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L’Ue non prenda il posto di Dio

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Io ho una concezione laica del Natale. Me l’ha insegnata sant’Alfonso con Quanno nascette Ninno da cui deriva Tu scendi dalle stelle. Perché, cos’è il Natale se non la “buona novella” che Hannah Arendt amava ripetere con le parole del Vangelo? “Un bambino è nato fra noi”.

L’importanza del Natale

Il Natale è la nascita, la natalità, la vita che si rinnova con un bambino – Gesù Bambino – che è, come tutti i bambini, indifeso, abbandonato a noi e, per vivere, ha bisogno di essere accolto e amato. “Amatevi e moltiplicatevi”: non è forse questo il senso della nostra vita? Perché il Natale fa così paura ai governi – all’Europa che senza il cristianesimo non sarebbe al mondo – a tal punto da vietare la messa? Perché la natalità è imprevedibile: è sempre l’inizio di qualcosa di nuovo che niente e nessuno può impedire. È la Vita che rinasce.

Io ho una concezione laica anche della Pasqua. Me l’ha insegnata René Girard, quello Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo in cui si rivela che Gesù muore in croce per farla finita una volta per tutte con la logica sacrificale del capro espiatorio in cui uno o qualcuno è indicato come colpevole per salvare, di volta in volta, lo Stato e il corpo sociale. Non è forse, proprio questa logica anticristiana che è stata innescata da subito nella storia dell’epidemia del Covid? Non è questa logica della colpevolizzazione che è stata usata sia dal governo sia dai farisei di turno affacciati al balcone sia dal giornalista unico del virus con la storia immonda dei “responsabili” e degli “irresponsabili”?

A volte mi vien da pensare che se fossimo realmente cristiani – e lo dico io che sono inchiodato a questa cultura dal nome e dal cognome – avremmo dovuto avere un altro modo di pensare il pericolo del contagio e un altro modo di agire. Avremmo dovuto rivendicare fin da subito la intoccabilità della nostra sfera morale e vitale e avremmo dovuto ricacciare indietro le pretese statolatriche del governo che ci incolpa e ci ricatta per salvare il servizio sanitario.

Invece, siamo alle prese con il solito vitello d’oro. E i maggiori idolatri son quelli che ci vengono a dire che l’economia, le proprietà, il lavoro non contano perché ciò che conta veramente è la salute, come se gli uomini e le donne che vivono del loro lavoro non amassero il loro lavoro e i loro sacrifici con cui hanno annunciato alla loro famiglia e a noi tutti la umana, umanissima “buona novella”.

Lo Stato prima di Dio

Mi è giunto in questi giorni sulla scrivania il libro di un amico, Massimo De Angelis, che ha questo titolo: Serve ancora Dio? (Castelvecchi). No, caro Massimo, Dio non serve più se deve essere identificato con la potenza statale. Non serve più se la logica della nostra azione è il sacrificio del capro espiatorio con cui dare addosso all’untore: i podisti, i giovani, i ristoratori, gli irresponsabili. Dio non serve più se non sappiamo neanche più accogliere un bambino indifeso. Questa Europa che vieta la messa di Natale è dopotutto anche un prezzo comodo da pagare perché il valore della messa, ossia della coscienza libera, l’abbiamo dimenticato da molto tempo. Noi non sappiamo neanche più ripetere con Goethe: “Viva chi vita crea”.

Dio, invece, serve solo se siamo disposti a vedere in Lui il limite che il potere umano – politica, scienza, tecnica – inevitabilmente ha e mostra ora rivelando la sua impotenza, ora la sua tracotanza di abusi, ora la nostra stessa libertà tragica che, come una croce, non possiamo toglierci dalle spalle per sforzi che facciamo e per bugie che ci raccontiamo.