C’è un democratico signore brasiliano che, nonostante sia stato costretto dalle circostanze della vita a concludere i suoi studi alla quarta elementare, è da tempo immemore l’idolo sudamericano di quella sinistra italiana elitista e talmente intellettuale che attraverso le sue pedine non perde occasione per tacciare di ignoranza chiunque non la pensi allo stesso modo. Bonaccini docet.
Come funziona questa distonia? Nel mondo occidentale in cui vale tutto e il contrario di tutto, la sinistra dei diritti, delle libertà, della democrazia e dei controsensi ama (e costituisce) l’establishment, l’upper class dirigista moderna, ma oltreoceano (e comunque in esperienze talmente lontane geograficamente che permettono la tenuta e conservazione della antica narrativa puramente socialista) ama la classe operaia come primordio identitario.
Sulla durata e la persistenza di questa mitizzazione devota, per i nostri canoni democratici e di alternanza governativa il “tempo immemore” certo presupporrebbe un’esposizione politica duratura, storica, carismatica e continua, ma di certo mai prenderebbe in considerazione l’eventualità di una prorogata esperienza di governo fondata sulle tenebre del risultato. Certamente la sinistra intellò, in assoluto, dice di amare la libertà, i diritti e la democrazia; il problema è che li ama soprattutto quando vince. E capita li difenda anche davanti a dubbi di legittimità eclatanti.
Al ballottaggio per le presidenziali brasiliane Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente operaio, ce l’ha fatta ancora: è stato rieletto per un quarto mandato a ottant’anni ottenendo il 51,79% dei voti validi contro il 48,21% dello sfidante, Bolsonaro Jr. Adesso governerà un Paese con un Parlamento in mano alla destra, un fenomeno dell’anatra zoppa su scala nazionale ma il risultato è enorme perché mai nessun candidato uscito sconfitto dal primo turno era riuscito a ribaltare il risultato nel secondo.
Le operazioni di spoglio hanno visto un serrato testa a testa tra i due competitor interrotto da una prima volta assoluta per la storia del Brasile: a partita in corso un giudice (ex avvocato di Lula e comunque non competente per attribuzione) ha accolto la richiesta del Presidente uscente di rimandare di due ore la chiusura delle urne (a causa dell’interruzione del trasporto pubblico a Salvador, suo feudo elettorale, dove dei teppisti da centro sociale avrebbero tappezzato gli autobus del trasporto pubblico con i manifesti elettorali di Lula) e di allungare le operazioni di voto fino alle 19, quando i distretti elettorali feudo della destra avevano già chiuso il voto, ribaltando l’esito in cui era in vantaggio Bolsonaro – che oggi, ovviamente, contesta e non riconosce il risultato.
Oggi esultano tutti, in Italia: Bonelli (AVS) sostiene che il popolo abbia scelto la democrazia e la giustizia sociale, Boldrini e Gualtieri (Pd) sottolineano la vittoria della partecipazione civica, Schlein celebra la “rimonta” contro la destra nazionalista che influenzerebbe l’opinione con algoritmi e miliardi. E aldilà della semplificazione propagandistica, cos’ha da dire invece a chi influenza il voto grazie ad un provvedimento giurisdizionale? Cosa sarebbe successo a parti invertite? Cosa avrebbe detto la sinistra delle garanzie costituzionali rispetto ad una circostanza simile se la richiesta di prolungamento delle operazioni di voto fosse stata avanzata da un presidente uscente di destra, accolta da un giudice vicino, e risultata decisiva per la vittoria finale?
Rendiamola reale attualizzando quel sistema elettorale al caso italiano: poniamo il caso di un ballottaggio tra Elly Schlein (utilizzo lei non solo come buon auspicio per le sorti del centrodestra ma anche perché pare abbia già auto-ipotecato la sua candidatura a leader superando qualunque tipo di discussione interna alla coalizione) e Giorgia Meloni.
A metà scrutinio Elly è avanti ma un giudice (nel caso brasiliano del Supremo Tribunale Federale, e quindi non quello competente del Tribunale Superiore Elettorale) vicino alla presidente uscente, Meloni (fa ridere per il paradosso), accoglie la sua richiesta di estendere le operazioni di voto di altre due ore perché in Umbria, Molise e Abbruzzo un’interruzione dei trasporti ferroviari dovuti ad un affissione di manifesti scriteriata di Gioventù Nazionale avrebbe in qualche modo intaccato il diritto di voto di milioni di cittadini. Tanto basta per ribaltare tutto e a fine scrutinio Meloni vince di 3.5 punti percentuali. Ve lo dico io: sarebbe successo, per usare un eufemismo, il finimondo.
Altro aspetto che proprio non torna riguarda una folle volatilità del voto. Tra il primo e il secondo turno Bolsonaro ha aumentato il suo risultato di più di 3 milioni e mezzo di voti, Lula di quasi 10 milioni e mezzo, ossia più dei voti totali ottenuti dagli altri 10 candidati alla corsa delle presidenziali che avevano raccolto, insieme, poco più di 9 milioni di voti (e di questi, oltre 6 milioni erano quelli di Augusto Cury, Ronaldo Caiado e Romeu Zema, tre candidati di partiti convintamente anti Lula che al ballottaggio hanno sostenuto pubblicamente Bolsonaro). Considerando l’astensione in diminuzione del 3% rispetto al primo turno, ciò vale a dire che del totale dei nuovi voti pervenuti al secondo turno (circa 14 milioni), quasi il 75% sono attribuibili a Lula.
Leggi anche:
- In Brasile golpe alla Maduro, Lula ruba le elezioni a Bolsonaro
- Il Brasile al voto paga il conto salato di Lula
- Brasile, il giallo del voto elettronico che incorona Lula
Ritornando all’esempio immaginario nel panorama italiano, a parità di proporzioni e proiezioni, questi dati equivarrebbero ad ammettere che nel ballottaggio tra Meloni e Schlein, gli elettori del Movimento 5 stelle, di Avs e di Italia Viva hanno votato Meloni. Flussi inspiegabili con le regole politiche ma solo con quelle matematiche. Se qualcuno è disposto a crederci, a mio avviso è un ingenuo idealista oppure è in malafede.
Non solo. Ieri sera il senatore Flavio Bolsonaro, appena sconfitto da Lula, è stato convocato dalla Polizia Federale e invitato a consegnare i passaporti dopo aver fatto visita al padre. “Stamattina – ha raccontato lui stesso sui social – sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”. Il tutto poco dopo che un deputato federale del partito di Lula, Lindbergh Farias, aveva chiesto alla Corte Suprema di sequestrare il passaporto dello sfidante per coinvolgerlo nelle indagini in corso sul fratello Eduardo (per il presunto scandalo dei finanziamenti al film ‘Dark House’ sull’ex presidente Bolsonaro). Ora. Provate a immaginare se in Italia, il giorno dopo il voto, con Meloni che sconfigge Schlein, la polizia e la magistratura si muovesse per togliere i documenti alla leader del Pd. Come la chiamerebbero, Saviano&co: dittatura o democratura?
Francesco Catera, 27 ottobre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

