Il risparmio degli italiani non manca, ma è sempre più difficile accumularne di nuovo, soprattutto per chi ne avrebbe più bisogno. È il cuore dell’intervento del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta alla Giornata Mondiale del Risparmio organizzata dall’Acri, a Roma. Un discorso ampio, che parte dallo shock energetico e dalla politica monetaria della Bce, ma che approda a un nodo tutto italiano: redditi reali fermi dal 2000, una produttività che non cresce e una generazione di giovani che fatica a costruirsi una pensione. Il risparmio, ha esordito Panetta, «è un patto con il futuro: si consuma meno oggi per costruire il benessere di domani». Un patto che regge solo se quei soldi trovano «impieghi capaci di generare crescita» e se il loro valore viene preservato.
Il paradosso europeo: tanti soldi, poca innovazione
Prima di arrivare all’Italia, il Governatore ha messo a fuoco quello che definisce il «paradosso europeo»: «un’economia che risparmia molto, ma non riesce a indirizzare il risparmio verso l’innovazione di cui ha bisogno». Nell’area dell’euro si mette da parte ogni anno un quarto del reddito nazionale lordo, ma nell’ultimo decennio il risparmio ha superato gli investimenti interni di circa 300 miliardi l’anno, mentre nel biennio 2024-25 i flussi di capitali verso gli Stati Uniti sono stati in media 785 miliardi annui, attratti in larga parte dai colossi tecnologici. «Il problema non è dunque la scarsità di risparmio», ha osservato Panetta, «ma la difficoltà di impiegarlo in modo proficuo in Europa: mancano intermediari specializzati, mercati dei capitali sviluppati e opportunità di investimento adeguate».
Il risultato si vede nei numeri della crescita. Tra il 2019 e il 2025 il valore aggiunto americano è aumentato a un ritmo doppio di quello europeo e, a parità di ore lavorate, la differenza si spiega con la produttività. Nel software la spesa in ricerca delle imprese Usa più innovative è passata in dieci anni da 8 a 17 volte quella delle concorrenti europee. Per questo, secondo Panetta, è «ormai urgente» realizzare un mercato dei capitali realmente integrato, completare l’Unione bancaria e creare un titolo europeo sicuro, precisando però che non si tratta di un passo verso l’unione fiscale. E soprattutto, ha aggiunto, «la finanza da sola non basta»: servono un mercato unico pienamente integrato, «regole semplici e uniformi» ed «energia a costi competitivi».
Redditi fermi dal 2000, in Francia e Germania +25%
È qui che il discorso si sposta sull’Italia, dove al problema dell’impiego del risparmio se ne aggiunge un altro: «il flusso di risparmio delle famiglie si è ridotto nel tempo, e chi più avrebbe bisogno di accumulare – i giovani – ha meno possibilità di farlo». Il dato più eloquente riguarda il reddito disponibile reale pro capite, che nel periodo 2000-2025 in Italia «è lievemente sceso, mentre in Francia e in Germania è salito di oltre un quarto». Le retribuzioni orarie reali sono rimaste «pressoché ferme, riflettendo una crescita della produttività ben inferiore alla media europea».
Al ristagno dei redditi si somma una minore propensione ad accumulare, con radici finanziarie e demografiche. Il calo dei tassi reali dopo l’arrivo dell’euro ha ridotto l’incentivo a mettere soldi da parte, il credito più accessibile ha reso meno necessario risparmiare per comprare casa, mentre sono aumentate le famiglie di anziani, che tendono a consumare il patrimonio accumulato. Eppure, ha avvertito il Governatore, per chi lavora oggi la longevità «è una ragione in più per risparmiare», perché allunga il periodo da finanziare e aumenta l’esposizione a spese sanitarie e assistenziali difficili da prevedere.
Giovani e lavoro precario, il nodo della previdenza
Negli ultimi dieci anni il calo della propensione al risparmio si è arrestato, anche grazie alla previdenza complementare: gli iscritti ai fondi pensione hanno superato i 10 milioni, il 40% della forza lavoro, e le risorse accumulate valgono oltre l’11,5% del Pil. Ma i giovani restano indietro: il loro tasso di adesione è quasi 10 punti più basso di quello degli over 55, e faticano a versare con continuità. La ragione, per Panetta, sta nelle «condizioni di lavoro e di reddito». La quota di under 35 con contratti a termine involontari, part-time involontario o rapporti parasubordinati «si è fortemente ridotta negli ultimi anni, ma resta elevata», e oltre uno su dieci percepisce un reddito basso. Va peggio alle giovani donne: la loro partecipazione al mercato del lavoro è del 43%, 12 punti sotto i coetanei maschi.
La conclusione del Governatore è netta: «Per le nuove generazioni la risposta di fondo è la crescita, capace di rendere stabili i percorsi lavorativi e di accrescere i redditi: senza continuità contributiva, nessuno strumento previdenziale può essere pienamente efficace». Non c’è sussidio che tenga, insomma, se l’economia non torna a produrre di più.
Il fondo per i nuovi nati e i conti di risparmio
Panetta ha comunque indicato alcune leve per rafforzare il secondo pilastro. Anzitutto aumentare gli iscritti, con il meccanismo di adesione automatica rafforzato dall’ultima legge di bilancio. Poi favorire la partecipazione ai mercati finanziari con un’ottica di lungo periodo, a partire da strumenti di risparmio «accessibili fin dalla nascita». In questa chiave il Governatore ha giudicato «coerenti» le misure allo studio nella manovra, a cominciare dal fondo per la natalità annunciato dal Consiglio dei ministri del 28 ottobre, che assegna ai nati dal 2027 una posizione individuale alimentata da un contributo statale di 100 euro l’anno fino alla maggiore età, integrabile con versamenti delle famiglie detraibili. Perché funzionino, ha però precisato, questi strumenti «dovrebbero essere semplici e a basso costo», sul modello dei conti di risparmio e investimento (Sia) proposti dalla Commissione europea.
Un ruolo decisivo spetta all’educazione finanziaria, entrata nei programmi di educazione civica fin dalla scuola primaria: scegliere quanto versare, a quale fondo aderire e come incassare la prestazione sono decisioni che «impegnano per decenni e richiedono piena consapevolezza».
Costi alti e zero venture capital nei fondi pensione
L’ultimo capitolo riguarda i rendimenti netti, decisivi per chi comincia a lavorare. In Italia operano ancora 273 forme pensionistiche complementari, molte di piccole dimensioni, e i costi a carico degli iscritti restano elevati per alcune di esse: su 35 anni l’indicatore sintetico è dello 0,4% annuo per i fondi negoziali, ma sale all’1,2% per i fondi aperti e all’1,8% per i Pip, appesantiti dalla remunerazione delle reti di vendita. Panetta auspica quindi «un ulteriore consolidamento», perché fondi più grandi possono dotarsi delle competenze per valutare investimenti più complessi.
Il Governatore suggerisce inoltre percorsi di investimento legati all’età, con più azioni da giovani e meno vicino alla pensione, e «una quota pur limitata di attività a maggiore rischio e rendimento». Il confronto con l’America è impietoso: nei portafogli dei fondi pensione italiani la quota di venture capital è «sostanzialmente nulla», negli Stati Uniti oscilla tra l’1 e il 3%. Un cambio di passo che, secondo Panetta, aiuterebbe anche a «sciogliere il paradosso europeo», portando il risparmio verso gli investimenti produttivi, ferma restando la regola che «l’interesse degli iscritti deve in ogni caso restare il criterio guida».
Senza crescita, nessuna tutela del risparmio
Sullo sfondo resta un quadro internazionale difficile, con un’inflazione nell’area euro raddoppiata al 3,8% per effetto dell’energia e la Bce che potrebbe dover alzare ancora i tassi. Panetta ha riconosciuto all’Italia la prudenza di bilancio degli ultimi anni, con il deficit sceso dal 9% del Pil del 2020 a circa il 3%, e ha invitato a proseguire su questa strada. Ma stabilità dei prezzi e conti in ordine, ha concluso, sono forme di tutela del risparmio che «non bastano»: «La protezione del risparmio richiede un’economia capace di crescere e di generare reddito». Senza crescita, ha ammonito, diventa difficile sostenere previdenza, sanità e assistenza, e «si restringono le possibilità dei giovani di trovare un lavoro adeguato, rendersi autonomi, formare una famiglia».
Enrico Foscarini, 30 ottobre 2026
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