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Comune di Napoli, quella gaffe clamorosa sul Primo maggio

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Nel 1973 il gruppo musicale “Area”, il cui frontman era Demetrio Stratos, pubblicò l’album Arbeit Macht Frei. Il testo della canzone omonima recitava così: “Nelle tue miserie – riconoscerai – il significato – di un arbeit macht frei. Tetra economia –  quotidiana umiltà – ti spingono sempre – verso arbeit macht frei. Consapevolezza – ogni volta di più – ti farà vedere – cos’è arbeit macht frei”. Anche se a detta degli autori le canzoni contenute in quell’album erano degli inni contro la guerra, già allora l’uso delle parole “Arbeit Macht Frei” innescarono una serie di critiche, al punto che qualche intellettuale dell’epoca prese le distanze da quel titolo che recitava il lugubre motto che gli assassini nazisti avevano voluto sulle cancellate di molti campi di sterminio. Non solo di Auschwitz.

La scritta “Arbeit Macht Frei”, Il lavoro rende liberi, fu l’ultima presa in giro per coloro che in quei luoghi trovarono il dolore, la tortura e la morte. Perché la libertà in quei campi di sterminio è arrivata solo quando i soldati alleati, russi, inglesi e americani, aprirono quei maledetti cancelli. La scritta “Arbeit Macht Frei” è ancora presente sui quei cancelli ed è la prima cosa che vedono coloro che vanno in pellegrinaggio in quei luoghi dove la belva umana ha dato il peggio di sé. Questo è il motivo per cui la frase: “il lavoro rende liberi”, è diventata il simbolo del male e, in quanto tale, impronunciabile. Impronunciabile in segno di rispetto per milioni di morti, non solo ebrei, ma anche rom, testimoni di Geova, omosessuali maschi e femmine, oppositori politici e tutti coloro che non potevano far parte della “Grande Germania” di Adolf Hitler e dei suoi “apostoli”.

Detto questo sembra molto strano che i dirigenti del Comune di Napoli, in particolare l’assessore al Lavoro Monica Buonanno, non fossero al corrente che mettere le quattro parole “Il lavoro rende liberi” una dietro l’altra, in questo preciso ordine, oltre ad essere inappropriata per pubblicizzare il primo maggio, Festa del lavoro, avrebbe scaturito una potente e legittima alzata di scudi al punto che la reazione della comunità ebraica di Napoli, con una lettera firmata dalla Presidente Lydia Schapirer, non si è fatta attendere.

“La Comunità Ebraica di Napoli esprime indignazione e profondo sconcerto nell’apprendere la notizia, pubblicata da alcuni organi di informazione, dello slogan con il quale il Comune di Napoli ha lanciato il suo concerto virtuale “Primo Maggio virtuale: solo il lavoro rende liberi”, che richiama la frase che campeggiava all’ingresso del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz. La successiva correzione da parte del Comune di Napoli, che ha sostituito quell’espressione tristemente evocativa di uno dei periodi più bui della storia umana con la frase “solo il lavoro rende la dignità”, nulla toglie alla gravità della scelta operata dall’Assessorato alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli che, con un uso tanto disinvolto delle parole, rivela superficialità, insensibilità e ignoranza inaccettabili da parte di una rappresentanza istituzionale. La Comunità Ebraica di Napoli, da sempre impegnata nel dialogo interreligioso e interculturale nel rispetto delle specificità di ciascuno, ritiene offensivo per la memoria delle vittime della Shoah e per gli ebrei la scelta di quell’espressione odiosa, e considera l’episodio un esempio pericoloso di come la conoscenza corretta di quel che è stato abbia sempre meno spazio presso certe amministrazioni, evidentemente più avvezze alla banalizzazione degli eventi storici che alla corretta percezione del loro reale significato”.

Mettere ora alla gogna l’assessore Monica Buonanno dopo la gaffe che ha fatto, di dimensioni bibliche, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, ma considerando alle ore 13:35 del 1° maggio 2020, la stessa gaffe era ancora presente sulla pagina Facebook “Comune di Napoli – Notizie dall’ufficio stampa”, possiamo dire che la correzione del testo, poi avvenuta con la scritta “solo il lavoro rende la dignità”, non è stata poi così rapida come avrebbe dovuto essere in un caso come questo. La domanda però sorge spontanea: possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Anche se vogliamo credere alla buona fede, il sospetto che qualche manina abbia giocato con le parole e siccome nel pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, il dubbio, corroborato dalla lentezza con la quale si è preceduto alla correzione, rimane.

Questa del ‘Lavoro rende liberi’ sul manifesto promozionale del primo maggio è solo l’ultima parte di uno scontro in atto, sia politico che sociale, fra il Comune di Napoli e il mondo ebraico da quando De Magistris è diventato il Sindaco del capoluogo campano. Non possiamo dimenticare infatti i due momenti più intensi durante i quali questo scontro si è manifestato: il primo durante la posa delle pietre d’inciampo a Amedeo Procaccia, Iole Benedetti, Aldo Procaccia, Milena Modigliani, Paolo Procaccia, Loris Pacifici, Elda Procaccia, Luciana Pacifici e Sergio Oreste Molco, membri della comunità ebraica di Napoli arrestati e deportati ad Auschwitz, dove hanno trovato la morte, nel gennaio 1944. Lo stesso posto dove campeggiava la scritta “Arbeit Macht Frei”.