I dati emersi dal recente seminario sul secondo ciclo del programma Piaac dell’Ocse, svoltosi presso l’Auditorium Inapp, scattano un’istantanea impietosa sulla reale consistenza del nostro capitale umano. L’analisi internazionale, che ha passato al setaccio l’uso e il sottoutilizzo delle competenze nei contesti produttivi, mette a nudo la profonda asimmetria tra la domanda del sistema economico e le reali capacità dei lavoratori italiani. Il quadro della popolazione giovanile tra i 25 e i 34 anni fotografa un Paese drammaticamente sbilanciato verso il basso, dove la carenza di titoli di studio solidi e di competenze cognitive adeguate non rappresenta più un’eccezione, bensì una preoccupante tendenza strutturale che tarpa le ali alla crescita produttiva e alla qualità del lavoro.
La categorizzazione utilizzata dai ricercatori non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. I giovani cosiddetti “fragili” costituiscono in Italia ben il 27% del totale nella fascia d’età considerata, la quota più alta tra tutte le principali economie occidentali prese in esame. Per fare un paragone diretto, la Finlandia si attesta ad appena l’8%, il Canada al 9%, la Francia e l’Inghilterra al 13%, mentre la Germania si ferma al 18%. Questo vastissimo bacino di ragazzi con ridotte competenze cognitive e nessuna partecipazione ad attività di apprendimento recente si scontra con una quota di “eccellenti” che in Italia non supera il 10%, contro una media degli altri partner che sfiora il 18%.
Il cappio fiscale su upskilling e reskilling
Il vero nodo della questione risiede nei meccanismi perversi che generano e alimentano questo colossale skill mismatch. Se da un lato il sistema formativo arranca, dall’altro l’asfissiante pressione fiscale italiana agisce come un formidabile disincentivo agli investimenti privati in upskilling e reskilling. Le imprese, schiacciate da una gragnuola di imposte che colpisce indiscriminatamente il lavoro, i profitti e le attività finanziarie, non dispongono dei margini necessari per finanziare una seria formazione interna. Quando la tassazione sui fattori produttivi drena liquidità vitale, i primi capitoli di spesa a essere sacrificati dai bilanci aziendali sono proprio quelli legati allo sviluppo del capitale umano e all’aggiornamento tecnologico delle competenze.
La correlazione tra il deficit cognitivo e l’esclusione dal circuito produttivo diventa ancora più evidente se si analizza la popolazione adulta complessiva, compresa tra i 25 e i 65 anni. In Italia il 28% degli adulti presenta ridotte capacità multidimensionali nei domini della lettura, della matematica e del problem solving adattivo, a fronte di una media Ocse del 20,5%. Questo svantaggio si traduce in un tasso di occupazione che crolla al 49,6% per i profili meno scolarizzati, mentre sale al 72,5% per la restante parte della popolazione. Parallelamente, il tasso di inattività per chi possiede basse competenze schizza al 43,4%, rispetto al 23,3% registrato tra i lavoratori più qualificati.
Il circolo vizioso della dequalificazione
Il paradosso italiano è che i bassi livelli di competenze tendono ad associare i lavoratori a mansioni prettamente manuali e fisiche, le quali offrono scarse opportunità di esercitare o rafforzare le abilità logiche ed elaborative. Questo circolo vizioso determina un progressivo impoverimento delle competenze nel corso del tempo, cristallizzando le condizioni di marginalità iniziale e rendendo lo svantaggio competitivo del lavoratore del tutto permanente. Senza uno shock fiscale che restituisca ossigeno alle aziende e aumenti il salario netto in busta paga, nessun programma pubblico di ricollocamento potrà mai invertire questa tendenza alla dequalificazione di massa.
Le istituzioni tentano di cogliere i segnali di reattività espressi da una parte del mercato, notando come esista comunque una forte domanda latente di formazione. Il presidente dell’Inapp, Natale Forlani, ha infatti sottolineato che l’indagine conferma i ritardi storici dei percorsi formativi degli adulti in Italia e lo stretto legame tra le competenze e l’opportunità di accedere a una buona occupazione. Nonostante queste criticità, secondo Forlani la ricerca “evidenzia anche che una quota rilevante di queste persone manifesta un esplicito interesse verso le offerte formative che consentono di migliorare la propria condizione”. Il presidente ha poi aggiunto che “gli investimenti nelle infrastrutture digitali con l’accesso facilitato ai servizi on line della pubblica amministrazione, la crescita del numero degli occupati che partecipano ai programmi attivati dalle imprese, dai fondi interprofessionali promossi dalle parti sociali, e dai servizi per l’impiego pubblici e privati, offrono l’opportunità di recuperare, anche in tempi rapidi, alcuni dei ritardi emersi nell’indagine”.
Il disincentivo al merito e all’auto-miglioramento
Tuttavia, l’illusione che le infrastrutture digitali pubbliche o i fondi interprofessionali possano da soli colmare il divario ignora la realtà economica profonda. Finché lo Stato continuerà a tassare pesantemente il rendimento del capitale umano, l’incentivo a investire in istruzione e alta formazione rimarrà compresso. Un giovane italiano sa che i frutti del proprio impegno formativo saranno in gran parte decurtati da un’aliquota marginale Irpef punitiva, mentre l’imprenditore sa che l’aumento di produttività derivante da un dipendente più qualificato verrà assorbito dalla fiscalità generale.
Il drammatico disallineamento delle competenze non è una fatalità meteorologica, ma il risultato logico di un ecosistema normativo e fiscale che penalizza il merito, scoraggia l’auto-miglioramento e premia l’immobilismo economico. Se non si smantella il mastodontico apparato burocratico e tributario che soffoca il libero mercato, le imprese continueranno a non trovare personale qualificato e i lavoratori rimarranno intrappolati in un circolo di bassa produttività e bassi salari.
Enrico Foscarini. 7 luglio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


