Economia
L'ANALISI

Deficit: l’Italia resta in trappola tra Superbonus, clausola Nec e politica

Meloni scarica la colpa sull'Istat, ma l'avvcinarsi delle elezioni impone scelte chiare

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Il numero, alla fine, non si è spostato: il deficit 2025 resta fermo al 3,1% del Pil, esattamente dove era stato collocato dalla Notifica di aprile. Ma la revisione definitiva diffusa dall’Istat non ha portato buone notizie: il disavanzo, stimato in primavera a 69.381 milioni di euro, è salito con l’ultima verifica a 69.736 milioni, mancando l’obiettivo per oltre 2 miliardi. Nel conto finale sono finiti 700 milioni di investimenti di Rfi e Anas non preventivati, quasi un miliardo assorbito dai partenariati pubblico-privati, mentre le verifiche sui crediti 110% fasulli che avevano gonfiato il deficit si sono fermate a soli 3,2 miliardi accertati.

Di fronte a questo scenario, la reazione di Giorgia Meloni è stata tutt’altro che tecnica. «Abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia per colpire noi», ha detto la premier, aggiungendo che i numeri in economia sarebbero un’opinione, «se è vero che l’Istat in quattro anni ha sbagliato tutte le previsioni». È una lettura politica di un dato statistico che, per un osservatore liberale, dovrebbe destare più di una perplessità: la credibilità di un Paese sui mercati si costruisce proprio sull’indipendenza degli istituti di statistica, non sulla loro delegittimazione quando i numeri non tornano come sperato.

Il conto (ancora aperto) del Superbonus

Sul piano tecnico, la responsabilità della revisione al peggio va cercata altrove, e qui la narrazione del governo trova più fondamento. Il Superbonus 110% varato dal governo Conte II nel 2020 continua a pesare sui conti pubblici a distanza di anni: «Sono quaranta miliardi solo quest’anno, più venti per il credito d’imposta. E noi restiamo in infrazione per un decimale», si è lamentato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. È un’eredità reale, non un alibi inventato: la bolla contabile generata dai crediti trasferibili resta la spiegazione più solida per cui il deficit non scende sotto la soglia del 3% fissata dal Trattato di Maastricht.

Chelli, Giovannini e la tensione con l’Istat

Meno solido, e più rivelatore di un certo nervosismo, è il capitolo relativo ai rapporti fra Palazzo Chigi e i vertici dell’istituto di statistica. Nel governo circola una nostalgia inattesa per Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat ora ricordato come «una persona seria» che «non avrebbe fatto un simile scherzetto a un esecutivo di centrosinistra», dimenticando che fu proprio la sua gestione a sbagliare clamorosamente la stima dei costi del Superbonus, prima di trasferirsi al Fondo monetario internazionale. La scelta del successore, secondo le ricostruzioni circolate, fu tutt’altro che neutra: si racconta che Giancarlo Giorgetti abbia indicato al ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo il nome di Francesco Maria Chelli con un secco «vai avanti così, ne parlerò io a Giorgia». Da allora l’interlocuzione fra governo e Istat sarebbe rimasta complicata. Un segnale, se confermato, non proprio incoraggiante per chi crede nell’autonomia delle istituzioni statistiche. In controtendenza rispetto al coro polemico della maggioranza, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha invece definito il 3,1% «un ottimo risultato, vista la drammatica condizione dei conti pubblici che il governo aveva ereditato»: una lettura più sobria, ma pur sempre orientata a scaricare la responsabilità sul passato.

La trappola della clausola Nec

Restare formalmente nella procedura d’infrazione non comporta, in sé, obblighi automatici aggiuntivi: la riforma del Patto di Stabilità Ue, basata sul solo parametro della spesa netta, ha di fatto sospeso il vincolo di riduzione annua dello 0,5% del disavanzo strutturale, finché l’Italia resta nei limiti concordati. Il problema vero riguarda invece la clausola Nec, la clausola di salvaguardia nazionale già notificata a Bruxelles per escludere dal deficit del prossimo biennio l’1,5% del Pil – circa 36 miliardi – destinati a difesa ed energia. I fondi, però, devono essere effettivamente stanziati in bilancio, e la loro opportunità, vista la permanenza nella procedura, resta materia di discussione. Giorgetti teme che si tratti di una trappola, e l’asimmetria è reale: chi sfora il 3% per spendere in energia e difesa non entra in procedura, mentre chi come l’Italia è già sopra quella soglia rischia di restarci indefinitamente. Una apertura politica, tuttavia, potrebbe arrivare proprio da Bruxelles: la Commissione ha lasciato intendere di voler slegare l’attivazione della clausola dall’esistenza di una procedura in corso, come già avvenuto per il Belgio, anch’esso nel braccio correttivo del Patto ma già in grado di attivare le maggiori spese per sicurezza militare ed energetica.

Manovra: tra prudenza dichiarata e coperture da trovare

La mancata uscita dalla procedura non pregiudica, di per sé, la costruzione della manovra di bilancio, che Giorgetti presenterà in Parlamento tra un mese. Sarà l’ultima della legislatura e, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe restare solo moderatamente espansiva: si parla di interventi per 25-30 miliardi, ma finora l’unica misura davvero condivisa in maggioranza è la prosecuzione degli sgravi Irpef, questa volta concentrati sul ceto medio. Proprio sulla dimensione dello scostamento di bilancio si è consumato ieri l’ennesimo braccio di ferro fra Forza Italia e Lega, con il vicepremier Matteo Salvini che dal palco di Innotrans ha rilanciato: «È evidente che serve uno scostamento di bilancio da miliardi. Solo per pagare i lavori già fatti a imprese che hanno lavorato e operai che hanno lavorato, fino ad oggi, per non bloccare i cantieri, noi abbiamo bisogno di 8 miliardi cash». Da una prospettiva liberista, la domanda da porsi non è se la richiesta sia legittima, ma se la copertura indicata regga: sulla spesa netta c’è margine, sul deficit assai meno, e proprio l’attivazione delle clausole su difesa ed energia potrebbe permettere di far rientrare nei tendenziali spese già previste, liberando risorse per interventi nuovi, un’operazione di ingegneria contabile più che di reale disciplina di bilancio. A dare ossigeno ai conti resta, semmai, la revisione al rialzo del Pil, portato allo 0,6% per il 2025 e addirittura all’1,1% per il 2024, oltre a un “tesoretto nascosto” da 5-6 miliardi l’anno legato al fiscal drag, mai conteggiato nei tendenziali ufficiali.

Il nodo politico: elezioni, legge elettorale e tenuta della maggioranza

Il decimale mancato arriva anche in un momento politicamente delicato. Indossato l’elmetto da campagna elettorale, la premier sembrava intenzionata ad accelerare verso il voto in primavera, senza però sciogliere mai la riserva sulle sue reali intenzioni. Ha comunque replicato piccata a un affondo della segretaria del Pd Elly Schlein – «Ci faccia sapere quando si vota», aveva detto Schlein, dimenticando che è il capo dello Stato a indire le elezioni – accusandola di volere il voto anticipato «perché così risolverebbe il problema delle primarie», pur continuando a definirla «la mia interlocutrice naturale». Sullo sfondo resta il nodo della legge elettorale, lo Stabilicum, il cui esame la premier vuole chiuso alla Camera entro il 5 ottobre, blindato con la fiducia. Se la riforma fosse bocciata, secondo indiscrezioni Meloni sarebbe pronta a dimettersi: un’eventualità che aprirebbe una crisi di governo proprio mentre si negozia con Bruxelles l’uscita, ormai rinviata al 2027, dalla procedura d’infrazione.

Enrico Foscarini, 23 settembre 2026

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