Esteri

Ma chi ha messo ai comandi di un aereo per Tel Aviv un islamico radicale?

Quattro eroi israeliani e un comandante indiano impediscono un attentato potenzialmente devastante. Ora pero' arriva la resa dei conti

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Sulla vicenda dell’aereo miracolosamente scampato a un attacco terroristico avremmo voluto leggere un titolo e resoconti di questo tono:  terrorista islamico tenta di far precipitare un aereo con 174 passeggeri in prevalenza israeliani. Un eroe, o forse quattro eroi, che non possono essere definiti tali perché sono israeliani, intervengono, annientano il terrorista, soccorrono il pilota indiano che a sua volta si è difeso come un leone, dopo essere stato accoltellato; quindi uno di loro prende in mano la cloche dell’aereo e salva tutti.

Ma questa storia, specie a pochi giorni dalla ricorrenza del 7 ottobre e in un clima crescente di attesa e di ansia per quanto potrà accadere, non si può scrivere. È troppo scomoda. Scomoda per i Pro Pal che si apprestano a festeggiare la festa del sangue, il 7 ottobre. Scomoda per quelli che un tempo le Brigate Rosse definivano i pennivendoli di regime.

Scomoda per il pensiero dominante. Ma di quel pensiero dominante, Yaniv Hayun, il passeggero eroe, se ne è fottuto. In aeroporto a Tel Aviv stringe a sè moglie e figlia . La sua maglietta è imbrattata di sangue, e in poche ore è diventato un simbolo, terribilmente scomodo. Ha bloccato il terrorista, lo ha riempito di pugni, legato e poi, come aveva visto fare in documentari tv, si è aggrappato alla cloche dell’aereo raddrizzandolo in attesa che arrivasse l’equipaggio di scorta che per una fortunata combinazione viaggiava a bordo.

Un eroe e – come ironicamente oggi in rete ha detto un cabarettista israeliano – “se volete dirottare un aereo sinceratevi prima che a bordo non ci sia nessuno che parla ebraico”. Ma al di là delle battute resta quell’eroe scomodo, quell’israeliano qualunque, che ha salvato vite umane, l’areo ma anche la verità che forse sarebbe stata incenerita nell’impatto con un palazzo di Tel Aviv.

E invece la verità su quel volo pesa come un macigno. Quando Israele ha sottoscritto i patti con Paesi arabi, amici o quasi amici o futuri amici, e ha consentito l’apertura di corridoi aerei diretti dagli Emirati a Tel Aviv, lo ha fatto certo a precise condizioni: prima fra tutte l’identità e la storia personale dei piloti, piloti che non fossero pronti a emulare i terroristi delle Torri gemelle. Ma allora  cosa ci faceva in cabina di pilotaggio un copilota dell’Oman (paese che non intrattiene rapporti amicali con Israele), chi lo ha assunto, e come mai in poche ore si è saputo che si trattava di un islamico radicale?

Qualcosa non torna e i primi a saperlo oggi sono i Paesi arabi che dialogano con Israele e che sanno perfettamente che dietro ai riflettori che si sono accesi sulle ali di quell’aereo fortunatamente atterrato, c’è la più forte potenza militare del Medio Oriente. E dopo l’attentato sanno che toccherà a loro, ai Paesi arabi definiti moderati , in vista del 7 di ottobre, alzare la guardia, mobilitare le loro risorse, allertare i loro servizi di sicurezza. Israele in questi giorni come non mai è una controparte da prendere… con le pinze.

Bruno Dardani, 1° ottobre 2026

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