Prima una precisazione: una fotografia non basta per stabilire se in un luogo di lavoro siano state violate le norme sulla sicurezza. Servono verifiche, documenti, valutazioni tecniche. Ma proprio per questo la risposta fornita dalla Cgil di Torino sul caso dell’operaio immortalato sulla copertura della sede di via Pedrotti lascia aperta più di una domanda.
Le immagini pubblicate da La Stampa mostrano un lavoratore apparentemente senza casco sulla sommità dell’edificio. Il sindacato ha respinto la ricostruzione: “L’operaio non stava lavorando su un tetto, ma su una terrazza a copertura piana e lavorava in trattenuta, cioè con dispositivi di sicurezza anticaduta”. Quanto al casco, la spiegazione è che nell’area non vi sarebbe stato rischio di caduta di materiali dall’alto. Tutto chiarito? Non proprio.
Partiamo dalla distinzione tra tetto e terrazza. Ai fini della sicurezza il confine è assai meno risolutivo di quanto possa sembrare. Il regolamento della Regione Piemonte sulle misure di sicurezza per i lavori in copertura definisce infatti “copertura” la delimitazione superiore dell’edificio e precisa che questa può assumere diverse configurazioni, tra le quali compare espressamente anche quella “a terrazza”. Lo stesso regolamento, parlando del transito e dei lavori sulle coperture, indica tra le protezioni parapetti, sistemi di ancoraggio, passerelle, reti anticaduta e altri dispositivi, privilegiando le protezioni collettive rispetto a quelle individuali. Naturalmente questo non significa automaticamente che a Torino sia stata infranta una norma. Significa però che dire “non era un tetto, era una terrazza” non sembrerebbe sufficiente, tecnicamente, a cancellare il problema della caduta dall’alto. Ma è la stessa Cgil di Torino a farsi un autogol pubblicando un video per rispondere alle accuse.
Sì, perchè proprio quelle immagini hanno aperto un’altra discussione. Nei commenti sono arrivate contestazioni dettagliate sui dispositivi mostrati: imbracatura, sistema di collegamento, assorbitore di energia, punto di ancoraggio e casco. Non basta naturalmente un commento sui social per certificare una violazione, ma alcune delle norme tecniche richiamate esistono eccome e riguardano precisamente i dispositivi utilizzati per proteggere chi lavora in quota.
L’Inail, ad esempio, indica la UNI EN 361 per le imbracature per il corpo, la UNI EN 355 per gli assorbitori di energia, la UNI EN 360 per i dispositivi anticaduta retrattili, la UNI EN 358 per cinture e cordini destinati al posizionamento e alla trattenuta e la UNI EN 795 tra i riferimenti per i dispositivi di ancoraggio. La stessa documentazione richiama la EN 397 per gli elmetti di protezione industriale.
Ma soprattutto c’è una distinzione che nel caso torinese diventa decisiva: “trattenuta” e “arresto caduta” non sono sinonimi. L’Inail li classifica come sistemi differenti. Il primo deve impedire al lavoratore di raggiungere fisicamente il punto dal quale potrebbe cadere, il secondo entra invece in funzione quando la caduta può verificarsi e deve arrestarla limitandone le conseguenze. Non è un dettaglio lessicale. Se il lavoratore può arrivare oltre la zona sicura, non siamo più davanti alla semplice trattenuta descritta dalla Cgil e cambiano anche le caratteristiche che il sistema deve possedere.
E qui la replica rischia di ritorcersi contro chi l’ha prodotta. Dal 2026 l’articolo 115 del Testo unico sulla sicurezza stabilisce per i lavori in quota una gerarchia precisa: prima devono essere privilegiati i sistemi di protezione collettiva, come parapetti e reti; quando ciò non è possibile si passa ai sistemi individuali, dando comunque priorità a trattenuta, posizionamento e accesso mediante funi rispetto all’arresto caduta. Il sistema individuale deve inoltre essere assicurato a un punto di ancoraggio sicuro.
Persino sul casco la spiegazione della Cgil – non c’erano materiali che potevano cadere dall’alto – non esaurisce automaticamente il problema. Il decreto 81 stabilisce infatti che i DPI vadano scelti sulla base dei rischi effettivamente presenti e debbano essere adeguati alle condizioni del luogo di lavoro. La necessità dell’elmetto dipende quindi dalla valutazione complessiva del rischio, non soltanto dall’eventualità che qualcosa cada dall’alto. L’unico dettaglio che fa ben sperare è la presenza di scarpe antinfortunistiche. Un po’ poco.
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Il particolare assume inevitabilmente un peso diverso per ciò che è accaduto nelle stesse ore a Roma. Nella notte tra il 22 e il 23 settembre Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni, è precipitato per circa dieci metri mentre lavorava al nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. Aveva il caschetto e l’imbracatura. Gli investigatori devono ancora stabilire cosa sia successo alla fune di sicurezza e se alla base dell’incidente ci sia stato un errore, un problema dell’attrezzatura o altre responsabilità. Sette persone risultano indagate per omicidio colposo con violazione della normativa sulla sicurezza, iscrizioni effettuate anche in vista dell’autopsia.
Eppure Maurizio Landini ha già individuato un elemento politico sul quale puntare: “La precarietà non è una sfortuna, la precarietà uccide. Ad esempio, quel ragazzo di 22 anni che è morto al Colosseo lavorava in un’azienda in subappalto”. Il segretario della Cgil ha quindi richiamato il referendum promosso dal sindacato e attaccato il governo sulle norme relative al lavoro precario.
Il subappalto è un dato e fa parte degli elementi esaminati nell’inchiesta. Ma il nesso causale con la morte di Moretti deve ancora essere accertato. La Procura sta verificando documentazione, attrezzature, formazione e dinamica della caduta; tra le ipotesi prese in considerazione figurano anche il cedimento dell’ancoraggio, un malore o un errore umano.
Ed è qui che Torino e Roma finiscono per incrociarsi. Per l’operaio sulla propria sede, la Cgil chiede di non fermarsi a quello che sembra mostrare una fotografia e invita a considerare procedure e dispositivi non immediatamente visibili. Un principio ragionevole. Ma allora lo stesso rigore dovrebbe valere davanti alla tragedia del Colosseo: prima si accertano le cause, poi eventualmente si individuano responsabilità e conseguenze politiche. Sulla sicurezza sul lavoro le immagini possono ingannare. Anche gli slogan, però, qualche volta possono arrivare prima dei fatti.
Massimo Balsamo, 26 settembre 2026
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