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Cina 2021, l’anno del dragone

Evoluzione di una grande economia

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Cina 2021, l’anno del dragone

La mia iniziale conoscenza della Cina risale ovviamente al periodo della scuola, in cui si studiava il grande Paese asiatico col classico metodo: la Cina è una delle più grandi nazioni al mondo, ha una popolazione di oltre un miliardo di abitanti e confina a Nord con la Russia e la Mongolia…, i suoi fiumi più importanti sono il Fiume Giallo e il Fiume Azzurro, il monte più alto è l’Everest, la capitale è Pechino, si allevano suini e ovini e la coltura più importante è il riso; Un po’ didascalica…

Poi vidi in tv il grande sceneggiato Marco Polo e iniziai a farmi un’idea diversa della cultura e della storia della Cina ma i cinesi non mi erano granché simpatici, complici anche le avventure del fumetto Tex Willer in cui spesso il nostro eroe aveva dovuto affrontare le loro temibili tong (triadi) in alcuni mitici albi dai nomi ormai leggendari: “Chinatown” e “Il laccio nero”.

Insomma, sulla Cina resisteva lo stereotipo della ciotola di riso, del fumatore di oppio e delle triadi (vedi anche film come Grosso guaio a Chinatown e L’anno del Dragone). Nel 1997 quando si arrivò alla restituzione alla Cina della città di Hong Kong, nella mia ignoranza vedevo questo atto quasi come un sopruso cinese ai danni dell’incolpevole Inghilterra.

Potete quindi immaginare il mio sconcerto quando, leggendo il bellissimo libro “Ascesa e declino del denaro” di Niall Ferguson, nel capitolo dedicato alla rinascita della Cina, scoprii con grande stupore che gli inglesi avevano occupato il territorio di Hong Kong durante la cosiddetta guerra dell’oppio nella quale i cattivi non erano i cinesi bensì proprio gli inglesi che non volevano rinunciare a questo lucrosissimo commercio che assicurava loro introiti enormi e che invece l’imperatore cinese voleva stroncare a causa degli elevatissimi costi sociali che la dipendenza dall’oppio comportava.

Nel 1841, dopo un breve conflitto, la flotta britannica ebbe ovviamente la meglio e, con il trattato di Nanchino, l’isola di Hong Kong veniva ceduta agli inglesi. Da quel momento iniziò per la Cina un periodo di umiliazione e declino.

Facendo un salto in avanti arriviamo alla fine della seconda guerra mondiale quando, dopo aver respinto l’occupazione giapponese e dopo la guerra tra il Partito Comunista e i nazionalisti del Kuomintang guidati da Chiang Kai-shek, prese il potere il comandante dei comunisti Mao Zedong o, come lo conobbi io, Mao Tse-tung.

Con la rivoluzione contadina prima e successivamente con la Rivoluzione Culturale promossa da Mao nel 1966 la Cina, divenuta Repubblica Popolare, divenne la nazione che conoscevamo all’inizio degli anni ‘70: sterminata, povera e governata da una classe politica chiusa e illiberale in cui i cinesi vivevano con la classica ciotola di riso al giorno.

Quando, alla fine degli anni sessanta, il Presidente Nixon iniziò la sua politica di avvicinamento alla Cina il fallimento del modello politico ed economico di Mao era ormai evidente.

Nel 1971 lo storico segretario di stato americano Henry Kissinger iniziò a tessere la tela diplomatica preparando il viaggio che si tenne a Febbraio del 1972, e fu un viaggio storico.

Nixon visitò Pechino, Shanghai e Hangzhou e incontrò Mao ma soprattutto Zhou Enlai, il grande diplomatico e capo del governo.

L’’inizio dei rapporti bilaterali tra Cina e Stati Uniti.

“Nixon goes to China” divenne un modo di dire molto usato nella politica americana.

Il resto è storia recente: la morte di Mao, le prime riforme di Deng Xiaoping, la triste storia dei fatti di Piazza Tienanmen e la progressiva apertura verso l’economia seppur in salsa cinese.

 

L’evoluzione dell’economia cinese

Oggi la Cina è una nazione completamente diversa da quella visitata da Nixon e negli ultimi anni è diventata il motore della crescita, prima nel continente asiatico e poi in tutto il mondo.

Quest’anno, per definire l’evoluzione della Cina si scomoda un principio della contabilità di magazzino, il cosiddetto criterio F.I.F.O. (first in first out): la Cina cioè è stata la prima economia a entrare in crisi causa pandemia e la prima a uscirne.

Già durante la Grande Crisi Finanziaria del 2008 il gigante asiatico seppe resistere molto meglio del resto del mondo, la sua economia infatti crebbe quasi del 10% mentre l’Europa perdeva il 4,5% e l’America il 2,5%; nel 2020, mentre l’area euro tracollava dell’8% circa e anche gli Usa subivano un calo del Pil di quasi il 4%, la Cina riportava un +2,3% recuperando rapidamente i livelli economici pre-Covid.

Investimenti in infrastrutture (la famosa Belt & Road Initiative), mega accordi commerciali (la più grande area di libero scambio al mondo siglata dalla gran parte dei Paesi asiatici nota come RCEP), progetto di passare dal consumo di combustibili fossili a fonti energetiche sostenibili (entro il 2025 la Cina sarà il paese al mondo con più veicoli elettrici), fortissimi investimenti in tecnologia (es. il 5G).

Nei prossimi anni l’apporto della Cina alla crescita del Pil mondiale sarà determinante (apporto stimato nel 25% per il 2021) e di pari passo crescerà l’importanza dei suoi mercati, sia quello azionario che quello obbligazionario grazie alla maggiore apertura agli investitori esteri (abbiamo già visto lo scorso anno quanto una diversificazione nel Paese asiatico abbia contribuito alla performance dei portafogli).

Insomma, come Marco Polo dobbiamo partire alla volta del Catai (così all’epoca era conosciuto questa grande nazione) per beneficiare della sua crescita vigorosa.

 

Massimiliano Maccari

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