Economia
L'ANALISI

Pensioni e occupati quasi alla pari. Ecco la sfida della manovra

Entro il 2029 usciranno dal lavoro 3 milioni di italiani. La legge di Bilancio punta su giovani e madri

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In Italia c’è ormai quasi una pensione per ogni occupato. Nel 2025 il Paese contava 24,1 milioni di lavoratori e ha pagato quasi 23,2 milioni di assegni pensionistici. Un rapporto, osserva l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, «ormai di 1 a 1», mentre «negli anni ’80 del secolo scorso, invece, era di 3 a 1». Il saldo nazionale è positivo per appena 935mila unità e rischia di assottigliarsi ulteriormente. Un campanello d’allarme per la manovra 2027, nella quale il governo valuta nuovi incentivi fiscali per favorire le assunzioni di giovani e madri.

Tre milioni di lavoratori in uscita entro il 2029

Secondo le elaborazioni della Cgia sui dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere, tra il 2025 e il 2029 lasceranno il mercato del lavoro 3 milioni di italiani. Circa il 74% della domanda di sostituzione, pari a 2,24 milioni di persone, riguarderà il Centro-Nord. La Lombardia sarà la regione più coinvolta, con 567.700 uscite, davanti al Lazio (305mila) e al Veneto (291.200). Oltre 1,6 milioni saranno dipendenti privati.

L’associazione parla di un vero e proprio «“esodo” dagli uffici e dagli stabilimenti produttivi», destinato a provocare «ripercussioni sociali, economiche e occupazionali di portata storica per il Paese». Le imprese, già alle prese con la difficoltà di reperire manodopera, rischiano di subire ulteriori contraccolpi. Il problema non riguarda soltanto il numero di lavoratori disponibili, ma anche la possibilità di trovare competenze adeguate alle esigenze produttive.

La spesa previdenziale sale a 388,6 miliardi

La pressione si riflette anche sui conti pubblici. Nel 2026 la spesa pensionistica è attesa a 351,8 miliardi di euro, in aumento del 2,7% rispetto al 2025. Ma il dato più significativo riguarda il medio periodo: secondo il Documento programmatico di finanza pubblica del Mef, a legislazione vigente le uscite raggiungeranno 388,6 miliardi nel 2029, con un incremento di 36,8 miliardi, pari al 10,5%. L’inflazione cumulata prevista nello stesso periodo è invece del 5,8%.

Per la Cgia, «evidentemente, l’effetto “esodo” comincerà a farsi sentire anche sui conti del nostro sistema previdenziale». Con una platea di occupati che fatica a crescere, diventa quindi più difficile finanziare un numero sempre maggiore di prestazioni senza gravare ulteriormente su lavoratori e imprese.

Il Mezzogiorno resta l’area più in difficoltà

Gli squilibri territoriali sono particolarmente evidenti al Sud. La Città metropolitana di Reggio Calabria registra 90.368 pensioni in più rispetto agli occupati, seguita da Taranto (-87.189), Lecce (-85.508) e Messina (-76.936). Tutte le regioni meridionali presentano un saldo negativo: la Puglia è a -263.020, la Calabria a -220.349 e la Sicilia a -186.462.

L’Ufficio studi precisa che l’elevato numero di assegni non dipende soltanto dalle pensioni di vecchiaia o anticipate, ma anche dalla diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità. Tra le cause figurano denatalità, invecchiamento, bassi tassi di occupazione e lavoro irregolare. La combinazione di questi fattori, sottolinea la Cgia, «ha ridotto progressivamente il numero degli occupati regolari e, conseguentemente, è aumentata la platea dei percettori di welfare».

Il problema non risparmia neppure il Nord: 11 province settentrionali hanno già più pensioni che lavoratori attivi. La situazione più critica è quella di Savona, con un saldo negativo di 9.326 unità. Su 102 province considerate dall’analisi, soltanto 54 presentano un saldo positivo. Milano (+420.696) e Roma (+361.548) guidano la classifica.

Piccole imprese senza ricambio generazionale

A rischiare maggiormente sono le piccole e micro imprese, per le quali la carenza di personale può tradursi direttamente in una riduzione della capacità produttiva. «Il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è bloccato. O quasi», osserva la Cgia, che considera lo squilibrio «un vincolo strutturale alla crescita».

La difficoltà non consiste soltanto nel trovare candidati, ma nel reperire professionalità adeguate in tempi compatibili con le necessità aziendali, soprattutto nei comparti tecnici e manifatturieri. Nel 2024, in Friuli Venezia Giulia, il 35,7% dei dipendenti privati aveva più di 50 anni; seguivano Liguria (35,6%) e Basilicata (35,1%), contro una media nazionale del 32,7%.

La ricetta indicata dagli artigiani è ampliare la platea di chi lavora. Nonostante negli ultimi quattro anni l’occupazione sia cresciuta di 1,2 milioni di unità, l’Italia resta «fanalino di coda in UE per il tasso di occupazione femminile e nelle ultimissime posizioni per quello giovanile». Per la Cgia, «se vogliamo mitigare almeno in parte l’uscita dei 3 milioni di lavoratori che entro il 2029 andranno in pensione, dobbiamo allargare la platea occupazionale reperendo forza lavoro tra donne e giovani».

Manovra 2027, superdeduzione fino al 180% per le madri

È su questo fronte che si concentrano alcune delle ipotesi allo studio per la legge di Bilancio 2027. Come ricostruito da Il Sole 24 Ore, il primo intervento riguarda le imprese e il potenziamento della maxideduzione sul costo del lavoro, introdotta nel 2024 con lo slogan «Più assumi e meno paghi». La misura permette attualmente di dedurre il 120% del costo dei nuovi assunti, percentuale che sale al 130% per alcune categorie protette.

L’ipotesi è aumentare la superdeduzione al 140-150% per gli under 35 e fino al 180% per le giovani madri. Il rafforzamento di uno strumento già operativo consentirebbe, in linea di principio, di attivare gli incentivi dall’inizio del 2027. Resta però un limite: trattandosi di una deduzione fiscale, il vantaggio è legato alla presenza di redditi imponibili. Non si riduce automaticamente il cuneo fiscale e contributivo che grava sulle buste paga.

Flat tax al 5% o detassazione del reddito

Il secondo filone punta direttamente sui lavoratori. Tra le alternative figura una flat tax del 5% in sostituzione della prima aliquota Irpef del 23%, applicata fino a 28mila euro di imponibile, oppure una detassazione fino al 50% del reddito, mantenendo inalterata la struttura delle aliquote. Quest’ultima ipotesi richiamerebbe il modello degli incentivi per il rientro dei cervelli.

L’obiettivo è aumentare il netto in busta paga e rendere più conveniente l’ingresso nel lavoro regolare. La platea è ancora da definire: per contenere la spesa, il limite anagrafico potrebbe scendere da 35 a 30 anni. Restano da quantificare beneficiari e coperture, in un quadro condizionato anche dai margini di flessibilità dei conti pubblici.

Bonus mamme e congedo di paternità

Tra le misure per conciliare famiglia e lavoro rientra anche la possibile proroga al 2027 del bonus mamme, pari a 60 euro mensili, fino a 720 euro annui, per le lavoratrici con almeno due figli e reddito da lavoro non superiore a 40mila euro. Si valuta inoltre di estendere alle madri di due figli alcune regole oggi previste per quelle con tre figli. Sul tavolo c’è anche un congedo di paternità di un mese, sostenuto da Noi Moderati.

Serve una strategia strutturale

Gli interventi allo studio vanno nella direzione indicata dalla Cgia, ma la dimensione del problema richiede misure capaci di incidere in modo duraturo. Da una parte ci sono 3 milioni di lavoratori in uscita entro il 2029 e una spesa previdenziale destinata a crescere; dall’altra, incentivi selettivi che dovranno fare i conti con le risorse disponibili.

Per riequilibrare il rapporto tra pensioni e occupati non basterà aumentare le deduzioni fiscali. Serviranno un costo del lavoro più competitivo, una maggiore partecipazione di giovani e donne e il contrasto al lavoro irregolare, soprattutto nelle aree dove l’occupazione regolare rimane debole. La sfida è trasformare la manodopera potenziale in occupazione effettiva, sostenendo al tempo stesso la produttività delle imprese e la tenuta del sistema previdenziale.

Enrico Foscarini, 24 ottobre 2026

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