Nel dibattito sui conti pubblici e sul deficit emerge una convergenza che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata improbabile. Cgil e Confindustria si ritrovano infatti allineate sulla necessità di aumentare il deficit per fronteggiare una fase economica considerata critica, anche a costo di entrare in tensione con le regole europee.
L’ipotesi, evocata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, trova terreno fertile sia tra i rappresentanti dei lavoratori sia tra quelli delle imprese. Durante un confronto pubblico tra Maurizio Landini ed Emanuele Orsini, è emersa una visione condivisa: la situazione richiede interventi immediati e consistenti, capaci di sostenere produzione e consumi in una fase di forte incertezza anche con un ricorso a maggior deficit.
Il clima del confronto è stato tutt’altro che conflittuale. Al contrario, le posizioni espresse hanno mostrato più punti di contatto che divergenze, segno di una pressione crescente che attraversa tutto il sistema produttivo.
La spinta verso più deficit e intervento pubblico
Secondo Landini, il rischio è quello di una crisi persino più grave di quella vissuta durante la pandemia. “Se va avanti così, rischiamo una situazione peggiore di quella del Covid”, ha avvertito, indicando come prioritaria la sospensione del Patto di stabilità europeo e il ritorno a politiche espansive coordinate a livello Ue.
L’idea è quella di replicare, almeno in parte, il modello adottato dopo l’emergenza sanitaria, con debito comune e investimenti massicci. Un approccio che punta a rafforzare il ruolo della spesa pubblica, affiancata però anche da investimenti privati.
Sulla stessa linea Orsini, che ha usato una metafora significativa: “Non si può curare un paziente con ferite di guerra con l’aspirina”. Per il presidente di Confindustria, serve una strategia articolata fatta di incentivi, sostegni e investimenti mirati, soprattutto in settori chiave come energia e infrastrutture.
Energia e costi: il nodo centrale della competitività
Alla base di questa convergenza c’è una diagnosi condivisa: il sistema industriale italiano è sotto pressione, soprattutto per il costo dell’energia. Orsini ha sottolineato come le imprese italiane paghino l’energia fino a tre volte più rispetto ad altri Paesi europei, un fattore che rischia di accelerare la deindustrializzazione.
Da qui la richiesta di interventi immediati, tra cui la sospensione del sistema ETS, considerato un costo aggiuntivo per le imprese energivore. Non manca nemmeno l’apertura a soluzioni emergenziali come il ritorno al carbone, qualora i prezzi del gas dovessero salire ulteriormente.
Diversa, ma non incompatibile, la posizione di Landini, che propone un piano straordinario per l’autonomia energetica basato sulle rinnovabili. Tuttavia, il segretario della Cgil insiste anche su un altro punto: l’introduzione di una tassazione sugli extraprofitti delle grandi aziende energetiche, da destinare agli investimenti nel settore.
Su questo tema emerge una delle poche vere divergenze. Orsini respinge l’idea con nettezza, affermando che “è una parola che non c’è nel mio vocabolario”, segnando una distanza chiara rispetto a qualsiasi ipotesi di maggiore pressione fiscale sulle imprese.
Il rischio deindustrializzazione e la corsa contro il tempo
Al di là delle differenze, il punto centrale resta condiviso: non c’è tempo da perdere. Il rischio di perdita di capacità produttiva è concreto e potrebbe avere effetti duraturi sull’economia italiana.
La convergenza tra sindacato e imprese nasce proprio da questa urgenza. Entrambi vedono nella mancanza di interventi rapidi un pericolo sistemico, capace di indebolire in modo strutturale il tessuto industriale del Paese.
Contrattazione e salari: un altro terreno di intesa
Parallelamente al tema macroeconomico, si apre anche un fronte più operativo: quello della contrattazione. Sindacati e imprese stanno lavorando a un accordo su rappresentanza e contratti che possa contrastare il dumping salariale e garantire maggiore stabilità.
L’obiettivo dichiarato è arrivare a un’intesa entro l’estate. Un traguardo ambizioso, ma che testimonia come il dialogo tra le parti sia oggi più aperto rispetto al passato.
In questo scenario, l’asse tra Cgil e Confindustria rappresenta un segnale politico ed economico rilevante, che potrebbe influenzare le scelte del governo e ridefinire il dibattito sulle priorità economiche del Paese.
Enrico Foscarini, 25 aprile 2025
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