Tutto il mondo è paese. Soprattutto quando si parla di elezioni. In America la senatrice democratica Elissa Slotkin dichiara di non avere fiducia nel presidente Trump perché non crede sia in grado di garantire elezioni Midterm democratiche e legittime. Il motivo? La possibile presenza dell’ICE, l’agenzia federale che si occupa di controllo dell’immigrazione, nei luoghi dove si voterà. Secondo Slotkin, sarebbe una minaccia. Ma una minaccia per chi?
Per rispondere, facciamo un passo indietro. Chiunque abbia visitato l’America sa che lì il documento di identità , l’ID, non è esattamente un optional. Senza documento non compri sigarette. Non compri birra. Non entri in un bar o in un ristorante che serve alcolici. Non accedi alla scuola dei tuoi figli, nemmeno se in portineria ormai conoscono pure il nome del tuo cane. E, ovviamente, non puoi essere uno dei centinaia di milioni di Americani che si mettono alla guida ogni giorno! Parafrasando la celebre pubblicità di George Clooney: No ID, no party.
Eppure, quando si tratta di votare, la questione cambia. Da anni i Repubblicani cercano di introdurre l’obbligo di esibire un documento d’identità alle urne. E da anni i Democratici si oppongono, sostenendo che una simile misura sarebbe discriminatoria nei confronti di chi potrebbe avere difficoltà a procurarsi un documento. Sì, sembra una barzelletta. Ma non lo è. Se non ci credete non vi biasimo, googlatelo. In pratica, se “tizio” si presenta al seggio, dichiara un nome presente nei registri elettorali e risulta eleggibile, vota.
Ed eccoci al secondo problema: i registri. Nel 2024 il governatore del Texas, il Repubblicano Greg Abbott, ha annunciato la rimozione di oltre 1,1 milioni di nominativi considerati non eleggibili dai registri elettorali. A Roma diremmo: “E sti cavoli!”. Ovviamente i Democratici si sono opposti alla revisione, parlando di limitazione della libertà di voto, oppressione e tentativi di manipolare il risultato elettorale. Il tutto, naturalmente, condito con un po’ di “No Kings”, un fascista qua, un fascista là… Haaa, l’originalità!
D’altronde ormai la questione elettorale è diventata una specie di guerra religiosa. Ogni modifica alle regole viene raccontata come una battaglia per la democrazia quando la propone la sinistra e come un attentato alla democrazia quando la propone la destra. Ed è qui che, secondo me, il problema diventa molto più interessante. Perché quando una classe politica comincia ad accorgersi che con le proprie idee fa sempre più fatica a convincere gli elettori, può succedere una cosa curiosa. Invece di chiedersi: “Perché non riusciamo più a convincerli?” comincia a chiedersi: “Come possiamo cambiare il regolamento?”. E allora la tentazione diventa irresistibile. Non riesci a convincere John? Cambia le regole. Non riesci a convincere Hanna? Allarga il bacino elettorale. Non riesci a conquistare chi già vota? Importa chi dovrà essere conquistato! Il reclutamento di nuovi votanti che, per svariate ragioni, potrebbero essere più vicini alla sinistra non è del resto una novità nel dibattito americano.
Nel 2021 Biden firmò l’Executive Order 14012, che chiedeva alle agenzie federali di elaborare un piano per ridurre sostanzialmente i tempi di processamento delle domande di naturalizzazione. Non si può stabilire una correlazione diretta. Ma, guarda un po’ che sorpresa, dopo quell’ordine esecutivo ci fu un incremento delle naturalizzazioni, arrivato a circa 3,5 milioni di nuovi cittadini nel periodo considerato. Persone che prima erano straniere e che ora, diventate cittadini americani, possono naturalmente usufruire dei servizi pubblici, del welfare e, soprattutto, votare.
Nel frattempo l’amministrazione Biden implementò il cosiddetto “catch and release”, una politica che prevedeva, in pratica, il rilascio di immigrati irregolari arrestati, con obbligo di firma e successivo iter giudiziario. Con buona pace di chi avrebbe dovuto controllare che tornassero davvero a firmare. Ed è qui che il filo, decisamente rosso, che unisce America e Italia diventa sempre più visibile. Perché anche da noi capita spesso di assistere a una curiosa trasformazione. L’immigrato passa dall’essere un essere umano, con una storia, un lavoro, una famiglia e problemi reali, a diventare un potenziale elettore.
Una trasformazione politicamente molto conveniente. Prima gli spieghi che il tuo partito rappresenta i suoi interessi. Poi gli spieghi che l’altro partito rappresenta una minaccia. Infine gli instilli il terrore che, se non vince il partito giusto, verrà deportato, perderà i suoi diritti e l’onda nera toglierà il sorriso ai bambini e il lattuccio ai gattini. Ah, già. E niente Babbo Natale. È la democrazia in versione programma fedeltà, con tanto di bollini e raccolta punti.
E quindi torniamo alla domanda iniziale. Le forze dell’ordine ai seggi elettorali sono una minaccia per chi? Per i cittadini onesti che vanno a esercitare il proprio diritto costituzionale? Per chi ha il dovere di contribuire alla formazione del futuro della propria nazione? Lo so. È crudele rispondere a una domanda con altre domande. Ma credo di aver fornito abbastanza elementi perché chi ha avuto il coraggio di arrivare fin qui possa trarre le proprie conclusioni.
Ma forse la constatazione più crudele è proprio questa: Dopo aver passato anni a sentirci dire che dobbiamo “salvare la democrazia”, qualcuno dovrebbe ricordare ai suoi sacerdoti una verità piuttosto elementare: La democrazia non consiste nel trovare il modo di vincere sempre. Consiste anche nel perdere. E possibilmente senza dare la colpa all’elettore. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.
Cesare Rascel, 6 ottobre 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


