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Perché non si parla di Finanza cattiva?

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Di questi tempi, venendo meno per necessità, i famosi parametri Europei relativi all’indebitamento dei singoli Stati, si parla frequentemente di Debito buono o cattivo.

Un debito può essere contratto per diverse finalità come facilitare l’acquisto di un bene durevole o provvedere a momentanee carenze di liquidità, se si tratta di un privato, mentre lo Stato può promuovere o facilitare investimenti strutturali o provvedere al pagamento degli stipendi della sua Pubblica Amministrazione.
 
Conseguentemente, anche se moralmente, nel caso del privato, può essere discutibile l’acquisto di un bene voluttuario (gioiello, vacanza, ecc.) non necessariamente si parla di Debito cattivo in quanto, se il reddito consente tranquillamente il puntuale ripianamento, si tratta solo di anticipare una spesa con un finanziamento.
 
Nel caso dello Stato, invece,  promuovendo investimenti a Debito, conta, oltre che di migliorare i servizi dei cittadini anche di favorire l’incremento del PIL e come tale si parla anche in questo caso di Debito buono.
 
 

Allora quand’è che un debito è cattivo?

Lo è sicuramente quando le risorse vengono bruciate per mantenere un tenore di vita (sia da parte del privato che dello Stato) non commisurate al reddito disponibile e/o entrate fiscali correnti, e quindi non in grado di onorare sia il pagamento puntuale degli  interessi che la restituzione del capitale. E qui entra in scena la Finanza che di volta in volta interviene a fornire le risorse necessarie.
 
Naturalmente, sia che si tratti di Privato, che di Azienda o di uno Stato, a ciascuno dei pretendenti viene fatto uno screening preventivo al solo scopo di valutare le reali possibilità restitutive degli oneri e capitale prestato. E allora, quand’è che si parla di Finanza cattiva? Ogniqualvolta la restituzione si basa su eventuali garanzie a supporto della concessione ( titoli azionari, beni immobili magari valutati i primi in trend favorevole e i secondi prevedendo forti rivalutazioni), senza considerare minimamente la reale capacità reddituale del contraente.
 
Dover escutere le garanzie a presidio di un finanziamento ( che devono quindi essere considerate complementari e mai fondamentali) per ritornare in possesso di quanto a suo tempo erogato, è una procedura sicuramente contemplata ma non necessariamente incoraggiata in quanto mette a rischio il Sistema nel suo insieme. Il mercato dei crediti incagliati ne è la prova documentata, sorti a volte a seguito di crisi economiche non prevedibili, ma sovente frutto di iniziative finanziate”‘spinte e/o azzardate” nonostante mancassero dei requisiti fondamentali dell’affidabilità.
 
La parola stessa default, che preferisco tradurre con difetto o assenza, è inequivocabile. Infatti nel campo informatico, ogni volta che il software non prevede una determinata situazione non prevista dal flow chart di programmazione, va in default in quanto è assente la direttiva. In Finanza, invece l’assenza di risorse provoca il dissesto e quindi il fallimento.
 
Anche con una Finanza buona si può incorrere in incidenti di percorso, ma l’esperienza insegna che tali eventi rappresentano solo una minima parte di tutto il contenzioso finanziario. Che poi dopo, la Finanza ‘creativa’ abbia a sua volta generato ulteriori strumenti per cercare di risolvere questi ‘intoppi’, da cattiva diventa cattivissima.
E’ per questo motivo che la trasparenza deve essere alla base di una qualsivoglia offerta al pubblico in quanto il risparmiatore deve essere in grado, o quantomeno chi lo consiglia o propone l’investimento, di illustrare doverosamente le caratteristiche salienti del prodotto finanziario che si appresta a sottoscrivere.
 
 
Luigi Sabbadin

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Ernesto todesco
Ernesto todesco
22 Maggio 2021 16:58

Molto interessante e chiaro