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Appunti sulla Super League

Appunti sulla Super League
Appunti sulla Super League

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Il tentativo – rientrato nel giro di 48 ore – di creare una “Super League” da parte di 12 (o 15 non si è ben compreso) dei maggiori club dei cinque più importanti campionati europei, ha scosso non solo l’opinione pubblica come notizia ma ha anche inciso in maniera fortissima all’interno dei rapporti e delle dinamiche nel sistema calcistico.

La fuga in avanti dei club – gli inglesi Chelsea, Tottenham, i due Manchester (United e City), Arsenal e Liverpool, gli spagnoli Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid e le italiane Juventus, Inter e Milan: non a caso, ad eccezione di due, tutte con proprietà “straniere” – è venuta fuori quando i propositi di “scisma” sembravano definitamente accantonati dopo che, di tanto in tanto, tale progetto veniva agitato in coincidenza con i momenti di restayling delle competizioni europee oppure dei criteri di ripartizione delle risorse o di riequilibrio della rappresentatività.

Il cuore di questo fronte sempre presente, latente come una faglia negli eventi sismici, era sempre stata l’Eca, l’organismo di rappresentanza dei club a livello sportivo, il cui presidente Andrea Agnelli era al centro della politica calcistica potendo sedere contemporaneamente nell’Executive Board dell’Uefa, nel Consiglio Federale FIGC ed in alcune importanti Commissioni della Lega di Serie A (fondi di investimento).

Nell’ultimo scossone lo schema degli schieramenti è stato del tutto stravolto, essendo emerso una sorta di comitato di 12 club (ma dovevano essere 15: all’appello mancano sicuramente PSG e Bayern Monaco più un’altra non individuata) del tutto slegato dall’Eca – che si è tirata fuori immediatamente – e quindi frutto di un patto ben più esclusivo ed autonomo.

 

Una lega privata 

La cosiddetta Super League è una lega privata, nata in maniera autonoma rispetto all’intera struttura calcistica mondiale (CIO,FIFA,UEFA, Federazioni e Leghe) ma senza minimamente staccarsene.

Un piede nella Super League il mercoledì (su scala internazionale) ed uno nel week end nei campionati nazionali. La competizione, che ritenere tale è un ossimoro viste le modalità regolamentari, prevede che a sfidarsi siano 20 club, di cui 15 immutabili nel tempo indipendentemente dai risultati e 5 ad inviti, più o meno pluriennali.

Compaiono anche alcune “retrocessioni” dei club peggiori, ma non si comprende ove dovessero finire questi club espulsi (sarebbe servita una Super League B forse). Questo “circolo chiuso” di tipo autoreferenziale viene composto sulla base di requisiti di tipo storico-sportivo ma, soprattutto, economico, contando un bacino di tifosi ed un perimetro di attrazione di risorse, in grado di raccogliere centinaia di migliaia di euro a beneficio dei partecipanti.

 

Follow the money 

Indiscutibilmente l’improvvisato sodalizio intraeuropeo si basa su interessi economici. Interessi finalizzati a creare, attraverso una competizione, una sorta di canale aggiuntivo di risorse economiche (diritti tv, sponsor e incassi da botteghino) senza alcuna mediazione di UEFA, Federazioni e Leghe di appartenenza. Soldi derivanti dallo sfruttamento di una platea comune di circa 1 miliardo di tifosi nel mondo, presuntivamente pronti a riversare interesse, abbonamenti e merchandising solo nelle sfide tra i grandi club.

Soldi da distribuire con un dettagliato criterio di ripartizione, che si è successivamente scoperto anche poco equo. Lo sponsor principale del progetto, che avrebbe assorbito con 3,6 miliardi di euro il primo “avviamento” dei club, era la banca d’affari JP Morgan, uscita di scena con una mortificante ammissione di aver “sbagliato valutazioni”, pur non essendo chiaro su cosa fosse caduto l’errore: troppa fiducia sulla capacità dei club di dar vita alla scissione oppure poca fiducia sul mondo del calcio capace di fare quadrato in senso contrario?

 

Too big to fail 

Il Covid, ma non solo. La pandemia, stadi senza pubblico dal marzo 2020 ed un indubbio rallentamento della raccolta promo-pubblicitaria, con “sconto” sui ratei dei diritti tv, ha colpito duramente il quadro economico-finanziario dei club sul piano della “liquidità” e sulla capacità di poter far fronte agli impegni nel breve-medio termine, in considerazione di un quadro dei costi caratterizzato da forte rigidità e ridotta capacità di flettere ed adattarsi alle esigenze gestionali e di cassa.

Come gran parte del comparto industriale nazionale (e, più o meno variamente, europeo), al netto dei sostegni delle autorità governative, i club hanno accusato il colpo. Tanto per fare un esempio, la Serie A, indiscusso traino del sistema italiano, ha stabilmente dimostrato nelle ultime stagioni una capacità reddituale (in costante crescita) vicina ai 4 miliardi di euro, di cui circa un terzo derivante dai diritti televisivi di cui si avvantaggiano anche le categorie inferiori.

Su questo quadro di risorse incidono in maniera determinante sia il costo del lavoro – intorno al 60%, salito di 20 punti nella fase pandemica – che, soprattutto il monte debitorio. Al 30 giugno 2020, il deficit di 5 tra i più grandi club (Milan 195, Roma 204, Inter 150, Juve 97 e Lazio 16) ha duplicato il deficit di tutta la Serie A appena una stagione prima (650 contro 275 milioni).

Proiezioni più o meno attendibili ipotizzano un deficit pari al 40% del fatturato. Il Covid, quindi, ma non solo. Da diverse stagioni la Serie A si porta dietro un debito “strutturale” di 4 miliardi di euro. Una zavorra che non solo impedisce ai club di sviluppare una seria programmazione (settore giovanile) ma anche gli investimenti necessari (infrastrutture). Trasposto sul piano internazionale, i 12 club fautori della Super League, assommano un fatturato di 5,6 miliardi al 30 giugno 2020 ma mostrano un quadro del deficit esattamente simmetrico. Non riescono a fare utili.

Il quadro attuale li porta a dover rispettare i contratti pluriennali delle maggiori star mondiali ed i piani sportivi reclamano risorse per acquistarne di altri (costi da calcolare al lordo delle commissioni agli agenti, 1 miliardo nell’ultimo anno). Cercano dunque soldi, ma non trovano sostenibilità come il più classico cane che si morde la coda. Questo circolo tutt’altro che virtuoso conduce al fallimento. Ma sono troppo grandi per fallire?