Nel novembre del 2007, un Adriano Celentano in prima serata Rai intitolava il suo show politico-musicale con una frase rimasta nell’immaginario collettivo: «La situazione di mia sorella non è buona». Era la metafora per dire che il Paese versava in cattive acque, affidata a battute ad effetto e alla convinzione, tipicamente statalista e mai superata dal Molleggiato, che bastasse un colpo di bacchetta magica da parte del governo di turno per risolvere ogni guaio economico.
Oggi che le stime preliminari dell’Istat sull’inflazione al 4,2% registrata a settembre accendono i riflettori su quello che è «il dato più alto da tre anni» (per ritrovare un picco superiore bisogna infatti «risalire a settembre 2023, quando l’inflazione ha toccato il 5,3%»), il ritornello rischia di tornare di moda. Eppure, la realtà economica dell’Italia racconta una storia diversa. La situazione presenta criticità e tensioni indiscutibili, ma non siamo di fronte a una catastrofe strutturale del nostro sistema produttivo. Gli elementi di forza interna ci sono; a mettere a dura prova i nostri conti e le tasche dei cittadini sono soprattutto shock esterni incontrollabili e una regolazione europea che continua a mostrare tutti i suoi limiti.
Quando la spinta ai prezzi arriva dai mercati globali
Guardando nel dettaglio i numeri diffusi dall’Istituto nazionale di statistica, l’indice dei prezzi al consumo (Nic) mostra «una variazione pari a +0,7% su base mensile e a +4,2% su base annua». Ma da dove nasce questa accelerazione improvvisa? La risposta è chiarissima nelle note ufficiali: l’inflazione «resta influenzata dalla crescita dei prezzi dei Beni Energetici», passati da un aumento del +17,1% a un ben più pesante «+22,3%».
Non si tratta di una spirale interna prezzi-salari o di un cedimento del nostro tessuto industriale. «L’accelerazione su base annua dell’inflazione è dunque imputabile soprattutto all’andamento dei prezzi degli Energetici, sia regolamentati (da +18,6% a +25,9%) sia non regolamentati (da +17,0% a +22,2%), e degli Alimentari non lavorati (da +3,8% a +5,5%)». I prezzi dei beni corrono al +5,4% rispetto al +2,6% dei servizi. La prova del nove sta nella tenuta dell’inflazione di fondo: al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, l’incremento si attesta a un ben più contenuto «+1,9%» su base media annua acquisita. L’economia reale tiene, ma subisce le scosse sismiche delle materie prime mondiali.
Un Paese che non sta male
Se Adriano Celentano guardava all’Italia come a un malato cronico incapace di rialzarsi senza un intervento assistenziale dello Stato, i dati macroeconomici attuali smentiscono il pessimismo cosmico. Rispetto ai partner europei, l’Italia sta dimostrando una resilienza inaspettata.
In materia di sicurezza energetica, mentre la Germania affonda con stoccaggi di gas fermi a un preoccupante 56% della capacità e la media UE si arresta al 68,5%, l’Italia guida il Continente con gli stoccaggi di gas all’86,5%, mostrando una gestione delle scorte decisamente più solida. Sul fronte dei conti pubblici, il rapporto deficit/Pil italiano è passato da un drammatico ~8% del 2022 a una stima del 2,8-2,9% per il 2026, segnando un virtuoso ridimensionamento. Nello stesso arco temporale, la Germania ha visto il proprio deficit peggiorare fino al 4,25% e la Francia rimanere bloccata a un elevato 5,0%.
Ancora più significativo è il dato sul mercato del lavoro: la crescita degli occupati in Italia registra un incremento compreso tra +820.000 e +950.000 unità dal 2022 ad oggi, portando il tasso di occupazione ai massimi storici oltre il 63,4%. Anche sul canale estero il sistema produttivo regge la spinta: il valore dell’export italiano di beni e servizi proietta quota 670 miliardi di euro nel 2026 (rispetto ai 624,5 miliardi del 2022), laddove il colosso tedesco appare bloccato in una fase di sostanziale stagnazione esportatrice.
L’illusione di Celentano e l’Europa
L’errore culturale dell’impostazione di Celentano – condivisa da una larga parte dell’opinione pubblica poco avvezza ai meccanismi del libero mercato – risiede nell’idea che Palazzo Chigi da solo possieda le leve per azzerare l’inflazione o calmierare i prezzi con un decreto legge. Un governo nazionale non può cancellare con un tratto di penna i picchi dei mercati energetici internazionali o i costi del carburante alla pompa, che in Italia hanno toccato una media di 2,14-2,16 €/litro con un rincaro del +28,5% sul 2022, comunque in linea con i rincari registrati in Francia (+25%).
I veri nodi risiedono piuttosto nelle rigidità strutturali dell’Unione Europea. Un’architettura comunitaria che spesso risponde agli shock esterni con eccessi di regolamentazione, politiche burocratiche sulla transizione ecologica prive di gradualità e un mercato unico dell’energia ancora incompiuto e frammentato, finisce per amplificare l’impatto dei prezzi sui Paesi membri anziché ammortizzarlo. Pretendere che la risoluzione arrivi soltanto da sussidi statali locali o da scostamenti di bilancio significa ignorare la realtà: l’unica vera cura risiede nel rafforzamento del libero mercato, nella deburocratizzazione e in una strategia energetica europea finalmente pragmatica e priva di approcci ideologici.
L’inflazione al 4,2% è indubbiamente un campanello d’allarme da non sottovalutare. Ma la situazione della “sorella Italia”, a dispetto delle declamazioni catastrofiste, non è tragica: il Paese ha i muscoli economici e industriali per superare la tempesta perfetta, a patto di non cedere alle sirene dell’assistenzialismo e di richiedere all’Europa riforme di mercato vere, non vincoli soffocanti.
Enrico Foscarini, 30 settembre 2026
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