C’è un dato incontrovertibile: la sconfitta dei repubblicani nel voto di metà mandato è enorme. Lo è per le proporzioni, per il significato e per altri mille motivi sui quali ovviamente si stanno rincorrendo analisi d’ogni tipo, anche appartenenti all’alveo della fantapolitica fenomenica, come l’eclatante “Voto che cambia il mondo” con cui Repubblica titola all’indomani dello spoglio. In realtà, a parte l’anatra zoppa per Mr. veto, a Washington DC cambia veramente poco, a partire dall’immutata Presidenza degli Stati Uniti. Ma vabbè, in certi ambienti vale tutto, è nelle cose.
Di certo quel che invece vale nello sport non vale in politica: un risultato non può essere allo stesso tempo la vittoria di uno e la sconfitta dell’altro. Per dirla meglio, non bisogna giocare a far passare la sconfitta repubblicana, il messaggio di rifiuto e il voto di protesta contro Trump, come una grande vittoria dei democratici. La verità è che gli attori principali del plebiscito Trumpiano del 2024, gli americani (soprattutto repubblicani) oggi delusi, nel voto di metà mandato hanno fatto pesare al tycoon tutte le colpe di due anni schizofrenici rispetto alle promesse di sicurezza e garanzia “protezionista” in cui confidavano e di cui non hanno goduto.
Funziona così nella più pura democrazia del mondo, lì dove il voto dei cittadini è molto meno ideologizzato che altrove: a poco serve vantare gli ottimi risultati macroeconomici e di politica interna del primo biennio; tutto sfuma, davanti alle evidenze delle Household economics costrette a rimodulare l’impiego delle risorse familiari perché, per esempio, la benzina è schizzata ad oltre 4 dollari al gallone, facendo registrare un aumento del 40%.
L’aver disatteso il “Money in the pocket”, tutti i messaggi economici legati all’esperienza quotidiana delle famiglie e – in politica estera – al disimpegno internazionale strategico dalle endless wars, l’America Great Again, il bene dello Stato prima dell’impero è ciò che la base repubblicana contesta a Donald Trump. Piaccia o non piaccia ai filosofi di sinistra, questa è l’esemplificazione contenutistica più autentica dell’interesse immediato che l’americano vuole tutelare nelle urne.
E l’enorme risultato delle elezioni di Midterm non può passare di certo come la vittoria dem anche perché il Partito Democratico rimane un partito diviso, divorato dalle lotte interne, senza leader e senza una strategia chiara per le prossime presidenziali. E’ il partito di alcuni personaggi equivoci, impresentabili o divisivi per le loro posizioni estreme che vanno oltre Sanders, abbracciano il woke per nulla sopito di Ocasio Cortez e si prendono le coccole di legittimazione da Barack Obama. Alcuni di questi, addirittura, sono i volti delle grandi vittorie di metà mandato.
Uno su tutti è divenuto all’improvviso il nuovo idolo dei salotti dell’integrazione prostrata: si chiama Abdul El-Sayed, è un medico figlio di immigrati egiziani e da ieri anche il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti. Verrebbe da pensare immediatamente ad una bella storia di un ascensore sociale sbocciato sotto Trump a certificazione delle enormi balle di quanti urlavano al regime con l’avvento del secondo mandato MAGA (e lo fanno sempre, quando perdono).
E invece c’è di più: El-Sayed è cresciuto in un humus di islamismo militante; per intenderci, è uno che nel 2012 sosteneva il presidente islamista destituito in Egitto e che ancora oggi cova rancore per il governo che l’ha estromesso. E’ l’integrazione che piace alla sinistra e di cui in Italia ci hanno resi esperti: riguarda sempre quelli che in realtà non vogliono integrarsi; quelli che ci odiano da vicino, che abitano quartieri tutti loro, che pensano delle donne cose che non si vergognano di giustificare dietro la maschera della religione, quelli che si scoprono tolleranti solo quando devono cercare voti. E’ una storia identica a quella dei falsi profeti delle primavere arabe: arrivano come pecorelle, poi nella quasi totalità dei casi si scoprono lupi.
Passando in rassegna i social e i profili ufficiali dei benpensanti italiani di sempre, gli esseri eticamente perfetti di casa nostra, si scopre che la notizia meglio accolta è quella della sua vittoria. E lo è per partito preso: è musulmano come piace a loro, di sinistra come lo vogliono loro, irriverente come li cercano loro per infiammare il web edulcorando la retorica “identitaria”.
Si riferisce alla Costituzione USA come “la vostra”, fosse mai che quella Bibbia di libertà possa sottomettere le sue liberalissime verità coraniche. In pochi secondi, le prime urla di trionfo ad esito acquisito sono una rivendicazione religiosa: “Oggi possiamo trasformare il Inshallah (se Dio vuole) in “Alhamdulillah” (grazie a Dio).
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Sono le parole simbolo della retorica radicale di un fedele che arriva al potere in nome di quella fede; i canti “Abdul, Abdul” suonano come qualcosa di estraneo, come fossimo in un altro Paese. Moderazione in campagna, rivelazione subito dopo. E questo, ai globalisti, piace da impazzire; per il resto, delle sue dichiarazioni e visioni politiche non gliene importa niente. Dopo aver visto finanche gli apprezzamenti delle mitologiche femministe nostrane, mi sono chiesto: quanto vi piace il patriarcato se ha la bandiera rossa (nel caso statunitense, blu democrat)? Il neo-senatore del Michigan – propal e recentemente accusato di antisemitismo direttamente dai suoi colleghi di partito – durante il comizio di festeggiamento a Detroit per l’elezione ci ha tenuto a far capire a tutti di che pasta è fatto: dopo un bel ringraziamento a Dio per la vittoria, “Alhamdulillah”, ce ne regala un altro garbatissimo, occidentalissimo e femministissimo rivolto alla “bella moglie” per “stare a casa a prendersi cura delle figlie”.
Immaginate se lo avesse detto Tajani – giusto perché è l’ultimo finito sul patibolo del gonna-gate; immaginate il ringraziamento a Dio per la vittoria alle elezioni fatto dal Ministro Salvini, linciato e schernito dai campioni di laicità relativa perché porta con sé un crocifisso. Immaginate se a ringraziare la moglie per stare a casa ad allevare i figli mentre lui è impegnato a coltivare la sua carriera politica, fosse stato il Presidente del Senato Ignazio La Russa.
E per rimanere in Michigan, immaginate se fosse stato un candidato di Trump (l’esempio con lui sarebbe troppo facile) a vincere il seggio e a ringraziare la moglie per aver badato ai figli e averli cresciuti tra precetti cristiani e arrosti di selvaggina, magari procurata dal padre durante una battuta di caccia fucile in spalla. Avrebbero chiesto l’esorcista nell’ultimo caso e urlato al maschilismo tossico e straparlato di radici culturali barbare e malate, in tutti gli altri. Che schifo il patriarcato…se non è islamico e dem.
Francesco Catera, 5 novembre 2026
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