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Dopo l’ignobile primo maggio, torniamo a lavorare

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Il Primo Maggio 2021 è stato moscio, molto moscio, ed è pure piovuto. Le nostre élite si sono inventate, proprio nel giorno che richiama l’articolo 1 della Costituzione più bella del mondo, una curiosa sceneggiata televisiva, appaltata a un influencer (chissà perché no a un sindacalista, a un prete operaio?), per evitare di parlare di ciò che drammaticamente manca: il lavoro.

In effetti, il quesito era imbarazzante: come festeggiare la festa dei lavoratori se di lavoro, escluso quello statale, ce ne è sempre meno? Quelli del CEO capitalism ci hanno spiegato che al centro del mondo non c’è più il lavoratore, ma il consumatore. Per quel che vale (nulla) io non ci sto, lo scrivo da un quindicennio.

Dai lavoratori ai consumatori

Diciamocelo, si possono ancora chiamare lavoratori quelli che sono pagati comunque, che lavorino o no? Tutto è lasciato al loro buon cuore, per fortuna molti di costoro lavorano lo stesso, pur potendo, tecnicamente, fare ammuina continua, attraverso le infinite forme di “working qualcosa”. Poi ci sono quelli che sono in cassa integrazione, o perenne (Alitalia style) o con speranza (flebile) di rientro, ovvero con nessuna speranza. Quindi i disoccupati, con (qualche) speranza di rientrare se maschio, poche o nulle se donna o giovane. E ancora, ci sono quelli che lavorano (tanto) in “nero”, ma a prezzi stracciati. Se va bene, a fine mese, lavorando il doppio delle ore, hanno un salario complessivo paragonabile a quelli che lo ricevono comunque, perché dipendenti imbullonati al posto. Infine, ci sono gli sfiduciati, a questi il lavoro non interessa proprio più, troppo facile perderlo, troppo difficile ritrovarlo. Insomma, non si sentono più lavoratori, forse non si sentono neppure più cittadini, ma solo consumatori.

Il ritorno del cottimo

Non basta, ci sono pure i “neo cottimisti”, molto presenti nel primo Novecento, poi scomparsi al crescere della dignità del lavoro. Sembrano i loro bisnonni, però in jeans, con braccialetti Amazon ai polsi. Il ritmo del cottimo lo dà la neo frusta di un silenzioso algoritmo. Malgrado ciò, costretti a scegliere fra fame ed essere schiavi hanno scelto quest’ultima opzione, fiduciosi che Jeff un giorno diventi paternalista, com’erano allora alcuni padroni delle ferriere.

L’esercito di rider

In una terra di mezzo ci sono poi i “rider”. Una strana genia questa. Hanno accettato di essere nominati “CEO di se stessi” e pedalano, pedalano, per portare la pizza alla categoria sociale più protetta al tempo del CEO capitalism, quelli che hanno barattato la dignità del lavoro con il divano di cittadinanza. Il sogno dei rider è solo uno. Dopo anni passati a portare pizze&libri a casa di altri, tutti stravaccati sui loro divani di cittadinanza, sognano anche loro di essere promossi allo stesso divano: non essere più schiavi, ma servi.

Il reddito del nullafacente

Infatti, del vecchio mondo del lavoro, gli unici privilegiati sono costoro, il divano di cittadinanza è l’obiettivo al quale ogni ex lavoratore tende. Questi hanno creduto da subito a Bill Gates e a Mark Zuckerberg che l’avevano preannunciato in tempi lontani: “Fra dieci anni il reddito di cittadinanza deve essere garantito a chi perde il lavoro, attraverso tasse sui robot a loro riferiti. Il mondo dev’essere tutto automatizzato, quindi pacificato”. I dieci anni sono passati, gli scioperi scomparsi, i lavoratori normalizzati, il divano di cittadinanza sempre più diffuso.