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Governo Draghi: Lega promossa, Pd retrocesso

mario draghi ministri

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Oggi alle 12 avrà ufficialmente inizio l’era Draghi con il giuramento del Consiglio dei Ministri davanti al Presidente della Repubblica. Dalla lettura della lista dei ministri emerge la preponderanza della componente politica, che incassa 15 dicasteri rispetto a quella tecnica che ne annovera 8. Lo squilibrio numerico imporrà al premier Draghi un surplus di abilità nel mediare tra le posizioni eterogenee connaturate alla variopinta formazione di governo. L’autorevolezza che promana dall’ex capo dell’istituto di Francoforte è plausibile che prevalga sulle contraddizioni insite all’esecutivo, favorendo il raggiungimento di una sintesi e uniformando l’azione del governo ad obiettivi superiore rispetto alla contingenza politica.

Tuttavia, dalla composizione del governo, tra le conferme e le novità, è possibile ricavare una valutazione politica che sancisce il ritorno del centrodestra in posizioni chiave e la marginalità del Partito democratico. I retroscenisti riferiscono che Zingaretti nutrisse forte imbarazzo a condividere la responsabilità di governo con la Lega, tanto che avrebbe tentato di sfilarsi ma la pressione del Quirinale lo ha fatto cedere con “fermezza”. Zingaretti nei giorni scorsi aveva auspicato un governo che rispettasse il pluralismo e premiasse la rappresentanza di genere. Due condizioni che la delegazione del suo partito nell’esecutivo non onora, perché fra i tre ministri del Pd nessuno è donna e l’unico pluralismo concepito è quello delle correnti con l’ex Ds Orlando, l’ex Margherita Franceschini e l’ex renziano Guerini. Il segretario del Pd che teorizza la promozione della presenza di genere e contestualmente pratica una vocazione maschilista, indicando tre uomini come ministri, è il sintomo di uno stato di confusione che da tempo sta pregiudicando la gestione politica dei dem.

La Lega ottiene lo Sviluppo economico con Giorgetti, il Turismo con Garavaglia e la Disabilità con la Stefani, confermando la validità dell’intuizione di Matteo Salvini nel sostegno al tentativo di Draghi che ha prodotto l’effetto di aver scompaginato i piani dei 5 Stelle e del Pd, che volevano egemonizzare il quadro politico del nuovo governo, e di aver riportato il Carroccio a gestire le leve di comando con cui verranno progettate e implementate le misure per il rilancio del Paese.

Di Maio agli Esteri sarà un ministro junior totalmente ridimensionato dalla proiezione internazionale del premier Draghi con cui le cancellerie europee si interfacceranno direttamente. La conferma di Speranza alla Sanità è un neo essendo stato l’epicentro di tante disfunzioni, mentre un segnale di discontinuità sarebbe stato accolto positivamente dalla collettività. Tanto è vero che gli equivalenti di Speranza, in termini di figure che evocano una gestione disastrosa, come l’Azzolina all’Istruzione e Bonafede alla Giustizia sono stati sacrificati per emancipare l’azione del nuovo governo da un’eredità fallimentare nei rispettivi ministeri. Forza Italia torna in Consiglio dei ministri con Brunetta alla Funzione pubblica, la Gelmini alle Autonomie e la Carfagna al Mezzogiorno – già ministri nell’ultimo governo Berlusconi (2008-2011).