Economia

L'ANALISI

Europa al cambio di passo, ma forse è tardi

Dal pre-Consiglio Ue segnali su mercato unico, energia ed eurobond. Ora servono scelte concrete, non nuovi rinvii

leader europei Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Dal castello di Alden Biesen, in Belgio, il pre-Consiglio Ue sulla competitività consegna un dato politico che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato improbabile: sugli eurobond e sulla cooperazione rafforzata “non ci sono più tabù” in Europa. A dirlo è stato Emmanuel Macron, consapevole che il muro contro muro tra “falchi” e “colombe” non regge più di fronte a una competizione globale che non aspetta.

Non è una rivoluzione, e non va raccontata come tale. Nessuna decisione è stata presa, come impone il rito dei vertici informali. Ma qualche spiraglio si è aperto. A partire dalla roadmap sul mercato unico europeo, ribattezzata “One Europe, One Market” da Ursula von der Leyen, che dovrebbe essere approvata a marzo. E dalla disponibilità, sempre meno teorica, a utilizzare lo strumento della cooperazione rafforzata per superare l’unanimità.

È un cambio di tono, prima ancora che di sostanza. E arriva, però, in limine mortis.

Crescita debole, energia cara, capitali in fuga

I numeri spiegano perché l’urgenza sia diventata improvvisamente condivisa. L’Eurozona cresce poco più dell’1%, mentre gli Stati Uniti viaggiano a ritmi ben superiori e la Cina mantiene una dinamica che, pur rallentata, resta competitiva. L’Europa perde peso sul Pil mondiale, perde produttività, perde startup ad alta crescita, perde capitali: centinaia di miliardi di risparmi europei prendono ogni anno la via di Wall Street.

Il costo dell’energia in Europa resta il grande differenziale competitivo. Per molte imprese europee l’elettricità costa il doppio rispetto agli Stati Uniti. In queste condizioni, parlare di autonomia strategica europea senza intervenire su prezzi e regole è poco più che retorica.

Non è un caso che anche il report di Mario Draghi abbia stimato un fabbisogno di circa 800 miliardi l’anno tra fondi pubblici e privati per colmare il divario. Una cifra che suona come una sveglia. Il problema è che la sveglia suona tardi.

Eurobond e debito comune

Il dossier più divisivo resta quello del debito comune europeo. Giorgia Meloni ha dichiarato di essere “personalmente favorevole”, pur riconoscendo che si tratta di “uno dei dibattiti più divisivi in Europa”. Sul fronte opposto, Friedrich Merz ha ribadito che “non posso acconsentire a un finanziamento dei progetti dell’Unione europea tramite eurobond”, relegando l’emissione comune all’eccezione e indicando nel bilancio 2028-2034 la sede per trovare risorse.

La novità non è l’accordo, che non c’è. È il fatto che la discussione sugli eurobond non sia più un tabù nemmeno per Berlino. Negli ultimi mesi l’Unione ha già fatto ricorso a forme di debito comune mirate, come nel caso del sostegno a Kiev o degli strumenti per gli appalti congiunti nella difesa.

L’ipotesi che entro giugno possano nascere emissioni “chirurgiche”, limitate a settori strategici, non è più fantapolitica. Resta però la domanda di fondo: si tratta di una scelta strutturale o di una deroga temporanea dettata dall’emergenza?

Per un’Europa che ha bisogno di rimettere al centro industria, innovazione e produzione, il punto non è tanto “più debito” o “meno debito”, ma come rendere produttivo ogni euro mobilitato. Senza una drastica semplificazione normativa europea e una reale integrazione dei mercati dei capitali, il rischio è moltiplicare gli strumenti senza sciogliere i nodi.

Buy European e mercato unico

Altro capitolo sensibile è il Buy European sostenuto da Macron. La preferenza europea, che sarà oggetto di negoziato nei prossimi mesi, dovrebbe concentrarsi su batterie, rinnovabili e nucleare, lasciando aperti canali con partner considerati affidabili.

La tentazione protezionista esiste, ed è alimentata dalla competizione con Washington e Pechino. Ma se l’obiettivo è rafforzare l’industria europea, la priorità resta completare davvero il mercato unico europeo, eliminare barriere interne, integrare la supervisione finanziaria, favorire le cartolarizzazioni e trattenere i capitali che oggi finanziano la crescita americana.

“Se non ci saranno progressi sufficienti entro giugno, prenderemo in considerazione l’introduzione di una cooperazione rafforzata”, ha avvertito von der Leyen. È un segnale politico chiaro: chi vuole correre, potrà farlo. Anche a costo di un’Europa a più velocità.

Alleanze variabili

Il pre-vertice promosso da Meloni insieme a Merz e al premier belga ha coinvolto 19 Paesi. L’obiettivo dichiarato è stato quello di fornire al Consiglio “elementi più precisi e una convergenza già definita”, per facilitare le decisioni.

La reazione di Pedro Sánchez è stata dura: secondo fonti spagnole, iniziative di questo tipo rischiano di essere “divisive” e di “minare i principi fondamentali dell’Ue”. Da Palazzo Chigi si respinge la lettura polemica e si insiste sulla volontà di strutturare il formato.

Al di là delle schermaglie, un dato emerge: le alleanze variabili nell’Unione europea sono ormai la regola. È un bene se serve ad accelerare la competitività europea. Diventa un problema se alimenta nuove linee di frattura permanenti.

Servono risultati concreti

Dal pre-Consiglio Ue sulla competitività esce un’Europa meno ideologica e più consapevole dei propri limiti. Si parla di semplificazione per le imprese, di taglio dei costi dell’energia, di integrazione dei mercati, di strumenti finanziari innovativi. Temi che fino a poco tempo fa restavano subordinati ad altre priorità.

L’iniziativa è stata utile. Ha aperto uno spazio politico nuovo. Ma arriva quando la forbice con Stati Uniti e Cina si è già allargata, quando la produttività ristagna e la demografia gioca contro.

La domanda non è se l’Europa abbia capito il problema. Sembra averlo capito. La domanda è se saprà agire con la stessa rapidità con cui annuncia le proprie ambizioni. Perché questa volta non si tratta di aggiungere un capitolo ai comunicati finali, ma di decidere se il mercato unico europeo diventerà davvero un mercato unico, se la burocrazia europea tornerà a essere proporzionata e se la politica industriale europea sarà uno strumento di competitività e non di redistribuzione mascherata.

Il cantiere è aperto. La fiducia, però, non si decreta: si conquista con risultati misurabili. E il tempo, in questa partita, non è più una variabile neutra.

Enrico Foscarini, 13 febbraio 2026

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