avere accesso ai dati. L’idea che informazioni siano state sfruttate per obiettivi politici è uno scandalo che richiede un’indagine sotto giuramento”.

E si chiede quindi chi avesse autorizzato l’accesso ai dati della Casa Bianca, chi dell’FBI fosse a conoscenza di questa opera di spionaggio e se ne fosse personalmente a conoscenza Hillary Clinton.

Una cosa è certa: il procuratore Durham sta seguendo una sua linea d’azione e altre puntate di questa clamorosa cospirazione ci attendono.